Doglie,travaglio,acque e altre storie

 

“Partorirai con dolore…”: chi non si è imbattuta almeno una volta nel corso della sua esistenza nella condanna biblica ai contorcimenti da parto? Le doglie, altrimenti definite “dolori”, minacciano l’immaginario femminile sin dall’infanzia, quando anche madri poco attente si lasciano andare al classico “quanto mi hai fatto soffrire”!! A parte le considerazioni espresse altrove sul significato del dolore legato alla nascita di un figlio e agli strumenti per contenerlo (che esistono!), per la maggior parte delle donne in  gravidanza gli eventi che dovranno succedersi per arrivare al traguardo del parto rappresentano un mistero complesso, sfuggente, temibile anche per la difficoltà di comprenderlo fino in fondo. Ma perchè le doglie? Perchè il travaglio, con i suoi tempi e le sue fasi? Perchè le “acque” che sfuggono al controllo, e quando e come poi…Difficilmente mi imbatto in una donna che conosca con precisione i meccanismi legati alla gravidanza, innanzi tutto, ma ancor più al parto. Perlopiù i ricordi di anatomia e fisiologia genitale sono sommari, quando addirittura assenti perchè semplicemente l’argomento non è stato trattato, nè in famiglia nè a scuola. Dunque, bisogna partire dal principio che il travaglio è un processo biologico, fisico, che interessa il corpo femminile nel suo insieme ma certo risente in maniera forte delle condizioni psichiche. L’utero, questo “contenitore” avvolgente del bambino che sarà, è un muscolo, che si espande adattandosi al bisogno di crescita dell’embrione, facendosi spazio nell’addome della donna che la natura ha reso meravigliosamente capace di sostenere anche la funzione riproduttiva. Ma il contenitore deve per forza restare chiuso, per proteggere il contenuto, durante tutto il periodo necessario al completamento dello sviluppo del bambino…e allora dovrà pur aprirsi quando sarà il momento, no? Così, il muscolo ad un certo punto inizia a contrarsi, come qualunque altro, ma lo fa quando è pronto, quando il cervello gli invia i comandi giusti e tutto quadra dal punto di vista chimico. Contraendosi, tira e tira e tira, fino ad aprire pian piano e progressivamente quel forellino che sta in basso, comunica con la vagina e deve lasciar passare il piccolo, prima la sua testolina, poi il resto del corpo, in un succedersi straordinario di fasi ben congegnate, una dopo l’altra…Dunque, un forellino che deve aprirsi così tanto da permettere a un neonato di scivolare giù, verso il mondo. E un sacco che somiglia a un palloncino bianco, traslucido, pieno di liquido speciale…sacco amniotico e liquido amniotico, a protezione del pupo: anche loro dovranno essere espulsi, il liquido non si sa, a volte soltanto quando il bambino inizia a uscire dalla vagina, altre ben prima che inizino le contrazioni uterine, più spesso durante la fase dilatante. Il sacco no, quello esce per ultimo, insieme alla placenta, fantastico ammasso ordinato di vasi sanguigni che fa tutto ciò che serve per alimentare, ossigenare, depurare il nuovo esserino. Il cordone ombelicale, strano tubo lungo e molle che collega il bambino alla placenta, pulsa incessantemente fino a quando il neonato comincia a respirare da solo: a quel punto smette, ed è come se inviasse un messaggio a tutti, comunicando che ora la sua esistenza è superflua. Doglie, dilatazione, spinte irrefrenabili, liquido caldo che scorre, nascita, gioia, liberazione, fine dell’attesa e inizio di un’avventura fatta di sguardi, odori, vagiti, istinti…la conoscenza della vita e del mondo, la crescita di una madre, un padre e un bambino. Troppo grande per essere trascurato o ridotto a puro fatto sanitario, no?

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