L’ostetrica, una donna per la donna

Questo dipinto di Van Gogh, poco conosciuto, realizzato nel 1885 e conservato al Museo omonimo di Amsterdam, raffigura un’ostetrica: il tratteggio dei lineamenti è sapiente, immediato, deciso nel descrivere il temperamento di chi era chiamata a fronteggiare i bisogni delle donne, soprattutto in un’epoca in cui soltanto la conoscenza empirica e l’esperienza potevano aiutare a risolvere le situazioni difficili legate alla gravidanza e alla nascita. Non mancano le biografie e i resoconti sulla difficile vita delle “levatrici”, appellativo con cui venivano chiamate le ostetriche fino all’avvento del nuovo termine. Non che oggi sia cambiato molto: i bambini nascono quando gli pare, e le ostetriche di sala parto devono per forza di cose osservare turni di lavoro ospedaliero che non sono quelli canonici a cui viene spontaneo pensare (lunedì-venerdì-week end a casa…), non prevedono sempre le vacanze a Natale, Capodanno e via dicendo, includono il lavoro notturno e spesso non mancano di avere riflessi importanti sulla loro vita privata. Un’ostetrica libera professionista non ha orari, perchè qualunque momento è buono per nascere…

Un bel libro-saggio pubblicato in Italia nel 1994 riporta il diario della levatrice statunitense Martha Ballard, che nasce nel 1735 e verso i cinquanta anni inizia a registrare meticolosamente e con continuità quanto avviene nella piccola comunità di pionieri che vive sul fiume Kennebec, nel Maine.

Un brano tratto dal libro ci trasmette con staordinaria intensità l’immagine di Martha, donna infaticabile, che cura semina, raccolta e filatura del lino ma riesce anche a rivestire il ruolo di sostegno alle donne nel loro percorso per diventare madri:

“Cielo limpido e bello. Da casa della Sig.ra Moore chiamata alle ore 10 del mattino per andare a vedere la moglie del Sig.Hinkley. Essa ha partorito alle ore 11 un figlio. Ho aiutato solo in parte a vestire il piccolo perchè sono stata avvisata di tornare dalla Sig.ra Moore. Trovatala ancora più sofferente. Essa ha partorito alle ore 4,30 minuti un figlio. Questi bambini sono i primi delle loro mamme. Tornata a casa alle 8 di sera. Ho fatto i letti, lavato i piatti, spazzato casa e preparato cena. Mi sento un poco affaticata” (18 gennaio 1796)

Il fatto è che le donne sanno assai poco sulle ostetriche: in parte credo sia responsabilità nostra, legata alla difficoltà a farsi avanti, rendersi visibili, proporsi in maniera più evidente per restargli a fianco nei momenti cruciali della loro esistenza. Eppure l’ostetrica è quasi sempre donna (i maschi hanno fatto capolino nella professione già da qualche anno, ma restano in percentuale minoritaria), quindi potenzialmente capace di entrare in sintonia stretta con i bisogni, i desideri e le attese delle sue consimili, creando una relazione complice ed empatica, in cui sia possibile capirsi al volo, anche senza parlare.

Dalla notte dei tempi la nascita, il parto, la maternità più in generale sono stati ambiti femminili, dove han trovato posto sensazioni e stati d’animo propri all’universo speciale e in parte impenetrabile del corpo e della psiche delle donne. Ad un certo punto della nostra storia però il percorso di condivisione si è spezzato, allontanandoci. Solo ora cominciamo tutte a realizzare che abbiamo perso qualcosa per strada, e molte di noi, ostetriche e no, stanno tentando di ricomporre un insieme frammentato, non senza difficoltà. Certamente abbiamo un problema di identità, una difficoltà a riconoscere con noi stesse il valore del ruolo che rivestiamo: difficile scrollarsi di dosso la dipendenza dal ginecologo, più spesso psicologica che pratica. Eppure siamo complementari, non in antitesi; l’uno non potrebbe fare a meno dell’altra e viceversa, se e quando ciò si rende necessario, nel rispetto reciproco.

Solo nel momento in cui una donna entra in contatto stretto e forte con l’ostetrica si rende conto che esiste, ha una consistenza professionale e umana, un ruolo complesso che spazia all’interno della vita femminile, di coppia e familiare in senso allargato, perchè può esprimere le sue competenze in ambiti molto diversi tra loro, ma che riconducono al comune denominatore della salute, da tutelare o da ricomporre, attraverso la prevenzione, la cura e l’attivazione delle risorse fisiche e psichiche presenti nella persona. Da donna a donna, il più delle volte diventa tutto più semplice: parlare, aprirsi, confidarsi, chiedere aiuto, aprendo canali di comunicazione essenziali al risultato stesso in termini di salute.

Star bene significa percepire  “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”, secondo quanto enunciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità ormai da tempo…Ma quanto è difficile raggiungere un obiettivo del genere! Forse partire da come si nasce può rappresentare la chiave che apre le porte del cambiamento, ma sono convinta che prima deve cambiare qualcosa nel rapporto tra le ostetriche e le donne: le prime avvicinandosi di più alle seconde, queste ultime af-fidandosi alle prime con maggiore frequenza…

Una famosa ostetrica francese del settecento, Madame Du Coudray, inventrice di uno straordinario manichino per insegnare alle allieve le manovre ostetriche, così scrive in un suo trattato:

” Nell’attesa del momento del parto della donna, occorre consolarla più affettuosamente possibile…”

Ecco qua, non è cambiato nulla: l’ostetrica è una professionista, ma quando mette in campo esperienza e competenze non può essere slegata da sentimenti di rispetto, vicinanza, comprensione, affetto verso le donne che assiste. L’ antropologa della nascita Sheila Kitzinger, proprio riferendosi all’assistenza alla nascita, ha centrato egregiamente la questione del rapporto tra donna e ostetrica:

Un’ostetrica sicura si inserisce nel modello di vita della donna e non la prevarica. Non “gestisce” il travaglio: il suo compito è per molti aspetti più difficile di questo e richiede una forte personalità. Molto spesso il suo compito è quello di offrire un caldo e tenero sostegno alla donna…La donna deve potersi aspettare un rapporto di comunicazione aperta e sincera con l’ostetrica. In luogo di parole rassicuranti, c’è la franca spiegazione, il vaglio delle possibilità, una genuina condivisione fra due donne che va ben oltre le frasi trite che vengono spesso sciorinate nel tentativo di tenere docile e placida la paziente. Quando la donna  e la sua ostetrica hanno un rapporto di reciproco rispetto è come se facessero insieme un viaggio, nel quale le scoperte sono esaltanti: la loro capacità di comprensione diventa più profonda ed escono entrambe arricchite dall’esperienza. Una brava ostetrica vuole bene alle donne: non le domina nè le istruisce”

 

Tecnica sì, certamente, ma anche testa, mani e cuore… ; )

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