Le radici dell’impotenza maschile

Si parla ancora molto di impotenza, spauracchio di ogni maschio che abbia raggiunto la maturità sessuale, ma in realtà ormai questo termine è stato sostituito con quello di disfunzione erettile (DE), per definire l’incapacità a raggiungere e/o mantenere un’erezione del pene sufficiente a condurre un rapporto soddisfacente. Un pò di dati per capire: si tratta di un disturbo che interessa milioni di uomini nel mondo, alterandone seriamente la qualità di vita. In Italia si stima che circa 3 milioni di uomini ne siano affetti: il 2% di essi ha meno di 39 anni; il restante 98% riguarda maschi dai 40 anni in su e la percentuale di persone che presenta qualche forma di questo disturbo sale con l’aumentare dell’eta’, per una fisiologica senescenza anche della funzione sessuale (ne soffre quasi la metà degli ultrasettantenni). Si ritiene che al di sotto dei 50-55 anni la quasi totalita’ delle disfunzioni erettili sia di origine prevalentemente psichica; si distinguono una forma primaria (se si è manifestata fin dall’inizio dell’attività sessuale) e una secondaria (se è intervenuta in un secondo momento, dopo un periodo di attività sessuale soddisfacente); può inoltre essere generalizzata o situazionale, cioè sempre presente nell’attività sessuale dell’uomo, o soltanto in determinate condizioni.

Le cause possono essere di natura fisica e/o psicologica, spesso concomitanti e in interazione reciproca: tra le più comuni cause psicologiche vi sono l’ansia, la depressione, conflitti intrapsichici profondi ma anche lo stress e i condizionamenti ambientali. Un significato particolare lo riveste la cosiddetta “ansia da prestazione”, ossia quella condizione in cui la tensione verso il risultato determina un effetto inibitorio sull’erezione; è assai frequente nei giovani alle prime esperienze, o dopo il verificarsi di un primo “fallimento” nei rapporti sessuali. Altra causa favorente è data dalla scarsa intesa col partner. Esistono poi numerosi fattori di rischio che aumentano in maniera consistente la probabilità di insorgenza di una DE: il fumo, specie iniziato in giovane età, il consumo cronico di alcol e droghe, la carenza di esercizio fisico, l’ipercolesterolemia, il diabete, l’obesità, l’ipertensione…

Cosa si può fare per evitare l’insorgenza di questo problema? Molto, evidentemente: è chiaro che uno stile di vita sano favorisce il buon funzionamento del corpo, dunque anche del pene, riducendo pure la probabilità di ammalarsi, ma prima si comincia e meglio è.

Un bambino sano nasce da una mamma sana e da una gravidanza condotta con cura (*): il neonato continua a subire gli effetti dell’ambiente, quindi creare le migliori condizioni perchè cresca in buona salute è fondamentale anche per la sua futura vita sessuale. Allattamento materno, minor consumo possibile di prodotti chimici per la sua igiene, svezzamento con cibi sani e semplici, tante coccole, un buon dialogo per poter parlare apertamente del corpo, delle sue funzioni e, più in là, della sessualità consapevole, rispettosa, gioiosa. E poi? Tanto altro:

– seguire un’alimentazione appropriata: (consumo ridotto di caffeina, zuccheri, grassi animali; dieta ricca di vegetali, cibi integrali);

–  svolgere attività fisica costante: il corpo è fatto per muoversi, e il movimento attiva la circolazione, tonifica i muscoli, favorisce la produzione di endorfine, produce benessere; per contro, concedersi un adeguato numero di ore di sonno per rigenerarsi;

– curare la vita di relazione (affetti, amici) e gestire in maniera sensata le proprie giornate (c’è un tempo per ogni cosa…); essere curiosi, non smettere mai di imparare, accrescere la propria cultura: tutti elementi che favoriscono l’autostima e lo stare bene con sè stessi e con gli altri; coltivare il senso dell’umorismo… : )

– accettare serenamente i cambiamenti che il corpo subisce negli anni.

Se ancora non basta, parlarne con un medico può fornire ciò che manca per affrontare il problema e risolverlooo!

(*) – https://intornoallanascita.com/2011/11/03/la-gravidanza-ecologica-3/

https://intornoallanascita.com/2012/02/06/esami-in-gravidanza-il-protocollo-ministeriale/

 

 

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Il puerperio

“Il Signore aggiunse a Mosè: «Riferisci agli Israeliti: quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatrè giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Ma se partorisce una femmina, sarà immonda due settimane come al tempo delle sue regole; resterà sessantasei giorni a purificarsi del suo sangue. Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una figlia saranno compiuti, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Il sacerdote li offrirà davanti al Signore e farà il rito espiatorio per lei; essa sarà purificata dal flusso del suo sangue. Questa è la legge relativa alla donna che partorisce un maschio o una femmina. Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei ed essa sarà monda»”

Effinalmente, diciamo noi… : (

Il brano è tratto dal Levitico, testo biblico, e descrive la percezione collettiva di quell’epoca della donna dopo il parto nella fase che denominiamo puerperio, da puerpera, ossia “donna che ha appena partorito”, a sua volta dal latino puer (fanciullo) e pario (partorisco). Ancora oggi, presso varie culture, persistono rituali, proibizioni e imposizioni riferite a questo periodo, che convenzionalmente si colloca nelle sei settimane successive alla nascita di un bimbo, per comprendervi i fenomeni principali che interessano l’organismo materno fino al ritorno (eventuale, non scontato) della mestruazione, che segna la ripresa dell’attività delle ovaie. Una fase molto particolare, dunque, nella vita della donna, connotata da numerosi cambiamenti personali, fisici ed emotivi, ma anche sociali, influenzando le relazioni interpersonali sia per la trasformazione che subisce l’identità femminile che per gli sforzi di adattamento richiesti dalla nuova condizione. E’ evidente però che lo scadere della sesta settimana non significa nulla in termini pratici, nel senso che non interrompe nè modifica la vita della neomadre, e non sempre è un periodo sufficiente per garantirle recupero fisico e/o psichico: se allatta investe energie supplementari, necessita di riposo, non sempre riprende l’attività sessuale e spesso non ha supporto nella gestione delle altre incombenze quotidiane.

In Italia l’assistenza è incentrata quasi essenzialmente su gravidanza e parto, mentre trascura in maniera consistente di occuparsi della madre e del neonato proprio nel momento in cui essi hanno bisogno di riconoscersi, imparare a convivere, instaurare quel legame lento e graduale fondamentale per la salute globale di entrambi. Eppure in questa fase la donna può ancora sperimentare disagi non indifferenti, legati alla presenza di cicatrici vaginali o addominali (in caso di taglio cesareo), riduzione marcata del tono muscolare dell’addome, alterazioni dello svuotamento della vescica o dell’intestino, problemi di allattamento, difficoltà alla ripresa dei rapporti sessuali, alterazioni dell’umore, o semplicemente vivere con estrema fatica la “banale” riorganizzazione dell’esistenza, sua e del neopadre.

La figura professionale più appropriata per fornirle l’aiuto necessario è quella ostetrica, come riconosciuto dalla normativa che ne regola l’attività: un solo incontro post-parto può capovolgere davvero la situazione, apportando sulla donna, sul suo compagno, sul neonato e sull’ambiente di vita tutto il sostegno e i correttivi necessari per proseguire serenamente la meravigliosa avventura esistenziale iniziata molto tempo prima…

(*) nb. anche la mestruazione o qualunque altra perdita di sangue dai genitali la poneva nella medesima condizione di impurità.

Incontinenza urinaria: un problema sottovalutato

Sembra che parlare di incontinenza urinaria sia davvero difficile, per chi la sperimenta. Eppure stiamo analizzando una questione che riguarda una percentuale consistente di donne (e uomini, ma ci limiteremo a trattare quella femminile). Si tratta delle perdita involontaria di urina, che può interessare anche giovani donne e presentarsi sotto svariate forme, prima o dopo una gravidanza, un parto, un trauma, o favorita dall’obesità, da altre condizioni quali il diabete e dall’assunzione di farmaci che alterano il tessuto vescicale. E’ evidente che comporta un disagio difficile da arginare, e nel contempo viene spesso considerata dalla donna come “naturale”, sicchè ci si abitua a conviverci, raramente riportando al medico questo dettaglio non trascurabile della propria esistenza. Eppure si tratta di un inconveniente che si può affrontare, innanzitutto parlandone: durante una visita ginecologica, ad esempio, oppure con l’ostetrica, figura cardine, quando opportunamente formata, nella rilevazione del problema e anche nella sua soluzione, all’interno di un’équipe in cui ogni altro membro fa la sua parte (urologo, ginecologo, proctologo, fisioterapista).

Il passo successivo consisterà nel valutare la dimensione del problema, le sue cause, gli strumenti più appropriati per risolverlo. Perchè la bella notizia è che si può risolvere nella stragrande maggioranza dei casi, e sempre di più stanno nascendo centri specializzati (ambulatori dell’incontinenza) nell’affrontarlo sotto tutti i punti di vista, senza improvvisazioni. Dunque, al bando timori, senso di disagio o vergogna, contattare il centro più vicino e affidarsi con fiducia a chi può porvi rimedio!!

Elenco centri incontinenza italiani:

http://www.finco.org/centri-finco.html

La coppia prima e dopo il parto

Questo bel dipinto di Jack Vettriano ben si presta per affrontare l’argomento…

Se ne parla poco, si evita generalmente il discorso, o a volte lo si affronta in punta di piedi, spingendosi a porre domande non sempre esplicite al medico o all’ostetrica, ma solo se l’intimità della relazione lo permette: la vita di una coppia subisce uno scossone consistente sia durante la gravidanza che dopo il parto, a volte in maniera tale da compromettere la serenità della convivenza presente e futura. La nascita del primo figlio produce la più forte crisi “transizionale” nell’arco della vita a due.

Una coppia formata da poco, per esempio, può non avere ancora basi emotive, di affiatamento e anche una condizione pratica (occupazione, abitazione) sufficienti a fronteggiare un evento come l’arrivo di un bimbo e l’impegno necessario per crescerlo. A distanza di mesi o anni, quando il figlio inizia a staccarsi dall’adulto e ad acquisire autonomia, può apparire in tutto il suo spessore la lacuna relazionale lasciata in disparte dalla gravidanza in poi.

Un legame che invece si protrae da molto tempo può patire l’interruzione della routine indotta dalla presenza del neonato, dai suoi bisogni distribuiti nelle 24 ore e dalla difficoltà di riorganizzare la propria vita secondo schemi totalmente differenti.

Ma in qualunque situazione  la coppia deve risistemare il proprio assetto pratico, emotivo, fisico. Il problema più grande è proprio legato al fatto che donne e uomini poco o nulla parlano di questo aspetto della vita. Invece tirarlo fuori aiuta a condividere ansie, timori, a maturare come persone e getta le basi per proseguire il cammino nel sostegno reciproco, nella comprensione delle proprie debolezze e di quelle dell’altro/a, nella crescita emotiva che fa bene a sè stessi e ai propri bambini…

Indagini e ricerche suggeriscono che i neopapà riportano maggiori elementi di insoddisfazione nel passaggio da coppia a famiglia. La situazione sociale attuale produce disagi più marcati, per via dell’aumento del senso di solitudine, della percezione di “sentirsi in gabbia”, gravata da sensi di colpa e da sentimenti che sorprendono la coppia, perchè riferiti spesso diversi da quelli preventivati.

Una riflessione della dott.ssa Alessandra Graziottin aiuta a focalizzare le dinamiche emozionali connesse con il diventare genitori:
“La percentuale di uomini che giudica “buona” la qualità della relazione di coppia passa dall’84 per cento al 48 per cento dopo la nascita del primo figlio, con un crollo ancora più deciso per la qualità della vita sessuale, giudicata buona dal 69 per cento degli uomini prima della nascita e solo dal 28 per cento di loro, dopo.

Come cambia la relazione d’amore con la nascita del primo figlio?
Il diventare genitori trasforma in modo sostanziale la relazione coniugale. Tre sono le grandi componenti della relazione di coppia: la dimensione romantico-erotica, quella di complicità amicale, e quella di solidarietà. Con la nascita del piccolo e il massiccio investimento di energia e di tempo che richiede, si riducono a picco la dimensione romantico-erotica e quella di complicità amicale, mentre sale e diventa prioritaria la solidarietà. Aspetto importante per la cura del piccolo ma che, esasperato, uccide l’intimità e l’erotismo, finendo per colpire al cuore la stessa soddisfazione coniugale.

Quali sono i fattori che mettono a rischio la coppia?
La rapidità e la gravità del crollo della soddisfazione affettiva hanno tre fattori predittivi principali: 1) gli atteggiamenti negativi del partner nei confronti della moglie (incluse le gelosie più o meno segrete che il neopapà nutre nei confronti del figlio e dell’esclusività di legame tra il piccolo e la madre, specie se lei esaspera questa contrapposizione); 2) la delusione coniugale del marito nei confronti del legame (percepito come noioso, faticoso, poco erotico); 3) la percezione di uno o entrambi i partner di una vita coniugale “caotica”, specie dopo la nascita del piccolo.

Quali fattori proteggono la coppia dalla crisi dopo il primo figlio?
Tre sono anche i fattori protettivi, che aiutano o migliorano la soddisfazione coniugale dopo la nascita del piccolo: 1) la tenerezza del neopapà verso la moglie, e non solo verso il bambino; 2) un’alta considerazione di lei e del valore della coppia; 3) la considerazione in cui lei tiene il compagno e la relazione di coppia.

Che cosa si può fare per recuperare una buona soddisfazione coniugale?
Innanzitutto, bisogna prepararsi con cura al diventare genitori, senza arrendersi alle emozioni negative che spesso irrompono dopo la prima euforia. Bisognerebbe riuscire a mantenere un proprio spazio, senza triangolare sempre sul figlio: è prezioso avere ancora una sera alla settimana per sé… meglio se con l’aiuto di una persona di famiglia che guardi il piccolo, così da uscire in piena serenità. La neomamma dovrebbe evitare di fare “coppia fissa” con il figlio, specie se maschio, mantenendo un giusto equilibrio di attenzione anche nei confronti del partner.”

Un’ostetrica esperta può davvero fare molto per le donne e le coppie, prima e dopo il parto: preparare entrambi a una nascita senza traumi ed emotivamente intensa, sostenere globalmente la neomamma nel suo adattamento alla nuova condizione, aiutandola anche a superare i problemi fisici che ostacolano l’intimità sessuale con opportuni interventi di rieducazione della muscolatura vaginale, consigliando un idoneo sistema contraccettivo per eliminare i timori di una nuova gravidanza, insegnando esercizi di recupero fisico importanti non solo per la postura, ma anche per il ripristino di una buona percezione di sè. Anche i neopadri possono trovare in essa un’alleata preziosa, con cui condividere le stesse emozioni, le medesime paure della compagna, e da cui magari ricevere quel supporto che si pensa sia così difficile da chiedere e da far comprendere…

Sviluppo fetale e identità sessuale

Non è una riflessione frequente, quella sull’identità di genere delle persone, ma la vita di chi presenta situazioni non riconducibili all’eterosessualità, abitualmente intesa come condizione “normale” dell’individuo, o alterazioni nella corrispondenza tra sesso fisico e sesso psichico non è semplice, nè è facile aprire un confronto su queste tematiche con la maggior parte del genere umano, perchè l’ignoranza regna sovrana.

L’omosessualità, ad esempio, è una condizione presente a livello planetario e riguardante circa il 10% della popolazione maschile e femminile, a tutte le latitudini; essa è stata ed è tuttora oggetto di studio approfondito, ma non si è ancora giunti a individuarne  le motivazioni. Un’indagine recente ipotizza che all’origine di una preferenza per individui appartenenti al proprio sesso potrebbero esserci fattori epigenetici, ereditabili, che non riguardano i geni, ma le modalità della loro espressione, concetto di non facile comprensione per i non addetti ai lavori, ma che apre grandi spazi per capire (*), perchè questo dovrebbe essere l’obiettivo di chiunque osservi il mondo senza pregiudizi e soprattutto nel rispetto della diversità, quando non disturba la vita altrui.

I disordini veri e propri dello sviluppo sessuale esistono invece, e si possono presentare sotto varie forme: derivare ad esempio da un’alterazione dello sviluppo dei genitali interni ed esterni durante la vita fetale, che porta alla nascita di bambini con ambiguità sessuale, cioè non immediatamente riconoscibili come maschi o femmine. Spesso, infatti, a seguito di tali alterazioni  non è possibile effettuare una immediata attribuzione del sesso di appartenenza alla nascita, ma occorre effettuare apposite indagini diagnostiche. Si tratta in questi casi di una condizione estremamente complessa intanto dal punto di vista della gestione psicologica del bambino, nonché della famiglia (come allevare un piccino affetto da questa anomalia, come un maschio o come una femmina?), e che necessita di diversi supporti (psicologico, medico, chirurgico).

Un tempo, queste condizioni venivano chiamate con termini quali Pseudoermafroditismo maschile o femminile, Ermafroditismo o simili. Questo linguaggio determinava situazioni di disagio grave per il minore, quindi è stato abbandonato, grazie all’affermarsi di una diversa cultura e sensibilità, in particolare sotto la spinta delle associazioni di persone che, vivendo il problema, hanno  sottolineato l‘impatto psicologico negativo per loro stessi e per le loro famiglie legato all’uso di termini che facevano direttamente riferimento ad anomalie dell’apparato genitale.

Facciamo un esempio, per capire meglio la complessità di queste riflessioni: è sufficiente il deficit di una (una sola!) sostanza molto specifica, che dovrebbe intervenire in alcuni meccanismi ormonali nel testicolo, per produrre una condizione con incompleta differenziazione dei genitali maschili in maschi con normale patrimonio genetico. La mancanza di testosterone, sostanza ormonale tipicamente maschile, nel testicolo fetale dà origine a individui geneticamente maschi, ma con genitali esterni femminili.

Proviamo ora a immaginare quale ambiente famigliare e sociale trovano questi bambini: anche se alcuni, con difetti meno evidenti, vengono cresciuti come maschi, quelli con alterazioni più gravi di solito sono cresciuti come femmine fino a quando, alla pubertà e per effetto di variazioni ormonali complesse, sviluppano segni di virilizzazione (ingrossamento fallico, caratteristiche sessuali maschili secondarie) e aumento del volume mammario…dunque, come la mettiamo dal punto di vista del bambino, che crescendo sperimenta sul proprio corpo e nella psiche una condizione certamente molto difficile, fonte di grave disagio?

Questo tipo di anomalia è spesso sottodiagnosticato nell’infanzia, e viene evidenziato solo alla pubertà, quando inizia l’attività delle ghiandole sessuali, e che succede allora? Dipende dalla gravità delle alterazioni: individui geneticamente maschi, cresciuti come femmine, a quel punto non hanno mestruazioni e sviluppano una produzione di peli tipicamente maschile, oppure se cresciuti come maschi, vanno incontro a sviluppo mammario e incompleto sviluppo dei genitali.

Se la diagnosi viene posta alla nascita, l’attribuzione del genere deve essere ben meditata, a seconda dei risultati attesi dalla chirurgia plastica mascolinizzante dei genitali. Se viene assegnato il sesso femminile, devono essere eseguite la chirurgia plastica femminilizzante dei genitali e altri aggiustamenti chirurgici. E’ anche disponibile la diagnosi prenatale, per situazioni ben definite.

Il differenziamento sessuale avviene durante la vita intrauterina, ed è un processo complesso in cui intervengono molti fattori in sequenza tra loro: l’inquinamento ambientale, la trascuratezza nella prevenzione e nella cura della salute delle persone e soprattutto delle donne in gravidanza sono elementi potenzialmente capaci di alterarli. Se uno solo di questi subisce interferenze, le conseguenze sono sempre importanti!

In pratica, ne può derivare la mancata corrispondenza tra sesso genetico e sesso apparente,  perchè alterazioni dei meccanismi di differenziazione sessuale comportano uno sviluppo anomalo degli organi sessuali. Queste possono verificarsi in tutte le fasi dello sviluppo embrionale, per effetto di interferenze anche ambientali su e le conseguenze pertanto sono diverse per ciascun tipo di errore, generando anomalie di vario tipo.

I meccanismi naturali che determinano lo sviluppo di un nuovo essere vivente sono delicatissimi, complessi, possono essere turbati e deviati con facilità, perciò la nostra attenzione deve rivolgersi a tutto ciò che li protegge, li favorisce, senza dimenticare il rispetto totale e la comprensione umana dovuti a chi, senza colpa, porta su di sè il peso di processi che per ragioni difficili da individuare si sono svolti in maniera imperfetta…

L’assistenza in gravidanza e durante il parto: chi e come?

Volendo, una donna potrebbe anche partorire da sola: in giro per il mondo moltissime lo fanno per mancanza di alternative, altre per scelta, convinte di garantire il meglio a sè stesse e al neonato, senza interferenze esterne. Ma se la sopravvivenza e le condizioni di salute di entrambi sono migliorate sensibilmente nel tempo, nei paesi più avanzati, lo si deve alle mutate condizioni sociali, sanitarie, e anche alla comparsa sulla scena di persone competenti, in grado di rilevare elementi di deviazione dalla norma o di rischio per mamma e bambino durante la gravidanza o al momento del parto, capaci inoltre di supportare il ruolo genitoriale nella delicata fase post parto.

Tralasciamo il dettaglio (non trascurabile!) che questi eventi hanno subito anche una medicalizzazione esasperata, attualmente messa molto in discussione non soltanto da movimenti crescenti di donne stufe di subire interventi non necessari e spesso almeno fastidiosi, ma anche da serissimi studi scientifici volti a mettere a fuoco cosa davvero serve fare in ambito assistenziale per garantire buoni esiti e cosa no.

Occorre distinguere innanzi tutto tra una condizione di normalità, di cosiddetta fisiologia, e una che invece necessita di una più accurata presa in carico, e di correttivi che richiedono una  diversa competenza: le due figure sanitarie cardine dell’assistenza, ciascuna dotata di propria autonomia e con spazi di responsabilità ben delineati, sono quelle dell’ostetrica e del medico specialista (ginecologo/ostetrico).

Il ginecologo interviene in tutte le situazioni in cui si profila un rischio, anche potenziale, mentre l’ostetrica ha la possibilità di gestire interamente da sola tutte le fasi della gestazione, del parto e del puerperio che si mantengono in ambito fisiologico, intrattenendo con la donna un rapporto abitualmente molto più improntato alla vicinanza emotiva di quanto lo sia quello con il medico. La relazione richiede tempo, e il fattore tempo diventa spesso determinante anche sulla qualità dell’intervento “tecnico”.

La formazione dell’ostetrica avviene attraverso un corso di laurea triennale, durante il quale lo studio teorico si integra con la pratica ospedaliera e ambulatoriale. Le sue competenze sono davvero tante e molto legate alle varie fasi della vita femminile (dalla nascita alla vecchiaia), ma estese alla coppia, al neonato, al bambino e all’adolescente. L’ostetrica può trovare spazi d’intervento sul piano dell’informazione, dell’educazione sanitaria, dell’intervento diretto in sala parto, sala operatoria, reparto ostetrico/ginecologico e neonatologico, consultorio territoriale e in molte altre situazioni correlate con l’esigenza di promozione della salute, intesa in senso lato, in veste di dipendente o in regime di libera attività.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha da tempo riconosciuto il ruolo fondamentale ed insostituibile di questa professionista, che attraverso adeguata formazione e acquisizione di esperienza pratica può realmente operare a 360 gradi, con strumenti relativamente semplici, modificando le condizioni sanitarie della popolazione fin dalla nascita, specialmente quando l’assistenza è fornita in maniera continuativa dalla medesima persona e in sinergia con le altre figure.

Peccato che in Italia sia così poco valorizzata dalle istituzioni e scarsamente conosciuta dalle donne, prime beneficiarie delle sue variegate competenze…

Per approfondire:

http://www.fnco.it/codice-deontologico.htm

Donna e Madre

“Prese in braccio la bambina e non la depose mai, girava con lei attaccata al petto, allattandola di continuo, senza orario fisso e senza preoccuparsi delle buone maniere o del pudore…”

“La casa degli spiriti” – Isabel Allende

Ecco, una neomadre si presenta pressappoco cosí, e non sempre una donna dei nostri tempi gioisce al pensiero astratto di questa condizione, stentando a volte a lasciare da parte l’immagine che ha di sé, concentrata sul proprio io, pur aperto ad un compagno, agli amici, ai parenti.

Uno potrebbe anche dire: uomo & padre, ma é diverso, no? La biologia fa la sua parte, e su questo non si puó obiettare, poi la cultura fa il resto, o meglio “le” culture: possedere un utero, sentir muovere un cosino, veder la pancia diventare globosa e considerare tutto questo un valore, una tappa dell’esistenza creativa, intensa e faticosa perché assorbe energie fisiche e psichiche, oppure no. Nella societá occidentale, il ruolo della donna é cambiato radicalmente nel momento in cui si é trasformato il modo di educare le bambine, mentre il ruolo materno é rimasto lo stesso: si chiede alle neomadri di occuparsi ancora dei figli come se la loro vita si svolgesse solo all’interno di un rapporto di coppia in cui il padre provvede alle necessitá della famiglia e la madre resta tra le mura domestiche ad occuparsi del resto. Sappiamo bene che invece lo scenario é cambiato, eccome!

Proprio per questo, peró, dal momento che una donna puó anche decidere di non diventare madre e di impegnarsi in altre attivitá, quando invece  progetta di fare figli ha un’opportunitá straordinaria: informarsi, scegliere per sé e per il suo bambino, nell’ambito del rapporto di coppia, la strada migliore per crescere insieme, a partire dalla gravidanza che rappresenta un’occasione imperdibile di acquisizione di strumenti per gestire in prima persona la propria vita, per proseguire con il parto (dove e come accogliere il neonato) e l’accudimento del bimbo. Dal momento in cui si decide di procreare, occorre imparare a scegliere per il nuovo essere, fino a quando non sará in grado di farlo da solo, e non é cosa facile, però é una bella palestra anche per sé stessi…

Ma entrare in questa dimensione significa soprattutto dare significato e valore al proprio essere donna, che diventa madre attraverso un’esperienza fisica e interiore intensa, faticosa ed esaltante, senza abbandonare l’immagine di sé, che invece si arricchisce in maniera speciale…

Per allargare la riflessione e gli orizzonti:

“Mamma a modo mio” – Elisabetta Ambrosi – Urra Edizioni

http://www.urraonline.com/libri/9788850332342/scheda