Nascere altrove: l’Africa

L’Africa è un continente enorme, sfaccettato, dove convivono tante realtà fatte di miseria, ricchezze concentrare, sfruttamento delle risorse e degli umani, meraviglie naturali, e dove nascere rappresenta ancora troppo spesso una sfida in cui gli esiti infausti per la mamma e il piccolo sono drammaticamente frequenti. Accanto a iniziative che lentamente si strutturano e crescono a macchia di leopardo nelle aree più povere, come in Nigeria dove sta partendo un vasto programma di formazione di ostetriche locali da dislocare nelle zone remote del Paese, coesistono piccole realtà fatte di sostegno sanitario e sociale che si realizza con pochi, essenziali mezzi e risorse assai limitate ma di importante impatto locale.

Voglio condividere quindi la testimonianza di una giovane italiana, medico che da anni si dedica volontariamente alla professione in angoli remoti di questo mondo derelitto…

“In questi ultimi 7 anni ho passato parecchio tempo in aree molto rurali del Madagascar e del Kenya e ho avuto modo di confrontarmi con diversi aspetti della sanità locale. Ho sempre lavorato in piccoli ospedali o dispensari nel cuore della savana o della foresta, posti dove l’assistenza sanitaria è un vero lusso ed essere malati significa spesso affidarsi alla sorte degli spiriti ed accettarne passivamente le conseguenze. Purtroppo le credenze popolari sono molto radicate, la popolazione è molto tribale e tutto ciò che arriva dalla medicina moderna, la medicina dei bianchi, viene ancora visto con enorme diffidenza.

Le abitudini sono difficili da sradicare e la gente si affida quasi unicamente alla medicina “tradizionale”, allo stregone. Di conseguenza viene a cercare aiuto nei nostri dispensari quando la situazione si complica e quando si pensa che non ci sia più niente da fare. La medicina tradizionale è un misto di rimedi naturali (piante medicinali), riti propiziatori (scarificazioni corporali) e culto degli spiriti. Alla base di questi trattamenti non c’è nessun fondamento scientifico, e spesso noi ci imbattiamo nelle loro conseguenze, a volte tragiche. Frequentemente ci troviamo ad aiutare malati che sono passati dallo stregone e che hanno peggiorato tremendamente le loro condizioni. Ad essi vengono somministrati tisane o decotti “naturali”, ma le dosi non sono controllabili e spesso il principio attivo contenuto in tali piante ha un range terapeutico molto stretto, per cui sopra un certo livello invece che dare beneficio diventa tossico. Abbiamo assistito pazienti, anche bambini, trattati precedentemente dallo stregone che hanno sviluppato gravi insufficienze epatiche in seguito all’ingestione di piante medicinali, gravi insufficienze renali e gravi emorragie, e molto spesso non abbiamo potuto salvare persone con malattie curabili proprio a causa di queste complicanze.

Arrivano alla nostra attenzione bambini in condizioni gravissime perchè completamente disidratati; è credenza popolare che la diarrea vada trattata con il digiuno protratto (niente cibo e niente acqua…), e lascio immaginare le conseguenze disastrose.

In questi presidi sanitari rurali ci imbattiamo spesso in problemi legati alla gravidanza. La natalità è altissima, spesso anche tra le giovanissime: a 13-14 anni si comincia ad affrontare gravidanze e parti che frequentemente esitano nella morte della mamma e del piccolo. Non si fa uso di anticoncezionali, i comportamenti sessuali sono molto promiscui, spesso non è possibile risalire alla paternità di un neonato. I bambini sono la più grande ricchezza della società, non esistono assicurazioni né sistemi pensionistici, l’unico vero ammortizzatore sociale è la famiglia: più è grande e più ci saranno probabilità di avere qualcuno disposto ad aiutarti nel momento del bisogno. Per questo si inizia presto a fare figli, e una “buona moglie” dà alla luce un figlio all’anno. Il marito (quando c’è) ha diritto a ripudiarla nel momento in cui lei non sia più in grado di dargli altri figli. Ho visto giovani donne ripudiate per non essere riuscite a rimanere gravide nel primo anno di matrimonio e ho visto mogli con cinque figli ripudiate perché non più in grado di dare nuovi figli.

Le ragazze madri sono davvero tantissime, dei piccoli si prendono cura le donne del gruppo familiare e contrariamente ai pregiudizi della nostra società sono viste come “donne fertili”, quindi in grado di dare altri figli al fortunato, eventuale futuro marito, insomma hanno già passato il test!

La gravidanza è un momento molto particolare, in apparenza vissuto con naturalezza, ma in realtà le donne nascondono una paura tremenda per il parto, dovuta al duro confronto con una mortalità materna e infantile ancora molto elevata. Hanno visto tante amiche e parenti non superare il parto, ma questo è un argomento “tabù”, meglio non parlarne a nessuno, se non si vogliono scatenare le ire degli spiriti e attirarsi addosso qualche sfortuna.

Gli uomini vengono esclusi da questa fase delicata della vita e le donne si trovano partecipi l’una delle avventure dell’altra. Si chiudono in una stretta cerchia inaccessibile, mistica, magica.

La gravida al 6° mese di gravidanza lascia la casa del marito e torna a casa dalla madre. Resterà lì fino a sei mesi dopo la nascita del bimbo.

L’ultimo mese di gravidanza la donna non deve più lavorare né uscire dalla capanna (che non è certo una reggia…. spesso si tratta di capanne di 3 metri per 3 senza luce né acqua corrente, a me sembra quasi una reclusione!!!).

La madre e le sorelle si occupano totalmente di lei. La gravida si prepara al parto mangiando e restando a letto. Solo le donne possono assistere la partoriente.

Gli uomini non devono sentire nessun lamento della donna in travaglio: questa infatti onora la sua famiglia soffrendo in silenzio e non emette il minimo gemito. Se mai non riuscisse a trattenersi, la madre è pronta a tapparle la bocca. Questa è un’usanza diffusa soprattutto in Madagascar, da cui tutti i volontari del settore rimangono estremamente colpiti.

Al momento delle prime contrazioni viene chiamata la “matrona” che è di solito una donna avanti con l’età che ha assunto il ruolo di “ostetrica” più per anzianità piuttosto che per le sue capacità. Non esiste una vera e propria “scuola”, né un insegnamento tramandato. Avendo avuto modo di incontrare diverse matrone ho potuto accertarmi che la tecnica e i metodi utilizzati sono diversi per ognuna di esse. La matrona inizia a visitare la donna, preoccupandosi soprattutto della posizione del feto e ignorando completamente il concetto di dilatazione completa del collo. Questo fa si che la giovane madre venga incitata a “spingere” prima del tempo e che al momento “buono” la madre sia completamente esausta e senza più la minima forza per terminare il parto.

Altre volte invece vediamo donne che si recano al dispensario per prolungamento eccessivo del travaglio e quasi tutte presentano genitali esterni estremamente edematosi. Ci siamo fatti spiegare: per stimolare le contrazioni, le matrone massaggiano piccole e grandi labbra con movimenti continui e ripetuti, questo frizionamento dovrebbe aiutare la comparsa e aumentare la frequenza delle contrazioni, ma spesso diventa dolorosissimo per le donne e finisce per avere l’effetto contrario.

Non meno frequenti sono i casi di emorragie post-partum che arrivano alla nostra attenzione. Nella maggior parte dei casi sono dovute a profonde lacerazioni perineali che si verificano al momento del parto.

I concetti d’igiene non esistono, le donne non si lavano né prima né dopo il parto! Le matrone assistono le partorienti in capanna, su stuoie di paglia appoggiate sul terreno, non c’è acqua corrente e quindi il lavaggio delle mani è spesso un optional, i guanti e per di più quelli sterili… un’utopia!

Il taglio e la legatura del cordone ombelicale sono davvero lasciati all’inventiva di ciascuna matrona: rasoi, vetri, tappi delle lattine di alluminio, spago, fili d’erba secca, peli di animali, lascio libera immaginazione!

E’ vero che il loro sistema immunitario è molto sviluppato… ma le infezioni in queste condizioni sono all’ordine del giorno e non bisogna dimenticare l’enorme facilità di diffusione di malattie quali sifilide, hiv, epatiti, ecc.

Se tutto va per il verso giusto il bimbo appena nato viene preso in mano dalle nonne e loro per benedirlo gli “sputano” letteralmente in faccia!!! In realtà si tratta di una tradizione, forse un gesto molto antico che accomuna diverse popolazioni, e in parte ha somiglianze anche con il battesimo cristiano. E’ un modo per dare il benvenuto al nuovo nato…

Molto spesso però ci sono complicanze: travaglio troppo prolungato, distocie, ostacoli, sproporzioni feto-pelviche, ecc…il bimbo se nasce vivo è spesso ipossico, e necessita di essere rianimato, quando ci sono i mezzi per farlo!

La mortalità neonatale è altissima. Tutte le donne questo lo sanno.

In Madagascar se nascono gemelli, ammesso che sopravvivano, uno dei due viene abbandonato nella foresta: si tratta di una tradizione antica, forse inizialmente collegata con la difficoltà di occuparsi di più di un piccolo, che resiste tuttora e su cui non si riesce a intervenire. Entrare nei meccanismi culturali di un popolo secondo i paramteri di un altro non è semplice…

La più temuta delle conseguenze di un parto difficile è la comparsa di fistole vescico-vaginaliLa testa del feto che rimane per ore o per giorni incastrata nel bacino della madre può creare danni irreparabili. Le matrone non conoscono tutte le manovre ostetriche da fare in situazioni molto complicate. Il risultato è tragico. La donna, oltre ad aver perso il bambino, rimane incontinente. Avrà perdite di urine che scorrono continuamente tra le sue gambe perché non può più trattenerle all’interno della vescica. Questa condizione in Africa si trasforma in un orribile odore nauseabondo che accompagnerà la donna per il resto della sua vita. Sarà costretta a vivere relegata ai margini della società, perché il suo odore allontanerà tutte le persone attorno a lei. Il marito la ripudierà e sarà obbligata a lasciare tutte le attività di tipo sociale… che in Africa sono il sale della vita!

Nel periodo che segue il parto, la madre ed il bambino rimangono nella capanna per circa un mese. Al bambino verrà dato un nome solo dopo questo periodo, e viene scelto dopo lunghe riflessioni tra i capi-famiglia. Dare un nome al bambino fa si che il piccolo entri a far parte della famiglia, per questo si aspetta qualche tempo, per assicurarsi che il bimbo superi il difficile periodo neonatale e per vedere che sia sano e forte, degno di diventare un membro della famiglia.

Purtroppo a volte capita che la madre abbia problemi durante l’allattamento: non produce latte a sufficienza, sviluppa subito ragadi o mastiti che non riesce a curare, e non potendo permettersi un allattamento artificiale il tutto si ripercuote inevitabilmente sulla salute e sulla sopravvivenza del piccolo.

Queste sono tutte vicende che si svolgono quotidianamente, ma rimangono nell’ombra. La maggior parte di esse non escono neppure dalle mura di casa.

La mortalità materno-infantile è una piaga terribile per moltissimi paesi Africani. Fa paura, e per questo non se ne parla. Inoltre viene vissuta come una colpa e quindi rimane taciuta…”

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