Quando si nasce in casa

Solleva tantissime curiosità, la nascita in casa…a partire dallo sgranare gli occhi, commentando “Ma si usa ancora?”, per proseguire con domande sulla sicurezza, su come ci si organizza, e se si sporca tanto, e come fa la mamma a occuparsi del bebè, quindi si finisce quasi sempre con un “Che bello, però!”…

Già, che bello: proprio così, è un’esperienza tanto singolare e intensa quanto naturale per tutti, mamma, papà, ostetriche, nonni, fratellini e sorelline, vicini di casa. Ciascuno ha qualcosa da dire, da imparare, da riportare agli altri, da condividere, nessuno escluso.

La donna contatta l’ostetrica in gravidanza, e insieme al suo compagno si fa una prima, bella chiacchierata informativa; se vuole, si fa seguire da lei e finchè tutto rientra nella norma ci si incontra una volta al mese, nella sua casa, tra una tazza di the, la compilazione dei documenti di rito e la messa a punto degli aspetti organizzativi. Il materiale da predisporre per il parto è poca roba, le incombenze per il quasipapà limitate ma importanti, e pian pianino ci si avvicina al momento, preparando il corpo e la mente in maniera appropriata. Tutti i dettagli vengono ben pianificati, e quando le contrazioni arrivano, una chiamata a qualunque ora e l’ostetrica parte con i suoi borsoni. Il controllo del battito del pupo, la visita per verificare a che punto ci si trova, la chiamata di comunicazione alla sala parto dell’ospedale di riferimento in caso di necessità e al 118: due chiacchiere cortesi con gli operatori, che fanno gli auguri alla quasimamma e restano disponibili fino a dopo il parto.

Poi la disposizione di ciò che serve per accogliere il piccolo, dell’ambiente per creare intimità e comfort, del necessario per assistere materialmente tutte le fasi del parto, con calma, luci soffuse, magari una musica di sottofondo e una candelina profumata accesa. Se la stagione è fredda, si riscalda un pò di più la stanza in cui avverrà l’evento, quindi ci si concentra in silenzio sul travaglio, sulla mamy che affronta questa prova cruciale destinata a cambiare la sua esistenza, coinvolgendo il papà che armeggia con olio e massaggi sulla schiena ad ogni contrazione, e coccola e abbraccia.

Ogni tanto ci scappa un caffè per l’ostetrica, specie durante la notte! 😉

Poi arriva finalmente il tanto atteso “sento spingere”, e allora ci si prepara proprio tutti all’accoglienza, nel rispetto dei tempi necessari a mamma e bimbo per giungere al distacco, preludio all’esplosione di gioia somigliante ad una scarica potente di energia che colpisce ogni cellula del corpo, invade la mente e la annebbia nella felicità…

Il neonato è lì, sulla pancia e tra le braccia della mamma, coccolata a sua volta da papà, in un tempo sospeso di emozioni che annichiliscono, poi il piccino cerca il seno, succhia con vigore, si appaga e rasserena: non gli è stato sottratto nulla, tutto resta, solamente in un’altra forma.

La vita prosegue: chi armeggia con le foto, chi ha bisogno di silenzio assoluto, chi sente l’impellenza di dirlo al mondo con tutti i mezzi tecnologici a disposizione, chi chiama i fratellini a vedere e toccare il miracolo di un cucciolo roseo appiccicato alla pancia della mamma e riscaldato dal suo tepore: ciascuno può trovare il proprio personale modo di vivere questo momento, in libertà.

Con calma si prepara una vaschetta di acqua calda, e i neogenitori si cimentano con l’immersione del piccolo, giocando e contemplandolo per un pò, fino a quando si rilassa, poi lo si veste insieme e nanna tra le braccia, nel lettone. Mamma ha una fame vorace, e le si prepara un buon pasto energetico.

Nel frattempo, l’ostetrica sbriga varie faccende (tante!) tenendo d’occhio la situazione; dopo qualche ora, controlla che tutto sia tranquillo e se ne va, per tornare a visitare la mamy e il neonato nei giorni seguenti, e fino a un mese dal parto. Semplice, no?… 🙂

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Letture sotto l’ombrellone

Un piccolo consiglio di lettura, assai singolare, che mette insieme il racconto di vita vissuta, l’ironia, la tragicità, la bellezza e la tenacia della vita stessa, una professione difficile e speciale come quella dell’ostetrica e la meraviglia della nascita, pur se spesso circondata dal disagio. Non sempre un bambino nasce desiderato, come vorremmo che fosse, anzi! Ancora nel terzo millennio su questo pianeta buona parte degli umani vede la luce per caso, disgrazia, incidente di percorso, pura biologia, e il destino di ognuno resta segnato dal luogo e dalle condizioni socio-economiche che trova quando fa capolino dal ventre materno. Leggere “Chiamate la levatrice” (*) apre una finestra sulla realtà di quel periodo triste, in una città che si fatica persino a riconoscere in quella che attualmente si presenta ai nostri occhi.

Il librino lo ha scritto Jennifer Worth, personalità variegata, infermiera/levatrice (secondo il termine in uso all’epoca) nella Londra degli anni’50, successivi a una guerra sanguinosa e devastante, poi musicista e infine, ispirata dai ricordi, scrittrice di una trilogia di cui fa parte questo testo, l’unico al momento tradotto in italiano. E per chi volesse anche appagare il bisogno di immagini, c’è pure la versione televisiva, che nel Regno Unito ha avuto un record inaspettato di ascolti e in Italia viene trasmessa da Retequattro (**).

Dalla scheda dell’editore (Sellerio):
“La cronaca, quasi un diario, delle giornate di una levatrice nell’East Side di Londra inizi anni Cinquanta. Con lei si entra nella realtà delle Docklands, vite proletarie che sembrano immagini della plebe ottocentesca più che cittadini lavoratori del democratico Novecento. Si entra in questa desolazione impensabile con una voglia di verità quotidiana raramente riscontrabile in un libro, ma anche con una rispettosa allegria, con la sicura fiducia che quel mondo stia per finire, senza rimpianti, grazie ai radicali cambiamenti apportati dal Sistema sanitario nazionale appena nato. Come poi fu, almeno fino ad oggi.
La fresca verve di Jennifer Worth, nel trattare una materia così cruda, crea una formula ingegnosa (e di grande successo sia letterario che come fiction televisiva). L’eroismo quotidiano di interventi clinici spesso drammatici, si mescola alla denuncia sociale, alla fiamma inestinguibile dei sentimenti umani, e alla ricchissima quantità di storie e ritratti. Accanto a questi, la galleria, tenera, nobile e a tratti comica, delle giovani levatrici e delle suore del convento di Nonnatus House, da cui le ragazze dipendevano professionalmente e dove abitavano. Su questa testimonianza aleggia un lieve «effetto Dickens» con un tocco di innocente gaiezza, che però non nasconde un monito evidente a favore delle politiche sociali solidaristiche, a non smantellare, per la scarsa memoria del passato, gli strumenti che hanno permesso di diffondere dignità umana.”

Buona lettura e buone vacanze, comunque e dovunque si svolgano!! 🙂

 

(*)  – sellerio.it/it/catalogo/Chiamate-Levatrice/Worth/7354

(**) – http://www.mediaset.it/rete4/articoli/l-amore-e-la-vita-call-the-midwife-2_542.shtml

 

 

 

 

 

 

Nutrire per crescere


Il verbo nutrire assume vari significati, ma quelli più suggestivi ci vengono proposti dall’enciclopedia Treccani: “Il fatto di alimentare, di fornire materia allo svilupparsi di sentimenti, e il mezzo stesso, la materia che dà alimento (nutrimento): dare, fornire nall’amicizia, all’amore, all’ira, al dolore, alla disperazione“, e anche “quanto contribuisce ad arricchire le facoltà spirituali e intellettuali, e l’effetto che ne deriva: letture che danno nalla mente, allo spirito”. Dunque, si può dare nutrimento non soltanto al corpo, ma anche alla parte emotiva della nostra natura, quella che ci permette di sperimentare sensazioni, desideri e di arricchire la vita di consapevolezza, nella buona e nella cattiva sorte…

Proviamo a trasferire questo concetto all’attesa di un figlio, cioè all’evento più intenso della vita, quello che amalgama corpo e mente di una donna in un’unica massa di percezioni mai provate prima: non necessita anche, e soprattutto, questa condizione, di un nutrimento speciale, fatto di attenzioni, cure, assistenza competente, informazioni corrette, strumenti per scegliere in libertà? E avere a disposizione tutto questo non permette di crescere, preparandosi ad affrontare il ruolo di genitore sentendosi più forti, capaci, consapevoli della propria abilità per gran parte innata, pronte a padroneggiare la situazione nuova con la serenità di chi sa di possedere dentro di sè tutto quanto serve per farlo nel modo giusto?

Chi può aiutare la donna a raggiungere obiettivi apparentemente così ambiziosi? La figura professionale che in Italia è riconosciuta dal Ministero della Salute come quella idonea a farlo: l’ostetrica, professionista formata specificamente per prendersi cura della donna, del neonato, della coppia e della famiglia (*). Le sue competenze spaziano, in base all’esperienza che acquisisce nel suo percorso professionale, ma quando si affianca alla donna in attesa può davvero diventare promotrice di salute presente e futura per lei e per il suo bambino, senza trascurare gli altri membri della famiglia, in primis il padre del bebè. E’ fondamentale per una donna che sente il bisogno di essere sostenuta in maniera globale, desidera progettare un parto naturale, vissuto come normale processo biologico ma in sicurezza, con interventi esterni limitati ai casi di reale necessità. La vicinanza di un’ostetrica è associata ad un’evoluzione della gravidanza più fisiologica, con significativo abbattimento degli interventi inutili su mamma e neonato lungo tutto il percorso-nascita, a migliori esiti in termini di riduzione di tagli cesarei e uso di analgesia farmacologica, ad aumento dei parti spontanei non complicati e degli allattamenti naturali. In generale, tende a disporre di più tempo da destinare al dialogo e ai bisogni emotivi e fisici connessi con la nuova condizione, e ad aiutare maggiormente la donna a focalizzare che tipo di esperienza vuole vivere, supportandola nelle sue decisioni senza compromettere la sicurezza dell’evento, rispettando le sue scelte.

Trovare un’ostetrica non è difficile, e se non si crea feeling con una si prova a cercarne un’altra, un pò come si fa con il parrucchiere… ; )

(*)  http://www.fnco.it/codice-deontologico.htm

L’assistenza in gravidanza e durante il parto: chi e come?

Volendo, una donna potrebbe anche partorire da sola: in giro per il mondo moltissime lo fanno per mancanza di alternative, altre per scelta, convinte di garantire il meglio a sè stesse e al neonato, senza interferenze esterne. Ma se la sopravvivenza e le condizioni di salute di entrambi sono migliorate sensibilmente nel tempo, nei paesi più avanzati, lo si deve alle mutate condizioni sociali, sanitarie, e anche alla comparsa sulla scena di persone competenti, in grado di rilevare elementi di deviazione dalla norma o di rischio per mamma e bambino durante la gravidanza o al momento del parto, capaci inoltre di supportare il ruolo genitoriale nella delicata fase post parto.

Tralasciamo il dettaglio (non trascurabile!) che questi eventi hanno subito anche una medicalizzazione esasperata, attualmente messa molto in discussione non soltanto da movimenti crescenti di donne stufe di subire interventi non necessari e spesso almeno fastidiosi, ma anche da serissimi studi scientifici volti a mettere a fuoco cosa davvero serve fare in ambito assistenziale per garantire buoni esiti e cosa no.

Occorre distinguere innanzi tutto tra una condizione di normalità, di cosiddetta fisiologia, e una che invece necessita di una più accurata presa in carico, e di correttivi che richiedono una  diversa competenza: le due figure sanitarie cardine dell’assistenza, ciascuna dotata di propria autonomia e con spazi di responsabilità ben delineati, sono quelle dell’ostetrica e del medico specialista (ginecologo/ostetrico).

Il ginecologo interviene in tutte le situazioni in cui si profila un rischio, anche potenziale, mentre l’ostetrica ha la possibilità di gestire interamente da sola tutte le fasi della gestazione, del parto e del puerperio che si mantengono in ambito fisiologico, intrattenendo con la donna un rapporto abitualmente molto più improntato alla vicinanza emotiva di quanto lo sia quello con il medico. La relazione richiede tempo, e il fattore tempo diventa spesso determinante anche sulla qualità dell’intervento “tecnico”.

La formazione dell’ostetrica avviene attraverso un corso di laurea triennale, durante il quale lo studio teorico si integra con la pratica ospedaliera e ambulatoriale. Le sue competenze sono davvero tante e molto legate alle varie fasi della vita femminile (dalla nascita alla vecchiaia), ma estese alla coppia, al neonato, al bambino e all’adolescente. L’ostetrica può trovare spazi d’intervento sul piano dell’informazione, dell’educazione sanitaria, dell’intervento diretto in sala parto, sala operatoria, reparto ostetrico/ginecologico e neonatologico, consultorio territoriale e in molte altre situazioni correlate con l’esigenza di promozione della salute, intesa in senso lato, in veste di dipendente o in regime di libera attività.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha da tempo riconosciuto il ruolo fondamentale ed insostituibile di questa professionista, che attraverso adeguata formazione e acquisizione di esperienza pratica può realmente operare a 360 gradi, con strumenti relativamente semplici, modificando le condizioni sanitarie della popolazione fin dalla nascita, specialmente quando l’assistenza è fornita in maniera continuativa dalla medesima persona e in sinergia con le altre figure.

Peccato che in Italia sia così poco valorizzata dalle istituzioni e scarsamente conosciuta dalle donne, prime beneficiarie delle sue variegate competenze…

Per approfondire:

http://www.fnco.it/codice-deontologico.htm

La nascita umana tra istinto e cultura

Dobbiamo a Michel Odent, pioniere della nascita naturale, rispettata, non invasa dalla tecnologia inutile, una serie di riflessioni estremamente lucide e rigorose sulla componente istintuale del parto e su tutto quanto può interferire, anche compromettendolo, nel processo delicato che conduce una donna a dare alla luce il suo bambino. In un bel libro, Le funzioni degli orgasmi – Terra Nuova Edizioni, che analizza più in generale tre fondamentali processi umani quali nascita, allattamento e accoppiamento dal punto di vista delle analogie fisiologiche, si può leggere questa interessante e affascinante analisi:

Il riflesso di eiezione del feto
“Risalire fino in fondo la scala della nascita, fino al punto culminante, equivale a partorire grazie al riflesso di eiezione del feto. Quest’espressione è stata coniata da Niles Newton negli anni Sessanta quando studiava i fattori ambientali che possono disturbare il parto nei topi. Vent’anni più tardi, con il suo consenso, io stesso proposi di salvarla dall’oblio: ero convinto che sarebbe stato un concetto chiave per indurre una comprensione radicalmente nuova del processo del parto nell’essere umano.
La differenza fondamentale tra topo ed essere umano è lo sviluppo della neocorteccia, una nuova parte del cervello, enorme e potente. Essa si trova sopra le strutture cerebrali più arcaiche che ci accomunano a tutti gli altri mammiferi. Quando la neocorteccia si trova a riposo, cioè è, per così dire, ‘spenta’, l’essere umano presenta maggiori similitudini fisiologiche con un topo.

Siamo di fronte a un autentico riflesso di eiezione del feto se il neonato umano nasce a seguito di una serie di contrazioni irresistibili, che non lasciano spazio ad alcun movimento volontario. In tali circostanze, è evidente che la neocorteccia – la parte del cervello preposta all’attività intellettiva – si è messa a riposo e non controlla più le strutture arcaiche del cervello che regolano le funzioni vitali, come il parto. Una donna ‘civilizzata’ può arrivare a comportarsi in modi che sarebbero di norma considerati inaccettabili: può gridare, dire parolacce o essere molto maleducata, per esempio. Sembra che si estranei da questo mondo e può arrivare a dimenticare tutto ciò che ha imparato e quali fossero, inizialmente, i suoi progetti. Durante un riflesso di eiezione del feto, una donna può ritrovarsi nelle posizioni più inattese e stravaganti, spesso ‘mammifere’ – vale a dire ‘quadrupedi’. La donna sembra trovarsi su ‘di un altro pianeta’. Al momento stesso della nascita e nei primi minuti che seguono, all’inizio quindi dell’interazione con il bambino appena nato, si ha proprio l’impressione che la madre si trovi in uno stato estatico.

L’interpretazione del riflesso di eiezione del feto ci porta a comprendere come la riduzione dell’attività del nuovo, potente cervello sia la soluzione escogitata dalla Natura per superare l’handicap specificatamente umano nel periodo attorno alla nascita. Una delle ragioni per le quali il parto nella specie umana risulta difficoltoso, se paragonato al parto degli altri mammiferi, sta precisamente nell’enorme sviluppo della neocorteccia.

Lo sviluppo di questo ‘cervello dell’intelletto’, in certe situazioni, risulta d’impedimento, poiché è fonte di inibizioni, specialmente nel momento della nascita, ma anche in ogni altra forma di esperienza sessuale.

Raggiungere la vetta
Sono molteplici i motivi per cui, fino a un’epoca recente, si è ignorata l’esistenza del riflesso di eiezione del feto nell’essere umano. La ragione principale è che non vengono quasi mai soddisfatti i bisogni fondamentali della donna quando partorisce, vale a dire mentre sta risalendo fino al punto culminante della scala della nascita. Non vengono soddisfatti, perché non sono compresi. Tuttavia, al giorno d’oggi, siamo in grado di spiegare quali siano questi bisogni: la donna durante il travaglio ha bisogno di sentirsi protetta da ogni stimolazione della neocorteccia. Dato che il linguaggio è uno stimolo specificatamente umano del ‘cervellone neocorticale’, possiamo comprendere l’importanza del silenzio. Quando una donna è in travaglio, il linguaggio dovrebbe essere usato con estrema cautela, solo quando è assolutamente necessario. Ci vorrà molto tempo per riscoprire l’importanza del silenzio e per accettare che la principale qualità di un’ostetrica sia la capacità di tacere.

Anche la luce è un noto stimolo della neocorteccia. C’è differenza tra un’illuminazione soffusa e una intensa. È risaputo che esiste un ‘ormone del buio’, la melatonina. Viene secreto di notte dalla ghiandola pineale (l’epifisi) per ridurre l’attività della neocorteccia e favorire in questo modo il sonno. Sono considerazioni importanti nell’era dell’elettricità. A questo proposito, dobbiamo inoltre specificare che la vista è ‘il più intellettuale’ tra gli organi di senso. È significativo come spesso una donna, quando non è influenzata da ciò che ha letto o che le è stato insegnato, spontaneamente assuma posizioni che hanno l’effetto di eliminare ogni stimolo visivo: si mette per esempio carponi, come se stesse pregando.
Sentirsi osservati, e di conseguenza giudicati, è un’altra situazione che tende ad attivare la neocorteccia. Giungiamo a questa conclusione sia con il buon senso che grazie alla ricerca scientifica. A molti risulta difficile comprendere che la privacy, in altre parole il fatto di non sentirsi osservati, sia un bisogno fondamentale. Nei libri e nei convegni sul parto naturale vengono, di solito, presentati filmati che illustrano la situazione più ‘innaturale’ possibile per partorire: due o tre persone (più una telecamera!) sono di fronte alla futura madre. Eppure è risaputo che, quando si osserva un fenomeno, lo si trasforma, anzi questo principio è addirittura diventato un luogo comune. Ciò è particolarmente vero nel caso di una funzione vitale basilare come il parto. La percezione di un possibile pericolo è un altro esempio di una tipica situazione che implica attenzione e stato di allerta, e, di conseguenza, una stimolazione della neocorteccia. Detto in altri termini, la donna durante il travaglio ha bisogno di sentirsi al sicuro.

Quando si comprende che una donna in travaglio ha bisogno di sentirsi al sicuro, senza tuttavia sentirsi osservata o giudicata, è possibile riconoscere l’origine e la ragione di esistere dell’ostetrica. Pare che le donne abbiamo sempre avuto la tendenza a partorire vicino alla propria madre o, eventualmente, vicino a una madre con esperienza in grado di assumere un ruolo materno. L’ostetrica, originariamente, era una figura materna. In un mondo ideale, la propria madre è il prototipo della persona assieme alla quale ci si sente al sicuro, senza però sentirsi osservati, giudicati o prevaricati. Nella maggior parte delle società umane, tuttavia, il ruolo dell’ostetrica si è progressivamente trasformato. La maggior parte delle lingue oggi parlate condizionano le donne e le inducono ad accettare di non essere capaci di partorire per conto proprio: qualcuno infatti deve ‘farle partorire’. Il risultato è che, progressivamente, l’ostetrica è diventata il più delle volte una figura autoritaria e dominante, che funge da guida e osservatrice. L’ostetrica si è trasformata in una sorta di agente dell’ambiente culturale e ha avuto un ruolo chiave nella trasmissione delle credenze e dei rituali perinatali…”

Vero, così è stato, ma l’ostetrica può invece tornare ad essere proprio quella figura “materna” preziosa capace di sostenere, rispettare e incoraggiare la donna in un momento tanto cruciale quanto delicato e intenso della sua esistenza, mediando tra istinto e cultura…

Mantieni la calma, e chiama l’ostetrica…

Questa bella immagine potrebbe (e dovrebbe!) comparire in tutti i luoghi dove si affronta un percorso per diventare madre, o per non diventarlo, o per transitare da una dimensione all’altra della vita femminile, dalla nascita alla vecchiaia. Perchè l’ostetrica è la preziosa alleata delle donne innanzi tutto, ma anche dei loro compagni e dei bambini che originano da un legame; è sostegno emotivo, fisico e professionale nei momenti in cui occorre una guida, un supporto pratico, un consiglio spassionato, una riflessione su cosa fare o non fare, cosa scegliere tra tante possibilità o troppe indicazioni in contrasto tra loro, o quando nessuna alternativa sembra profilarsi all’orizzonte. Sembra eccessivo? Macchè, semplicemente le donne non sono abituate a pensare che esista una figura così poliedrica, che possiede competenze profonde acquisite attraverso lo studio, la pratica, l’aggiornamento costante e anni di esperienza, capace di dare risposte semplici a quesiti apparentemente complessi, e di prospettare soluzioni a misura umana, con l’aiuto della scienza ma attraverso la mediazione delle emozioni, che sono anche le sue…

L’ostetrica nasce con il bisogno delle donne di trovare sostegno durante la gravidanza e, soprattutto, durante il parto; la sua identità attraversa nei secoli fasi alterne, di volta in volta valorizzata o sminuita, quando non criminalizzata. Però resiste, evolve, si amplifica con discrezione, cerca nuove strade per emergere, sempre accanto alle donne, alle coppie, ai neonati, per proseguire accompagnando le tappe dell’esistenza al femminile, che sono anche le sue…

Il rapporto tra donna e ostetrica è uno scambio, dove trovano spazio l’ascolto, lo sfogo, il supporto professionale e la comprensione umana, la trasmissione di strumenti per scegliere consapevolmente e la conoscenza di altro da sè, la riflessione sulla strada da percorrere insieme e la messa a punto di un progetto che rispetta i desideri, la sensibilità e le esigenze della donna, ma anche il bisogno di sicurezza da garantire a qualunque evento, ai massimi livelli.

“La madre ha diritto ad un buon parto e il bambino ha diritto ad una buona nascita”: con queste parole, Frédérick Leboyer, ostetrico francese classe 1918, notissimo per aver introdotto il principio della nascita “senza violenza”, descrive semplicemente ciò che ormai dovrebbe essere riservato a tutte le donne e i bambini del pianeta. E’ da qui che bisogna partire, per cambiare il corso della storia umana: il rispetto di chi mette al mondo e di chi si affaccia alla vita. Accanto alla donna, al suo compagno e al loro bambino, dall’inizio della vita in poi, la figura che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene di importanza fondamentale per garantire i migliori esiti di salute, cioè l’ostetrica…

E ora, buona visione!

L’ostetrica, una donna per la donna

 

Questo dipinto di Van Gogh, poco conosciuto, realizzato nel 1885 e conservato al Museo omonimo di Amsterdam, raffigura un’ostetrica: il tratteggio dei lineamenti è sapiente, immediato, deciso nel descrivere il temperamento di chi era chiamata a fronteggiare i bisogni delle donne, soprattutto in un’epoca in cui soltanto la conoscenza empirica e l’esperienza potevano aiutare a risolvere le situazioni difficili legate alla gravidanza e alla nascita. Non mancano le biografie e i resoconti sulla difficile vita delle “levatrici”, appellativo con cui venivano chiamate le ostetriche fino all’avvento del nuovo termine. Non che oggi sia cambiato molto: i bambini nascono quando gli pare, e le ostetriche di sala parto devono per forza di cose osservare turni di lavoro ospedaliero che non sono quelli canonici a cui viene spontaneo pensare (lunedì-venerdì-week end a casa…), non prevedono sempre le vacanze a Natale, Capodanno e via dicendo, includono il lavoro notturno e spesso non mancano di avere riflessi importanti sulla loro vita privata. Un’ostetrica libera professionista non ha orari, perchè qualunque momento è buono per nascere…

Un bel libro-saggio pubblicato in Italia nel 1994 riporta il diario della levatrice statunitense Martha Ballard, che nasce nel 1735 e verso i cinquanta anni inizia a registrare meticolosamente e con continuità quanto avviene nella piccola comunità di pionieri che vive sul fiume Kennebec, nel Maine.

Un brano tratto dal libro ci trasmette con staordinaria intensità l’immagine di Martha, donna infaticabile, che cura semina, raccolta e filatura del lino ma riesce anche a rivestire il ruolo di sostegno alle donne nel loro percorso per diventare madri:

“Cielo limpido e bello. Da casa della Sig.ra Moore chiamata alle ore 10 del mattino per andare a vedere la moglie del Sig.Hinkley. Essa ha partorito alle ore 11 un figlio. Ho aiutato solo in parte a vestire il piccolo perchè sono stata avvisata di tornare dalla Sig.ra Moore. Trovatala ancora più sofferente. Essa ha partorito alle ore 4,30 minuti un figlio. Questi bambini sono i primi delle loro mamme. Tornata a casa alle 8 di sera. Ho fatto i letti, lavato i piatti, spazzato casa e preparato cena. Mi sento un poco affaticata” (18 gennaio 1796)

Il fatto è che le donne sanno assai poco sulle ostetriche: in parte credo sia responsabilità nostra, legata alla difficoltà a farsi avanti, rendersi visibili, proporsi in maniera più evidente per restargli a fianco nei momenti cruciali della loro esistenza. Eppure l’ostetrica è quasi sempre donna (i maschi hanno fatto capolino nella professione già da qualche anno, ma restano in percentuale minoritaria), quindi potenzialmente capace di entrare in sintonia stretta con i bisogni, i desideri e le attese delle sue consimili, creando una relazione complice ed empatica, in cui sia possibile capirsi al volo, anche senza parlare.

Dalla notte dei tempi la nascita, il parto, la maternità più in generale sono stati ambiti femminili, dove han trovato posto sensazioni e stati d’animo propri all’universo speciale e in parte impenetrabile del corpo e della psiche delle donne. Ad un certo punto della nostra storia però il percorso di condivisione si è spezzato, allontanandoci. Solo ora cominciamo tutte a realizzare che abbiamo perso qualcosa per strada, e molte di noi, ostetriche e no, stanno tentando di ricomporre un insieme frammentato, non senza difficoltà. Certamente abbiamo un problema di identità, una difficoltà a riconoscere con noi stesse il valore del ruolo che rivestiamo: difficile scrollarsi di dosso la dipendenza dal ginecologo, più spesso psicologica che pratica. Eppure siamo complementari, non in antitesi; l’uno non potrebbe fare a meno dell’altra e viceversa, se e quando ciò si rende necessario, nel rispetto reciproco.

Solo nel momento in cui una donna entra in contatto stretto e forte con l’ostetrica si rende conto che esiste, ha una consistenza professionale e umana, un ruolo complesso che spazia all’interno della vita femminile, di coppia e familiare in senso allargato, perchè può esprimere le sue competenze in ambiti molto diversi tra loro, ma che riconducono al comune denominatore della salute, da tutelare o da ricomporre, attraverso la prevenzione, la cura e l’attivazione delle risorse fisiche e psichiche presenti nella persona. Da donna a donna, il più delle volte diventa tutto più semplice: parlare, aprirsi, confidarsi, chiedere aiuto, aprendo canali di comunicazione essenziali al risultato stesso in termini di salute.

Star bene significa percepire  “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”, secondo quanto enunciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ormai da tempo…Ma quanto è difficile raggiungere un obiettivo del genere! Forse partire da come si nasce può rappresentare la chiave che apre le porte del cambiamento, ma sono convinta che prima deve cambiare qualcosa nel rapporto tra le ostetriche e le donne: le prime avvicinandosi di più alle seconde, queste ultime af-fidandosi alle prime con maggiore frequenza…

Una famosa ostetrica francese del settecento, Madame Du Coudray, inventrice di uno straordinario manichino per insegnare alle allieve le manovre ostetriche, così scrive in un suo trattato:

” Nell’attesa del momento del parto della donna, occorre consolarla più affettuosamente possibile…”

Ecco qua, non è cambiato nulla: l’ostetrica è una professionista, ma quando mette in campo esperienza e competenze non può essere slegata da sentimenti di rispetto, vicinanza, comprensione, affetto verso le donne che assiste. L’ antropologa della nascita Sheila Kitzinger, proprio riferendosi all’assistenza alla nascita, ha centrato egregiamente la questione del rapporto tra donna e ostetrica:

Un’ostetrica sicura si inserisce nel modello di vita della donna e non la prevarica. Non “gestisce” il travaglio: il suo compito è per molti aspetti più difficile di questo e richiede una forte personalità. Molto spesso il suo compito è quello di offrire un caldo e tenero sostegno alla donna…La donna deve potersi aspettare un rapporto di comunicazione aperta e sincera con l’ostetrica. In luogo di parole rassicuranti, c’è la franca spiegazione, il vaglio delle possibilità, una genuina condivisione fra due donne che va ben oltre le frasi trite che vengono spesso sciorinate nel tentativo di tenere docile e placida la paziente. Quando la donna  e la sua ostetrica hanno un rapporto di reciproco rispetto è come se facessero insieme un viaggio, nel quale le scoperte sono esaltanti: la loro capacità di comprensione diventa più profonda ed escono entrambe arricchite dall’esperienza. Una brava ostetrica vuole bene alle donne: non le domina nè le istruisce”

 

Tecnica sì, certamente, ma anche testa, mani e cuore… ; )