La nascita umana tra istinto e cultura

Dobbiamo a Michel Odent, pioniere della nascita naturale, rispettata, non invasa dalla tecnologia inutile, una serie di riflessioni estremamente lucide e rigorose sulla componente istintuale del parto e su tutto quanto può interferire, anche compromettendolo, nel processo delicato che conduce una donna a dare alla luce il suo bambino. In un bel libro, Le funzioni degli orgasmi – Terra Nuova Edizioni, che analizza più in generale tre fondamentali processi umani quali nascita, allattamento e accoppiamento dal punto di vista delle analogie fisiologiche, si può leggere questa interessante e affascinante analisi:

Il riflesso di eiezione del feto
“Risalire fino in fondo la scala della nascita, fino al punto culminante, equivale a partorire grazie al riflesso di eiezione del feto. Quest’espressione è stata coniata da Niles Newton negli anni Sessanta quando studiava i fattori ambientali che possono disturbare il parto nei topi. Vent’anni più tardi, con il suo consenso, io stesso proposi di salvarla dall’oblio: ero convinto che sarebbe stato un concetto chiave per indurre una comprensione radicalmente nuova del processo del parto nell’essere umano.
La differenza fondamentale tra topo ed essere umano è lo sviluppo della neocorteccia, una nuova parte del cervello, enorme e potente. Essa si trova sopra le strutture cerebrali più arcaiche che ci accomunano a tutti gli altri mammiferi. Quando la neocorteccia si trova a riposo, cioè è, per così dire, ‘spenta’, l’essere umano presenta maggiori similitudini fisiologiche con un topo.

Siamo di fronte a un autentico riflesso di eiezione del feto se il neonato umano nasce a seguito di una serie di contrazioni irresistibili, che non lasciano spazio ad alcun movimento volontario. In tali circostanze, è evidente che la neocorteccia – la parte del cervello preposta all’attività intellettiva – si è messa a riposo e non controlla più le strutture arcaiche del cervello che regolano le funzioni vitali, come il parto. Una donna ‘civilizzata’ può arrivare a comportarsi in modi che sarebbero di norma considerati inaccettabili: può gridare, dire parolacce o essere molto maleducata, per esempio. Sembra che si estranei da questo mondo e può arrivare a dimenticare tutto ciò che ha imparato e quali fossero, inizialmente, i suoi progetti. Durante un riflesso di eiezione del feto, una donna può ritrovarsi nelle posizioni più inattese e stravaganti, spesso ‘mammifere’ – vale a dire ‘quadrupedi’. La donna sembra trovarsi su ‘di un altro pianeta’. Al momento stesso della nascita e nei primi minuti che seguono, all’inizio quindi dell’interazione con il bambino appena nato, si ha proprio l’impressione che la madre si trovi in uno stato estatico.

L’interpretazione del riflesso di eiezione del feto ci porta a comprendere come la riduzione dell’attività del nuovo, potente cervello sia la soluzione escogitata dalla Natura per superare l’handicap specificatamente umano nel periodo attorno alla nascita. Una delle ragioni per le quali il parto nella specie umana risulta difficoltoso, se paragonato al parto degli altri mammiferi, sta precisamente nell’enorme sviluppo della neocorteccia.

Lo sviluppo di questo ‘cervello dell’intelletto’, in certe situazioni, risulta d’impedimento, poiché è fonte di inibizioni, specialmente nel momento della nascita, ma anche in ogni altra forma di esperienza sessuale.

Raggiungere la vetta
Sono molteplici i motivi per cui, fino a un’epoca recente, si è ignorata l’esistenza del riflesso di eiezione del feto nell’essere umano. La ragione principale è che non vengono quasi mai soddisfatti i bisogni fondamentali della donna quando partorisce, vale a dire mentre sta risalendo fino al punto culminante della scala della nascita. Non vengono soddisfatti, perché non sono compresi. Tuttavia, al giorno d’oggi, siamo in grado di spiegare quali siano questi bisogni: la donna durante il travaglio ha bisogno di sentirsi protetta da ogni stimolazione della neocorteccia. Dato che il linguaggio è uno stimolo specificatamente umano del ‘cervellone neocorticale’, possiamo comprendere l’importanza del silenzio. Quando una donna è in travaglio, il linguaggio dovrebbe essere usato con estrema cautela, solo quando è assolutamente necessario. Ci vorrà molto tempo per riscoprire l’importanza del silenzio e per accettare che la principale qualità di un’ostetrica sia la capacità di tacere.

Anche la luce è un noto stimolo della neocorteccia. C’è differenza tra un’illuminazione soffusa e una intensa. È risaputo che esiste un ‘ormone del buio’, la melatonina. Viene secreto di notte dalla ghiandola pineale (l’epifisi) per ridurre l’attività della neocorteccia e favorire in questo modo il sonno. Sono considerazioni importanti nell’era dell’elettricità. A questo proposito, dobbiamo inoltre specificare che la vista è ‘il più intellettuale’ tra gli organi di senso. È significativo come spesso una donna, quando non è influenzata da ciò che ha letto o che le è stato insegnato, spontaneamente assuma posizioni che hanno l’effetto di eliminare ogni stimolo visivo: si mette per esempio carponi, come se stesse pregando.
Sentirsi osservati, e di conseguenza giudicati, è un’altra situazione che tende ad attivare la neocorteccia. Giungiamo a questa conclusione sia con il buon senso che grazie alla ricerca scientifica. A molti risulta difficile comprendere che la privacy, in altre parole il fatto di non sentirsi osservati, sia un bisogno fondamentale. Nei libri e nei convegni sul parto naturale vengono, di solito, presentati filmati che illustrano la situazione più ‘innaturale’ possibile per partorire: due o tre persone (più una telecamera!) sono di fronte alla futura madre. Eppure è risaputo che, quando si osserva un fenomeno, lo si trasforma, anzi questo principio è addirittura diventato un luogo comune. Ciò è particolarmente vero nel caso di una funzione vitale basilare come il parto. La percezione di un possibile pericolo è un altro esempio di una tipica situazione che implica attenzione e stato di allerta, e, di conseguenza, una stimolazione della neocorteccia. Detto in altri termini, la donna durante il travaglio ha bisogno di sentirsi al sicuro.

Quando si comprende che una donna in travaglio ha bisogno di sentirsi al sicuro, senza tuttavia sentirsi osservata o giudicata, è possibile riconoscere l’origine e la ragione di esistere dell’ostetrica. Pare che le donne abbiamo sempre avuto la tendenza a partorire vicino alla propria madre o, eventualmente, vicino a una madre con esperienza in grado di assumere un ruolo materno. L’ostetrica, originariamente, era una figura materna. In un mondo ideale, la propria madre è il prototipo della persona assieme alla quale ci si sente al sicuro, senza però sentirsi osservati, giudicati o prevaricati. Nella maggior parte delle società umane, tuttavia, il ruolo dell’ostetrica si è progressivamente trasformato. La maggior parte delle lingue oggi parlate condizionano le donne e le inducono ad accettare di non essere capaci di partorire per conto proprio: qualcuno infatti deve ‘farle partorire’. Il risultato è che, progressivamente, l’ostetrica è diventata il più delle volte una figura autoritaria e dominante, che funge da guida e osservatrice. L’ostetrica si è trasformata in una sorta di agente dell’ambiente culturale e ha avuto un ruolo chiave nella trasmissione delle credenze e dei rituali perinatali…”

Vero, così è stato, ma l’ostetrica può invece tornare ad essere proprio quella figura “materna” preziosa capace di sostenere, rispettare e incoraggiare la donna in un momento tanto cruciale quanto delicato e intenso della sua esistenza, mediando tra istinto e cultura…

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