L’ episiotomia

L’episiotomia è un pratica chirurgica con cui, utilizzando una forbice, si incide (tomia) il perineo (epíseion, regione pubica), e più precisamente la parete vaginale posteriore, in basso. L’incisione può essere effettuata lungo la linea mediana, ovvero dalla estremità inferiore dell’ingresso vaginale verso l’ano, oppure più frequentemente con un certo angolo rispetto ad essa, dopo aver praticato un’ anestesia locale simile a quella utilizzata dal dentista. Dopo il parto si procede alla sua sutura con fili appositi, ormai riassorbibili, che non necessitano di essere rimossi. Le prime tracce documentarie di questa procedura risalgono alla metà del ‘700, mentre la sua affermazione si attesta un secolo dopo. 

Diffusa su scala planetaria dove il parto è assistito da operatori sanitari (poichè non sempre lo è), l’episiotomia è ancora oggi una delle più comuni procedure mediche a cui sono sottoposte le donne e, nonostante un suo utilizzo di routine sia nettamente diminuito negli ultimi decenni, è ancora largamente praticata in molte parti del mondo, ma con enorme differenza percentuale: da circa il 10% in Svezia a oltre il 90% in America Latina.

Indicazione assoluta al suo utilizzo è rappresentata dal rilievo di sofferenza fetale durante la fase espulsiva del parto, potendone accorciare i tempi; nel corso di parti operativi (applicazione di ventosa) agevola la procedura e riduce la possibilità di danni maggiori del perineo; può anche risultare necessaria in altre situazioni particolari, sulla base dell’esperienza di chi assiste, che permette di valutare con attenzione se il tessuto materno può sopportare o meno la sollecitazione a cui sta per essere sottoposto.

L’utilizzo selettivo consente di limitare lacerazioni estese della vagina, facilitando la riparazione della ferita e la sua cicatrizzazione.

Nel maggio 1985 l’OMS emise un documento, “Tecnologia appropriata per la nascita”, contenente alcune raccomandazioni tra cui questa: “L’uso sistemico dell’episiotomia non è giustificato”, e nella revisione del 1992 comparve un richiamo perentorio per gli operatori: “la pratica routinaria dell’episiotomia dovrebbe essere abbandonata”.

In Italia la situazione qual è?

Serena Donati, ricercatrice dell’Istituto Superiore della Sanità e tra gli autori delle linee guida nazionali in materia di gravidanza fisiologica e taglio cesareo, dichiara che “l’episiotomia non deve essere effettuata di routine perché non migliora di per sè gli esiti del parto vaginale e deve essere eseguita solo in caso di necessità”. Nonostante le raccomandazioni OMS indichino nel 5 per cento un giusto ricorso a questo intervento, un’ indagine svolta in Italia ha fornito una stima degli interventi di episiotomia nei parti spontanei (escludendo quindi i casi in cui si erano impiegati ventosa o forcipe): al Nord la percentuale è risultata del 60.4%, al Centro 66.1% e al Sud 79%, per un totale ogni anno di circa 200mila. Questi dati si riferiscono al 2002; dopo più di dieci anni avremmo voluto fare un confronto, ma un dato aggregato su base nazionale oggi non esiste. Gli unici numeri ufficiali in circolazione sono quelli degli ospedali e delle regioni virtuose, quali Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna, che all’interno della propria struttura o del proprio territorio, hanno registrato in cartella clinica tutti i trattamenti medici ai quali le partorienti sono state sottoposte. Ma a parte queste rare eccezioni, in generale nessuno, neanche gli stessi primari, sa esattamente quante episiotomie vengono eseguite”. 

Bella questione, su cui c’è da interrogarsi: man mano che ci si sposta da nord a sud, poi, si rileva una crescente e più disinvolta propensione alla sforbiciata  😦 …sta di fatto che i tassi di episiotomia in Italia sono superiori a quelli registrati in altri paesi europei e in Nord America. 

Dal sito http://www.saperidoc.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/52 :

Ricorrere all’episiotomia ha dei benefici?   Questo intervento, praticato da molti anni in sala parto, era stato introdotto con la convinzione che potesse limitare il dolore e la gravità delle lacerazioni, cioè degli ‘strappi’, a cui le donne possono andare incontro spontaneamente durante il parto. In realtà gli studi hanno dimostrato che praticare di routine l’episiotomia non produce benefici rispetto al parto senza interventi. Inoltre, limitare l’uso dell’episiotomia porta a una maggiore probabilità di avere un perineo intatto e, quindi, a una diminuzione del numero di suture e di complicazioni, senza differenze nel dolore perineale e nella frequenza di lacerazioni gravi. L’episiotomia andrebbe quindi limitata esclusivamente ai casi in cui può effettivamente aiutare la nascita del bambino, una valutazione che può essere fatta solo alla fine del travaglio di parto.

 E dopo il parto?   Anche sul medio periodo non ci sono prove consistenti a favore o contro il ricorso all’episiotomia. Tuttavia una sintesi dei risultati degli studi disponibili mostra che il ricorso di routine all’episiotomia non riduce il rischio di incontinenza urinaria e fecale, non aiuta a ridurre i dolori perineali che si possono avere dopo il parto e comporta una minore probabilità di riprendere precocemente i rapporti sessuali.
Le donne possono legittimamente richiedere di essere informate sulla pratica di questo intervento nell’ospedale in cui scelgono di partorire (le nascita in casa sono generalmente immuni da episiotomia), e che venga effettuato soltanto nell’ipotesi di effettiva necessità, avvisandole preventivamente per ottenere il loro consenso, obbligatorio per legge.
Nel caso in cui fosse necessario praticarla, l’ostetrica è abilitata anche alla sua riparazione.
-> Parere tecnico condiviso ad unanimità dal Comitato Centrale – FNCO
13 ottobre 2012 – “L’ostetrica/o è abilitata/o ad effettuare
l’episiotomia, l’episiorrafia e la sutura perineale semplice
secondo le normative vigenti” (L.42/99)

La parcella dell’ostetrica

Quello dell’ostetrica è un lavoro, non proprio come tutti, per via delle sue forti implicazioni emotive, ma comunque una professione che poggia le sue basi su un processo formativo, l’acquisizione di competenze, il loro mantenimento attraverso l’aggiornamento continuo. Di conseguenza, necessita di un corrispettivo economico, al pari di tutte le altre attività lavorative umane (*). Quando l’ostetrica opera in regime di libera professione, spesso l’idea che le persone si fanno è che la remunerazione delle sue prestazioni preveda cifre piuttosto basse, sulla base di riflessioni diverse. Proviamo ad analizzare gli elementi che concorrono a definire la parcella di una professionista, per poter mettere a fuoco che cosa contiene. Innanzi tutto viene riconosciuta la competenza, ovvio, esattamente come ad un architetto, a un falegname, a un medico o a un idraulico: chi farebbe mai ricorso a persone senza qualifica per fronteggiare un problema specifico, ben sapendo che non sarebbero in grado di farlo?

Poi il fattore-tempo: per andare incontro ai bisogni di una donna, occorre dedicarle mediamente ben più di un’ora per ogni incontro, di conseguenza occorre definire un costo base orario per la consulenza, al pari di quanto fa un insegnante o qualunque altro professionista qualificato. Se gli incontri avvengono in uno studio privato, l’ostetrica dovrà conteggiare le spese da destinare al suo funzionamento, o la percentuale da lasciare allo studio se ne utilizza solamente gli spazi; se al domicilio della donna, gli oneri per lo spostamento, e magari il parcheggio in area a pagamento. E’ ben noto a tutti il “diritto di chiamata” degli artigiani, corrisposto anche solo per una supervisione quando si richiede il loro intervento a domicilio per valutare un problema… 😉

Ancora: l’utilizzo di materiale monouso, l’ammortamento di strumentazioni varie (l’apparecchio per la rilevazione del battito fetale, ad esempio) e la produzione/consegna di opuscoli informativi vanno conteggiati come spesa, ed entrano a far parte della parcella.

Se l’ostetrica deve prodursi nell’assistenza al parto si dovranno prevedere ulteriori voci: la reperibilità continua, 24 ore su 24, a partire dalla fine della 37ma settimana di gravidanza e fino quasi alla 42ma, comporta una forte limitazione della libertà di movimento e programmazione delle attività per la professionista, ma quasi mai viene considerata come una componente dell’assistenza, che ha quindi un costo.

Il fatto di poter disporre in qualunque momento del supporto di una persona di fiducia, con cui si è creato un legame non soltanto professionale, è qualcosa di prezioso e importante, che può influire in maniera forte sugli esiti dell’esperienza di parto, specialmente se è l’ostetrica prescelta ad assistere direttamente la donna, come nel caso del parto a domicilio. In questa situazione, le voci che vanno a definire il compenso finale sono molte: il numero di visite pre e post-parto, la reperibilità, l’assistenza al parto, l’utilizzo di materiale vario e l’ammortamento di altra strumentazione o disponibilità farmacologica, i costi di spostamento, il disbrigo di pratiche burocratiche pre e post-parto finalizzate all’organizzazione dell’evento (che comportano spostamenti e dispendio di tempo!), e tutti gli interventi accessori che garantiscono la qualità dell’assistenza su mamma e neonato.

L’ostetrica non lascia mai una donna a sè stessa, anche a distanza dalla nascita del suo bambino, ma resta disponibile per qualunque necessità, rispondendo sempre alle sue richieste di aiuto (in molti Paesi la consulenza telefonica è a pagamento, addebitata sulla bolletta!!).

Infine, occorre tener presente che sul totale lordo incamerato dall’ostetrica gravano voci come la tassazione, il versamento di contributi previdenziali, l’iscrizione all’albo, un’assicurazione per responsabilità civile (sempre più cara) e contro gli infortuni, l’iscrizione a corsi di aggiornamento e tutte le spese sostenute per l’esercizio dell’attività stessa (un’auto efficiente, ad esempio, o la parcella del commercialista)…

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(*) – La Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche ha da tempo definito il principio secondo cui “Il compenso è fissato in relazione alla rilevanza, delicatezza e complessità della prestazione, dell’intervento, del piano o del progetto attuato dal professionista. I compensi per le prestazioni domiciliari devono essere maggiorati in ragione della distanza del domicilio del cliente e delle spese sostenute dal professionista. I compensi per le prestazioni effettuate nei giorni festivi o in orario notturno sono maggiorati del 30%. I presidi ed il materiale sanitario d’uso corrente del professionista sono a carico
dell’assistito”.
°  Art. 2233 del Codice Civile: “la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.

Donne e superdonne, mamme e supermamme

“Ce la possiamo fare”, recita questo vecchio manifesto di cui ho scovato la storia, interessante (http://www.archiviocaltari.it/2011/01/27/we-can-do-it-storia-di-unimmagine/), e che si presta bene a raffigurare un certo modo di concepire la propria immagine, caratteristico di un discreto numero di donne, che già nella gestione della vita quotidiana rivendicano l’autonomia assoluta, il “ce la faccio da sola”.

Quando poi sopraggiunge una gravidanza, il pensiero resta immutabile: “ho bisogno di niente e nessuno”, fino al giro di boa della protuberanza addominale che ingombra, sbatte contro gli spigoli, fatica a infilarsi nell’ascensore… Capita che ogni mezz’ora tocca svuotare la vescica, rigirarsi nel letto diventa movimento lento e a scatti, scendere dal medesimo un gioco di puntelli di gomiti, fare la doccia cauto ingresso nel box e altrettanto guardinga uscita, con l’accappatoio che non ce la fa a contenere la rotondità. Ci si ride pure sopra con gusto, ma lì le certezze titaniche vacillano, seppur poco: inizia a farsi strada un “ce la farò, anche se a fatica”, e via.

Infine, nasce il pupo e l’adrenalina governa per qualche giorno ogni percezione della realtà, in buona compagnia con altri ormoni. Ma a un certo punto, occorre prendere atto dell’effettivo cambiamento delle carte sul tavolo, e del fatto che la vita ha subito una svolta: un neonato è impegnativo, il parto (specie se non è stato propriamente agevole) è evento che può sottrarre molte energie, i ritmi abituali restano sconvolti tanto più quanto è maggiore l’assenza di sostegno pratico ed emotivo.

Una sbirciatina a questo post è utile: https://intornoallanascita.com/2012/09/23/la-fatica-dellaccudimento

Dunque, donne, lasciatevi invadere senza timori dall’idea che qualcuno diverso dal neopadre vi stia accanto, anche solo per qualche ora ogni tanto, si tratti di amiche, nonne, zie, o altre figure, consigliandovi e  supportandovi nelle incombenze quotidiane, perchè nulla come la stanchezza fisica e/o mentale può compromettere in maniera consistente l’adattamento graduale alla nuova condizione di madre, la relazione con il cucciolo, l’intimità di coppia, lo stare bene con gli altri e nel mondo. Trovare qualche piccolo spazio per sè stesse, poi, diventa arduo, ma ce la si può fare (*).

E non dimenticate che l’ostetrica può trasmettere tanto, anche in poco tempo, fornendo un aiuto preziosissssimo per organizzarsi senza sprecare energie, e rasserenarsi nelle situazioni difficili !! 😉

(*) – https://intornoallanascita.com/2013/08/26/un-oretta-tutta-per-me/

 

 

Parlare di sesso con i bambini


“Il mio bambino non ha mai chiesto nulla sul sesso”…”Mia figlia è ancora troppo piccola“…”Ha altro a cui pensare”…”Non è ancora ora”…”Ho paura di incoraggiare atteggiamenti precoci”…”Non so da dove incominciare”…”Mi mette in imbarazzo“…”Ci penserà la scuola“…”Ooh, ma tra amici ne parlano!I giovani ormai sanno tutto!”…”Quando sarà adolescente, magari…” Quante volte ho ascoltato queste frasi, e tante altre, alcune molto rassicuranti per l’adulto che le pronunciava, altre espressione di un disagio che affonda radici nell’infanzia, quando certi argomenti nemmeno si potevano sfiorare senza generare silenzi, reazioni sorprese o scomposte, chiusura. Difficile, difficilissimo parlare di sesso con i bambini, con gli adolescenti poi…e bisogna vedere se a 15 anni hanno ancora voglia di parlarne con mà e pà, perchè se prima di allora non si è mai toccata la questione, figurati dopo!! Un documento (*) approvato recentemente dall’organizzazione Mondiale della Sanità, stilato da un gruppo internazionale di esperti in ambito educativo e diffuso in Europa, finalizzato a diffondere standard comuni riguardo alla promozione della salute sessuale, sta facendo molto discutere per alcuni contenuti piuttosto espliciti (sui quali ognuno è ovviamente libero di esprimere le sue perplessità). Comunque la si consideri, la faccenda scotta sempre, va detto: ma crea difficoltà soprattutto in famiglia, con i propri figli, per proseguire con la scuola, dove trovare insegnanti disposti ad affrontare in maniera aperta discorsi sulla sessualità non è affatto semplice e, perchè no, persino con operatori sanitari (medici, ginecologi, ostetriche) che teoricamente dovrebbero avere meno inibizioni… Perchè? Risposta essenziale: se si perpetua un atteggiamento di evasione, da genitori a figli, dove e quando mai si potrà pensare di mettere a disposizione di bambini e ragazzi (e adulti, eh?) una sana informazione, che rappresenti la base per scegliere consapevolmente, responsabilmente quando, con chi e come vivere le proprie esperienze sessuali, naturali e ovvie tappe dell’esistenza umana? Contare sugli scambi tra loro diventa pericoloso: vero che circolano tante informazioni, ma molto confuse e difficili da usare, quando non sono sbagliate! Intendiamoci, non è una colpa del singolo: il problema è che se una società esclude un elemento così fondamentale e complesso della vita dalla vita stessa, a partire dall’infanzia, crea le condizioni per gli abusi su donne e bambini, le gravidanze indesiderate, la sessualità violenta, le malattie a trasmissione sessuale, le distorsioni squallide che sono sotto gli occhi di tutti, bambini compresi! Il genitore medio vive nell’illusione che tutto ciò sia distante dalla vita di un piccino, invece non è così: televisione, riviste, edicole che espongono qualunque cosa, pannelli pubblicitari, discorsi stessi degli adulti condotti con noncuranza, magari in apparente “codice” e pieni di sottintesi, tanto i bimbi non capiscono. NON CAPISCONOOO!? Accidenti se capiscono, e imparano così in fretta che se solo intuiscono il disagio di mamma o papà, si guardano bene dal porre domande: l’ultima cosa che un bambino desidera è vedere sul viso delle figure essenziali della sua vita espressioni poco rilassate… Le domande, SE avranno l’opportunità, le faranno a qualcun altro. Eccone alcune, rivolte a me durante gli incontri con bambini di seconda elementare: “io so che mamma e papà fanno uno scambio, che c’è un passaggio da mamma a papà, ma come succede questo?”, “quanto tempo passa da quando papà da il seme alla mamma a quando comincia a formarsi il bambino?”, “d’accordo, ci vuole un seme del papà e un uovo della mamma, ma tutte le volte che c’è un passaggio nasce un bambino?”, “il bambino nella pancia dorme, ascolta, mangia?”, “come fa a respirare?”, “perchè muoiono alcuni bambini nella pancia?”, “se la mamma sta male, sta male anche il bambino?”, “come fa a uscire dalla pancia?”, “è vero che certe donne e certi uomini non possono avere bambini?”, “se si rompe il sacchetto dove c’è il bambino, come fanno a nascerne altri?”…Questi piccini han formulato domande così complesse a soli 7 anni, perchè nella loro mente c’è già moltissimo, assorbito nel tempo dall’ambiente circostante!! E se non trovano nessuno che risponda? Ancora? Il genitore di un tredicenne pensa mediamente che la propria creatura abbia sì curiosità, ma superficiali, non ancora proprio così avanzate…Ecco le domande di tredicenni di scuole medie periferiche con cui porto avanti da anni un progetto di educazione alla sessualità: “da dove viene il bisogno di avere rapporti tra due donne?”, “vorrei sapere come si fa a passare da un organo genitale maschile a uno femminile, cioè il nome dell’operazione”, “perchè il pene diventa duro quando si guarda una donna nuda?”, “perchè quando si ha un rapporto sessuale lo sperma esce solo dopo vari movimenti?”, “se si hanno rapporti durante le mestruazioni si resta incinte?”, “se durante il rapporto il maschio urina che succede?”, “cos’è la circoncisione e perchè si fa?”, “che cos’è l’eiaculazione precoce?”, “a che età si può prendere il viagra?”, “il clitoride può diventare duro?”, “il petting di solito si fa prima del rapporto, ma cosa si deve fare esattamente?”, “vorrei approfondire l’argomento sulle precauzioni da prendere”, “come fanno a fare sesso gay e lesbiche?”, “com’è la posizione a coccinella?” (a questa non ho saputo rispondere, lo confesso!)… Credo che se leggessi a un gruppo di genitori di tredicenni tutto ciò dovrei prevedere almeno qualche malore in sala (e non ho riportato proprio tuuutto!). Potrei andare avanti per alcune pagine, ma sono tutte domande piene di sanissima curiosità, senza malizia, che servono a capire i misteri della vita e a collocare la sessualità in maniera normale nella propria esperienza, ricavando strumenti per gestirla con resposabilità e gratificazione…ma se nessuno risponde, che fine fanno? Si cercano altrove, le risposte, e mica sempre sono quelle giuste. Allora, come se ne esce? Pensando che fin dalla nascita un essere umano è sessuato: è maschio o femmina, il suo corpo è fatto di tante parti, i genitali necessitano da subito di essere toccati per tenerli puliti, e a un certo punto il pupo scopre di averceli. Come fino a quel momento ha esplorato il resto del suo corpicino, così fa con la “patatina” (la vulva!) e il “pisellino” (il pene!). E quando inizia a parlare, chiede: come funziona questo, e quello, e da dove sono venuto, e poi come è stato possibile, ed ecco che l’adulto incomincia a tremare. Quando ho seguito un bellissimo corso di formazione sessuologica, il docente ha pronunciato una frase che mi è rimasta stampata nella mente: “parlare di sesso con i bambini, o con chiunque, deve essere percepito come qualcosa di semplice, come descrivere la ricetta della torta di mele“. Proprio così: il pene o la vulva sono pezzi di un insieme al pari di tutti gli altri, delicati e intimi però, da trattare con cura, tenere puliti, imparare a lavare da soli. E poi sono davvero singolari, perchè servono per “fabbricare” altri bambini. E qualunque domanda può rappresentare il punto di partenza per spiegare cose nuove, educare alla diversità e al rispetto, stimolare il desiderio di saperne di più. I bambini vogliono risposte veloci e comprensibili, però: non dilungarsi è importante, perchè se chiedono “da dove sono uscito” la risposta deve essere stringata (“dalla vagina della mamma, un canalino speciale che sta tra le gambe””, ad esempio). Può essere che gli basti così, al momento, come può darsi che vogliano approfondire. Prepararsi non è un male: qualche bel libro consultato in biblioteca e poi insieme a loro aiuta tanto, e la maggior parte dei genitori scova qualcosa che non sapeva (non si finisce MAI di imparare)!! A questo link si possono trovare tanti bei libri: –  http://www.uppa.it/rubriche/cultura/libri-e-lettura/educazione-sessuale-bibliografia-ragionata Molti studi dimostrano che un dialogo aperto e sereno tra genitori e figli ritarda l’inizio delle esperienze sessuali, produce capacità di riflessione e rende i giovani più consapevoli di ciò che vogliono fare, del tipo di partner e di relazione che desiderano, delle possibili conseguenze di una sessualità vissuta senza affettività e senza precauzioni. In fondo, i timori di un genitore sono legati proprio a questi elementi della faccenda… Ora, si impone preparare gli ingredienti per una bella torta di mele, e parlando ad alta voce concentrarsi sulla descrizione dei passaggi, dalla farina all’estrazione dal forno, cioè fare esercizio per passare a qualche altro argomento… ; ))

(*)  –  http://www.bzga-whocc.de/?uid=20c71afcb419f260c6afd10b684768f5&id=home

La pubertà maschile

Al pari della pubertà femminile, quella maschile sembra essere scomparsa dal lessico comune, eppure un bambino transita con vigore e intensità fisica ed emozionale verso l’età adulta passando proprio da questa “strettoia”, in cui si canalizzano gli sconvolgimenti che in pochi anni ne trasformano le fattezze, spesso disorientando loro stessi, con la finalità di renderli adatti alla riproduzione.

Anche nei maschi, i primi segni di pubertà possono comparire con estrema variabilità anche se con ritardo rispetto alle femmine: dai 9 ai 13 anni circa, mediamente intorno agli 11-12, ma per capire quanto possa essere diverso il percorso basta pensare alla grande differenza di sviluppo staturale e muscolare osservabile in una classe di prima media; elementi quali l’etnia di appartenenza, il clima, l’alimentazione, le abitudini di vita, fattori genetici possono influenzare in maniera consistente tappe e durata dello sviluppo.

Alla base del fenomeno, l’attivazione di organi e apparati ad opera di sostanze chimiche potenti, gli ormoni sessuali maschili. Il primo segno evidente è la crescita dei testicoli (a volte accompagnato da dolenzia), il cui aumento stimola a sua volta anche la crescita del pene e degli organi accessori interni (prostata, etc), fino ad arrivare all’eiaculazione, cioè l’emissione di sperma contenente spermatozoi, elementi fecondanti. Caratteristiche di questa fase iniziale sono le cosiddette polluzioni notturne, emissioni involontarie di liquido durante il sonno, che possono già verificarsi a 9-10 anni (prima che inizi la produzione spermatica).

L’attivazione dei bulbi piliferi produce la comparsa di peluria alla base del pene, che col tempo si infittisce e si estende alle ascelle e al torace; stesso fenomeno compare anche sul labbro superiore e sul mento, iniziando a “disegnare” barba e baffi; i lineamenti del viso si fanno più marcati per via dello sviluppo scheletrico peculiare del maschio.
Anche le ghiandole sudoripare si attivano, mutando l’odore del corpo ( e ben lo avvertono le madri quando aprono il potabiancheria… : ). L’ispessimento delle corde vocali produce un cambio di tonalità della voce, che diventa meno acuta.

Il fisico inizia a farsi più massiccio, con incremento della massa e della forza muscolare, ma nell’insieme i fenomeni di maturazione genitale si svolgono in un arco di tempo che può andare da uno a tre-quattro anni, in cui lo sperma si arricchisce progressivamente di spermatozoi.

In questo periodo può comparire anche un lieve rigonfiamento mammario, che scompare in seguito. Struttura scheletrica e muscolare subiscono trasformazioni profonde e caratteristiche del sesso maschile.

Gli spermatozoi, a differenza delle uova femminili, si formano in continuazione nei testicoli per tutta la vita, pur se in numero variabile (massimo tra 20 e 25 anni), per poi decrescere con il trascorrere del tempo. L’intero processo che porta alla maturazione di uno spermatozoo dura circa 70 giorni, ma nel testicolo sono contemporaneamente presenti gli spermatozoi in tutti gli stadi di crescita, per cui un uomo è sempre fertile: un dialogo aperto tra genitori e ragazzo è fondamentale per renderlo consapevole delle sue potenzialità, fin dall’infanzia, e preservarlo da esperienze che possono cambiare il corso della sua esistenza (gravidanze indesiderate della compagna, malattie a trasmissione sessuale).

Le delicate strutture dell’apparato genitale maschile sono particolarmente sensibili all’azione di sostanze quali alcool, droghe, fumo di sigaretta, che possono danneggiare sia la qualità che la quantità di spermatozoi prodotti. Il fumo inoltre, riduce il calibro dei vasi sanguigni e altera ben presto la normale erezione del pene. I ragazzi che praticano sport devono essere messi in guardia rispetto alle sostanze anabolizzanti, che potrebbero allettarli per aumentare la massa muscolare ma causare gravi danni a vari livelli. Pantaloni e slip molto aderenti possono produrre irritazioni da sfregamento ai testicoli e aumentarne la temperatura, danneggiandoli.

Già durante lo sviluppo nell’utero materno le strutture corporee del bambino possono subire danni consistenti legati all’azione di sostanze tossiche ambientali, purtroppo spesso inevitabili, o introdotte dalla madre (alimenti poco sani, fumo, alcool, droghe). E’ di fondamentale importanza evitare il più possibile di aggravare la tossicità dell’organismo della mamma, perchè attraverso la placenta passano pressochè tutte le sostanze chimiche.

I maschi tendono a diventare più introversi rispetto alle ragazze, e ad allontanarsi maggiormente dalla figura materna, rifiutando frequentemente con vigore quel contatto fisico che fino a poco tempo prima mostravano invece di apprezzare…ma questo momento così carico di emotività può aprire la strada a complicità nuove, a dialoghi mai intessuti, a nuovi modi di stare insieme, nel rispetto del bambino che sta viaggiando veloce verso l’uomo.

Per approfondire:

https://intornoallanascita.com/2012/04/04/dal-neonato-alluomo-la-salute-al-maschile/

La pubertà femminile


Termine quasi scomparso dal lessico quotidiano, pubertà, eppure non possiamo fare a meno di considerare questa parentesi fondamentale della vita di un individuo, specie quando i cambiamenti che in essa avvengono sono così vistosi, se non altro per comprenderne meglio anche gli intensi aspetti emotivi collegati.

Dunque, per pubertà si intende la fase biologica di mutamenti fisici attraverso i quali passa il corpo di un bambino per assumere le caratteristiche di quello adulto, essenzialmente rivolti a garantirne la riproduzione. Questo processo comporta davvero grandi sconvolgimenti a vari livelli, inclusi mutamento dell’umore e sviluppo delle pulsioni sessuali, per effetto di una attivazione chimica imponente che porta alla produzione di ormoni sessuali. La trasformazione più marcata è connessa con l’inizio dell’attività delle ghiandole sessuali, che si manifesta nella ragazza attraverso il fenomeno visibile della prima mestruazione o menarca (*).

Le differenze fisiche tra maschi e femmine fino a questo momento sono limitate quasi esclusivamente all’ apparato genitale esterno; con la pubertà sopraggiunge invece lo sviluppo di notevoli difformità riguardo a dimensioni, forma, composizione e funzione di strutture e sistemi del corpo, ma la trasformazione più evidente, per le ragazzine, riguarda le cosiddette caratteristiche sessuali secondarie, come la crescita dei peli sul pube e delle mammelle, l’aumento di volume delle grandi labbra, l’allargamento del bacino e l’inizio del ciclo mestruale.

Il processo puberale nelle femmine inizia prima che nei maschi, pur se con grande variabilità individuale in relazione all’ambiente, all’etnia, alle condizioni socio-economiche e anche psicologiche.

All’inizio del secondo decennio della vita, la maggior parte delle ragazze sviluppa caratteri secondari e matura la capacità riproduttiva, aumentando di statura e consolidando l’apparato scheletrico. La prima manifestazione dello sviluppo puberale interessa lo sviluppo mammario, con comparsa di piccole protuberanze (bottoni mammari) nell’area del capezzolo, a volte dolenti, che rappresentano il “nucleo” della ghiandola mammaria, da cui originerà la mammella per effetto dell’influenza ormonale. In parallelo, dai bulbi piliferi situati sul pube e nel cavo ascellare inizia a comparire la peluria, il grasso corporeo si ridistribuisce “al femminile” e per effetto di una aumentata attività delle ghiandole sebacee può comparire l’acne, localizzata in particolare sul viso e spesso fonte di disagio.

In alcune situazioni si verifica una pubertà anticipata (prima degli 8 anni), che può incidere sul ritmo di crescita e compromettere la normale evoluzione dell’altezza finale, ad esempio, oppure non avere alcuna influenza su di essi. Una valutazione medica appropriata consente di stabilire se i processi di maturazione stanno avvenendo comunque in maniera normale o è necessario intervenire per correggerli.

Prima dei 9 anni possono comparire piccole perdite ematiche cicliche simili alle mestruazioni, che spesso cessano lasciando spazio alle altre modificazioni puberali che avvengono alla normale età. In questi casi si effettua soltanto un attento controllo periodico della bambina, per rilevare un eventuale passaggio ad una pubertà anticipata.

Si definisce invece ritardata quando non vi è comparsa dei segni di maturazione puberale fino a 13-14 anni; può verificarsi anche un ritardo o mancata comparsa del menarca quando sia già ultimato lo sviluppo puberale. In entrambi i casi, il più delle volte la ragazza non presenta alcuna patologia, e si riscontrano spesso precedenti famigliari analoghi (la mamma, la nonna).

Molte situazioni di menarca tardivo sono però collegate a deficit nutrizionali o ad una attività fisica intensa (giovani atlete o ballerine). Le abitudini dietetiche acquisite fin dalla prima infanzia e fattori di inquinamento ambientale possono esercitare un’influenza non indifferente sullo sviluppo puberale. (**)

Anche una cura attenta della gravidanza è fondamentale per preparare il terreno di uno sviluppo regolare della neonata, delle sue strutture corporee e dei fenomeni futuri che si verificheranno nel suo organismo: molti studi hanno dimostrato e stanno indagando l’influenza dei fattori ambientali e degli stili di vita sulle fasi di crescita embrionale e fetale e le loro ripercussioni sui delicati meccanismi puberali.

Un’indagine ecografica, innocua e di facile esecuzione, permette di rilevare eventuali anomalie dell’apparato genitale interno della ragazzina e di intervenire in maniera appropriata dove sia nacessario.

Non è difficile, dunque, immaginare il groviglio imponente di emozioni che accompagna questa fase complessa e intensa di passaggio esistenziale: un cambiamento corporeo così rapido e importante non può certo passare inosservato nella mente di quella che prima, sul piano psicosociale e culturale, era una bambina, e in breve tempo acquista le caratteristiche esteriori della donna, con tutti i risvolti collegati a questa condizione. La vicinanza discreta e affettuosa, insieme all’osservazione attenta degli eventuali segnali di disagio, continua ad essere il supporto più grande per aiutare e sostenere l’adulta che verrà, ricordando sempre che anche noi abbiamo vissuto le medesime emozioni, gli stessi sconvolgimenti. Spesso proprio questo momento ci riporta ai conti in sospeso che abbiamo ancora con noi stessi, e magari ci spinge a chiedere aiuto per farli tornare, finalmente… : )

(*) – https://intornoallanascita.com/2013/10/05/la-mestruazione/

(**) – http://www.tuttogreen.it/puberta-sempre-piu-precoce-colpa-dellalimentazione-e-dellinquinamento/

La mestruazione

Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera. Ogni giaciglio sul quale si sarà messa a dormire durante la sua immondezza sarà immondo; ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà immondo. Chiunque toccherà il suo giaciglio, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino alla sera. Chi toccherà qualunque mobile sul quale essa si sarà seduta, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino alla sera. Se l’uomo si trova sul giaciglio o sul mobile mentre essa vi siede, per tale contatto sarà immondo fino alla sera. “(lev. 15:19-23).

Così sta scritto in uno dei libri della Bibbia. Viene spontaneo chiedersi perchè un pò di sangue che fuoriesce dalla vagina debba mobilitare cotante energie negative, quasi che la donna mestruata possa contaminare irreversibilmente il pianeta intero…ma sarebbe lungo indagare.

La mestruazione (dal latino menstrum, una volta al mese) rappresenta comunque un evento carico di mistero per la maggior parte delle donne: difficilmente si entra in contatto con le informazioni necessarie per attribuire un “perchè” ad una ciclica perdita, che inizia e finisce secondo un ritmo più o meno regolare e per un periodo relativamente limitato dell’esistenza femminile. Una madre difficilmente saprà dare risposta esauriente alla domanda di una bimba che sonda la radice del mistero. Eppure è molto semplice: ad un certo punto dello sviluppo, le due piccole ovaie contenute nel pancino cominciano a funzionare, anche per effetto di istruzioni provenienti dal cervello, e inizia lentamente la maturazione delle minuscole uova in esse contenute fin dalla nascita, in ragione di uno al mese circa. Se nella fase in cui l’ovetto pronto per essere fecondato si trova in una delle due tube sopraggiunge uno spermatozoo e riesce a entrarvi dentro, si ha la fecondazione, inizia la gravidanza e la mestruazione si sospende; diversamente l’uovo va incontro a disgregazione dopo circa 24 ore di vita, disperdendosi, e a distanza di circa due settimane inizia a fuoriuscire dalla vagina una discreta quantità di sangue, per 4-5 giorni.

Vediamo un pò: questa immagine raffigura bene l’apparato genitale interno, contenuto nella parte bassa dell’addome, come se fosse stato sezionato a metà da sinistra verso destra; la cervice viene anche chiamata collo dell’utero, e si può notare che si collega alla vagina. Scorriamo dunque un ciclo mestruale, cioè il periodo che va dal giorno 1 della mestruazione al giorno 1 di quella successiva, mediamente di 28 giorni:

MMMMM ° ° ° ° ° ° ° ° O ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° MMMMM

dove M è la mestruazione, ° i giorni senza perdite, O l’ovulazione. Dopo la cessazione della perdita, trascorrono alcuni giorni in cui la parete uterina interna (lo spazio triangolare nell’immagine) si riveste di uno strato (endometrio) di materiale molto speciale, adatto a ricevere l’uovo fecondato, custodirlo e nutrirlo nelle sue prime fasi di sviluppo; quindi si verifica la fuoriuscita di un ovetto (intorno al 14mo giorno circa) da una delle due ovaie (ovulazione), che finisce dentro la tuba. Lì ha la possibilità teorica di venire raggiunto da uno spermatozoo: in tal caso, la fusione dei due corpuscoli origina un organismo che inizia a replicarsi in più cellule e, nel frattempo, si trasferisce lentamente nella cavità uterina, scava una nicchia nello strato fresco fresco e inizia la gravidanza. Se invece, più probabilmente, ciò non succede, l’uovo si dissolve. A quel punto, lo strato non serve più, quindi inizia a disgregarsi fino a quando i piccoli vasi capillari uterini si rompono e danno origine al flusso di sangue, necessario per veicolarne all’esterno i residui. Finita la mestruazione, il ciclo ricomincia e prosegue fino alla menopausa, pur con importanti modificazioni che sopraggiungono nel tempo.

Durante queste fasi, si susseguono equilibri ormonali diversi, che in un certo numero di donne possono dare luogo a intensi sintomi di vario genere, fisici ed emotivi, ovvero la sindrome premestruale. La mestruazione può essere accompagnata da dolore al basso ventre, a volte spiccato. Prima di ricorrere a farmaci, è importante sapere che il riposo adeguato e l’attività fisica possono svolgere azione preventiva attraverso vari canali; una dieta a base soprattutto vegetale e alcuni rimedi naturali possono alleviare in maniera consistente questi disagi: una tisana di salvia può lenire il dolore, insieme all’applicazione di calore sull’addome (da evitare se la mestruazione è abbondante); l’assunzione di cibi ricchi di magnesio (cioccolato amaro, mandorle e anacardi tra i più ricchi!) e preparati a base di magnesio per almeno una settimana prima del flusso attenua la sindrome premestruale e il dolore. Numerosi altri interventi di medicina complementare possono dare giovamento, ma una corretta valutazione ginecologica è sempre necessaria nei casi più accentuati, che arrivano a compromettere la normale vita di relazione della donna.

E’ molto importante che una bimba impari a conoscere questo aspetto della sua esistenza con la maggior naturalezza possibile, senza averne un’immagine negativa ma vivendola come fase di trasformazione e passaggio verso l’età adulta: un dialogo costante, aperto e sincero può offrirle opportunità preziose di scoperta di sè, del proprio corpo e della meraviglia che custodisce… : )

Un’informazione in pù… :

https://intornoallanascita.com/2011/11/23/la-coppetta-magica/