Giochi-da-maschio, giochi-da-femmina…

Certe riflessioni mi vengono guardandomi attorno, osservando le persone e i fatti; spesso, ad esempio, mi sono chiesta cosa ci può essere alla radice di comportamenti, anche “solo” verbali, sgarbati, aggressivi o francamente violenti, sarà perchè mi hanno sempre causato disagio. Cercare di capire è una delle attività più intriganti per il cervello umano; se ci si pensa, è la molla che muove il bambino verso l’esplorazione del mondo in tutti i suoi aspetti, fin dalla vita prenatale, quando lo vediamo succhiarsi il dito durante un’ecografia. Cos’é questo gesto, se non l’inizio della conoscenza? Altrettanto spesso mi sono chiesta come da un esserino tenero, delicato e struggente quale è il neonato possa originare un adulto che non conserva più alcuna di queste caratteristiche…Un aiuto alla comprensione è arrivato dagli scritti di Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese nato alla fine del 1800, che in virtù della sua professione medica ebbe voglia e modo di osservare a lungo la relazione madre-bambino, elaborando originali teorie sullo sviluppo psichico ed emotivo dell’essere umano, ideando il termine holding, letteralmente “sostegno”, per definire la capacità della madre di contenere le angosce del bimbo, intervenendo istintivamente per sostenerlo, o facendosi da parte nel momento in cui non ha bisogno di lei, adattandosi ai suoi bisogni. Winnicott individuò anche nel gioco lo strumento di “costruzione della realtà”, situazione che coinvolge sia la corporeità che, soprattutto, la relazione. La funzione socializzante del gioco inizia, prima ancora che nel gioco di gruppo, con i cosiddetti “oggetti transizionali” (qualunque oggetto, giocattolo o coperta o altro) che hanno la caratteristica di non essere più parti del corpo, come può essere il dito da succhiare, e quindi costituiscono la prima esperienza di separazione tra realtà interiore e realtà esterna. Il bambino, fino a circa 8-9 mesi di vita, non si riconosce come persona autonoma, ma si identifica con la madre; dopo questa fase, un oggetto a cui si lega fisicamente (il classico orsacchiotto) diventa una sorta di sostituto temporaneo e simbolico della figura materna, nel passaggio che lo porterà ad acquisire coscienza di sè come persona separata dalle altre, in una esperienza ininterrotta di conoscenza. L’ oggetto transizionale normalmente viene in seguito sostituito dallo sviluppo di altri interessi. Per Winnicott buone attenzioni materne proteggono il bambino da pressioni ambientali violente: se queste gli vengono a mancare, può sviluppare alterazioni psichiche, perchè non matura affettivamente, e comportamenti antisociali, aggressivi, che esprimono richesta di attenzione. Il neonato vive una fase di dipendenza assoluta, in cui contatto e ascolto sono vitali. La solitudine, lo stare bene con sè stessi e con gli altri sono capacità che devono essere raggiunte per gradi, per questo il contatto fisico è così indispensabile per il neonato, che deve imparare a “restare solo” in presenza della madre, elaborare gradatamente l’assenza reale ed effettiva di lei, anche tramite l’oggetto transizionale e, in seguito, la creatività, che si sviluppa attraverso il gioco. L’aggressività, dice Winnicott, appartiene in origine alla vitalità stessa del lattante, alla sua avidità, e può essere al servizio della crescita. Il gioco e le attività simboliche, svolte in un ambiente capace di ascoltare ma anche di stabilire dei limiti all’aggressività, hanno la funzione di far maturare il bambino e permettergli di usare questa energia in modo creativo, positivo e arricchente.

Quando le mie figlie erano piccole, confesso di aver pensato che mai avrei voluto regalargli una Barbie, un Ken o qualcosa di simile; di fatto, arrivarono ben presto dalla zia, quindi mi soffermai più volte, con discrezione, ad osservare per la verità molto divertita il gioco e ascoltare i dialoghi che prendevano forma, rilevando che riproducevano esattamente le dinamiche di coppia che loro captavano tra le mura domestiche, aggiungendo però proprie elaborazioni nelle scenette costruite…Quando giocavano con bambole e peluches, mettevano in campo tenere e pazienti capacità di accudimento, mentre con biglie, costruzioni, colori e plastilina si scatenava una creatività originale e infinita. La riflessione mi è venuta spontanea: ma perchè mai dovrebbero esistere giochi da maschi e giochi da femmine !? Non sarà che facendo queste distinzioni arbitrarie contribuiamo a marcare bimbi e bimbe con etichette e stereotipi che non si scrolleranno più di dosso? E i maschietti, non avrebbero tutto da guadagnare giocando anche con le bambole, per maturare un non trascurabile contributo all’altra metà del cielo in termini di sensibile attenzione, rispetto e cura, ancora troppo spesso carenti? ; )

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5 thoughts on “Giochi-da-maschio, giochi-da-femmina…

  1. Sono d’accordissimo.
    Ecco quindi che le sue parole mi guideranno per accudire il mio bimbo, che nascerà a giugno..
    Mi sono anche informata sulla nascita a casa, ma costa tantissimo!! Maledizione!!
    Buon lavoro e grazie per i suoi articoli, sempre accurati ed interessanti.

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