Quando si nasce in casa

Solleva tantissime curiosità, la nascita in casa…a partire dallo sgranare gli occhi, commentando “Ma si usa ancora?”, per proseguire con domande sulla sicurezza, su come ci si organizza, e se si sporca tanto, e come fa la mamma a occuparsi del bebè, quindi si finisce quasi sempre con un “Che bello, però!”…

Già, che bello: proprio così, è un’esperienza tanto singolare e intensa quanto naturale per tutti, mamma, papà, ostetriche, nonni, fratellini e sorelline, vicini di casa. Ciascuno ha qualcosa da dire, da imparare, da riportare agli altri, da condividere, nessuno escluso.

La donna contatta l’ostetrica in gravidanza, e insieme al suo compagno si fa una prima, bella chiacchierata informativa; se vuole, si fa seguire da lei e finchè tutto rientra nella norma ci si incontra una volta al mese, nella sua casa, tra una tazza di the, la compilazione dei documenti di rito e la messa a punto degli aspetti organizzativi. Il materiale da predisporre per il parto è poca roba, le incombenze per il quasipapà limitate ma importanti, e pian pianino ci si avvicina al momento, preparando il corpo e la mente in maniera appropriata. Tutti i dettagli vengono ben pianificati, e quando le contrazioni arrivano, una chiamata a qualunque ora e l’ostetrica parte con i suoi borsoni. Il controllo del battito del pupo, la visita per verificare a che punto ci si trova, la chiamata di comunicazione alla sala parto dell’ospedale di riferimento in caso di necessità e al 118: due chiacchiere cortesi con gli operatori, che fanno gli auguri alla quasimamma e restano disponibili fino a dopo il parto.

Poi la disposizione di ciò che serve per accogliere il piccolo, dell’ambiente per creare intimità e comfort, del necessario per assistere materialmente tutte le fasi del parto, con calma, luci soffuse, magari una musica di sottofondo e una candelina profumata accesa. Se la stagione è fredda, si riscalda un pò di più la stanza in cui avverrà l’evento, quindi ci si concentra in silenzio sul travaglio, sulla mamy che affronta questa prova cruciale destinata a cambiare la sua esistenza, coinvolgendo il papà che armeggia con olio e massaggi sulla schiena ad ogni contrazione, e coccola e abbraccia.

Ogni tanto ci scappa un caffè per l’ostetrica, specie durante la notte! 😉

Poi arriva finalmente il tanto atteso “sento spingere”, e allora ci si prepara proprio tutti all’accoglienza, nel rispetto dei tempi necessari a mamma e bimbo per giungere al distacco, preludio all’esplosione di gioia somigliante ad una scarica potente di energia che colpisce ogni cellula del corpo, invade la mente e la annebbia nella felicità…

Il neonato è lì, sulla pancia e tra le braccia della mamma, coccolata a sua volta da papà, in un tempo sospeso di emozioni che annichiliscono, poi il piccino cerca il seno, succhia con vigore, si appaga e rasserena: non gli è stato sottratto nulla, tutto resta, solamente in un’altra forma.

La vita prosegue: chi armeggia con le foto, chi ha bisogno di silenzio assoluto, chi sente l’impellenza di dirlo al mondo con tutti i mezzi tecnologici a disposizione, chi chiama i fratellini a vedere e toccare il miracolo di un cucciolo roseo appiccicato alla pancia della mamma e riscaldato dal suo tepore: ciascuno può trovare il proprio personale modo di vivere questo momento, in libertà.

Con calma si prepara una vaschetta di acqua calda, e i neogenitori si cimentano con l’immersione del piccolo, giocando e contemplandolo per un pò, fino a quando si rilassa, poi lo si veste insieme e nanna tra le braccia, nel lettone. Mamma ha una fame vorace, e le si prepara un buon pasto energetico.

Nel frattempo, l’ostetrica sbriga varie faccende (tante!) tenendo d’occhio la situazione; dopo qualche ora, controlla che tutto sia tranquillo e se ne va, per tornare a visitare la mamy e il neonato nei giorni seguenti, e fino a un mese dal parto. Semplice, no?… 🙂

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Neonato e neonati

“Il saggio che vuole cambiare il mondo deve guardare verso il neonato. La vera civiltà inizierà il giorno in cui il benessere di un neonato prevarrà su ogni altra considerazione” (W. Reich)

Osservare un cucciolo umano appena uscito dal grembo materno trasmette qualcosa di indefinibile, perchè oltre alla meraviglia che cattura lo sguardo e la mente, entrano in gioco emozioni profonde, domande che affiorano sulla natura di questo esserino dalle forme perfette, ma privo dell’esperienza di vita che invece l’osservatore ha stipato nel suo bagaglio esistenziale.  Gli occhioni aperti sul mondo parrebbero sollecitare sentimenti di protezione, rispetto e cura amorevole, e null’altro.

Eppure questa visione del neonato, che per molti (non per tutti!) sembra scontata ai nostri giorni, si impone solamente alla fine del Seicento, poichè “fino a quel periodo l’nfanzia non veniva considerata un’età positiva, dotata di valore proprio. L’alto tasso di mortalità infantile spingeva alla prudenza, e a considerare i bambini come esseri precari. Per di più l’infanzia non presentava alcun interesse specifico: non era altro che il passaggio obbligato verso quel momento razionale in cui l’uomo si rivelava dotato di pensiero. Fu con Jean-Jacques Rousseau che la considerazione per l’infanzia mutò radicalmente: essa non era più un periodo della vita privo di valore, ma andava valutata in quanto tale, dotata di una propria finalità. Per Rousseau, l’infanzia andava rispettata per quello che era , non negata come si tendeva a fare nei secoli addietro” (*).

Queste idee daranno vita a un movimento che a fine Ottocento prenderà piede e di cui raccogliamo oggi l’eredità, pur procedendo con molta lentezza, dal momento che sollecita attenzione nei confronti del bambino fin dalla sua nascita.

Rousseau, ad esempio, condanna l’uso imperante di costringerlo in fasce, che aveva radici remotissime ed è perdurato fino al XX secolo, restando ancora attuale in alcune aree del pianeta. Antiche statuine risalenti fino al sesto secolo a.C. e conservate al Museo Archeologico di Capua raffigurano la divinità italica dell’aurora e delle nascite Mater Matuta, che tiene in braccio neonati in fasce. Nel Santuario di Vulci, in Etruria, sono state rinvenute statuine di terracotta di neonati avvolti da bende a spirale e con il capo coperto, così come nel Museo Archeologico di Atene una statuetta rappresenta un neonato avvolto strettamente in un lungo nastro, e monete romane mostrano piccoli fasciati tenuti in braccio dalla Dea protettrice del parto, Giunone Lucina.

La fasciatura aveva molteplici scopi: consentiva di “plasmare” lo sviluppo fisico del piccolo, tenerlo al caldo e facilitarne la manipolazione e il trasporto.

Plinio, nella sua “Storia Naturale” scritta nel secondo secolo d.C., descrive così la condizione neonatale:

“Appena uscito dal seno della madre e appena in grado di muoversi e di stendere le membra, il bambino viene imprigionato in nuovi legami. Lo infagottano nelle fasce, lo coricano con la testa immobilizzata, con le gambe allungate, con le braccia pendenti lungo il corpo; lo avvoltolano in pannolini e in bende di ogni genere, che non gli consentono di mutar posizione. Felice lui se non lo hanno stretto al punto da soffocarlo, se hanno avuto la precauzione di coricarlo su un fianco perchè il liquido che deve rovesciare dalla bocca possa cadere spontaneamente!”…

Rousseau, nel 1762 propone invece di mutare abitudini e di abbandonare la fasciatura:

“Il neonato ha bisogno di distendere e muovere le membra, per liberarle dal torpore in cui sono restate per tanto tempo. Se ne impedisce il movimento, e persino la testa viene imprigionata da cuffie, quasi si avesse paura di vedere in lui il minimo segno di vita. Così, in un corpo che tende a svilupparsi vengono totalmente ostacolati i liberi movimenti che l’impulso vitale delle sue parti interne richiede. Il bambino compie senza posa inutili sforzi che esauriscono le sue energie e ne ritardano lo sviluppo. Era meno stretto, meno impacciato e meno compresso nel seno materno che non nelle fasce”

Molta strada è stata percorsa, ma ancora tanta, tantissima ne resta da battere…

Come trattiamo i neonati, nelle nostre società ipertecnologiche?  Mica tanto bene: li separiamo troppo spesso dalle madri subito dopo il parto, li invadiamo di luci e suoni, con manipolazioni rudi e interventi sanitari di dubbia utilità, e soprattutto lasciamo sole le neomamme, i padri, il nuovo e delicato nucleo famigliare alle prese con la solitudine e lo smarrimento.

Forse tornare a “fasciare” i bebè, ma anche le donne, con attenzioni rispettose e affettuose, sarebbe l’intervento sanitario e sociale migliore, quello che, come suggerisce la bella riflessione di apertura, davvero produrrebbe i risultati di salute e di evoluzione della civiltà più efficaci nel breve, medio e lungo termine…

(*) – da “Nascere, e poi?” – D.Candilis-Huisman – ed.Universale Electa Gallimard 

Donne e superdonne, mamme e supermamme

“Ce la possiamo fare”, recita questo vecchio manifesto di cui ho scovato la storia, interessante (http://www.archiviocaltari.it/2011/01/27/we-can-do-it-storia-di-unimmagine/), e che si presta bene a raffigurare un certo modo di concepire la propria immagine, caratteristico di un discreto numero di donne, che già nella gestione della vita quotidiana rivendicano l’autonomia assoluta, il “ce la faccio da sola”.

Quando poi sopraggiunge una gravidanza, il pensiero resta immutabile: “ho bisogno di niente e nessuno”, fino al giro di boa della protuberanza addominale che ingombra, sbatte contro gli spigoli, fatica a infilarsi nell’ascensore… Capita che ogni mezz’ora tocca svuotare la vescica, rigirarsi nel letto diventa movimento lento e a scatti, scendere dal medesimo un gioco di puntelli di gomiti, fare la doccia cauto ingresso nel box e altrettanto guardinga uscita, con l’accappatoio che non ce la fa a contenere la rotondità. Ci si ride pure sopra con gusto, ma lì le certezze titaniche vacillano, seppur poco: inizia a farsi strada un “ce la farò, anche se a fatica”, e via.

Infine, nasce il pupo e l’adrenalina governa per qualche giorno ogni percezione della realtà, in buona compagnia con altri ormoni. Ma a un certo punto, occorre prendere atto dell’effettivo cambiamento delle carte sul tavolo, e del fatto che la vita ha subito una svolta: un neonato è impegnativo, il parto (specie se non è stato propriamente agevole) è evento che può sottrarre molte energie, i ritmi abituali restano sconvolti tanto più quanto è maggiore l’assenza di sostegno pratico ed emotivo.

Una sbirciatina a questo post è utile: https://intornoallanascita.com/2012/09/23/la-fatica-dellaccudimento

Dunque, donne, lasciatevi invadere senza timori dall’idea che qualcuno diverso dal neopadre vi stia accanto, anche solo per qualche ora ogni tanto, si tratti di amiche, nonne, zie, o altre figure, consigliandovi e  supportandovi nelle incombenze quotidiane, perchè nulla come la stanchezza fisica e/o mentale può compromettere in maniera consistente l’adattamento graduale alla nuova condizione di madre, la relazione con il cucciolo, l’intimità di coppia, lo stare bene con gli altri e nel mondo. Trovare qualche piccolo spazio per sè stesse, poi, diventa arduo, ma ce la si può fare (*).

E non dimenticate che l’ostetrica può trasmettere tanto, anche in poco tempo, fornendo un aiuto preziosissssimo per organizzarsi senza sprecare energie, e rasserenarsi nelle situazioni difficili !! 😉

(*) – https://intornoallanascita.com/2013/08/26/un-oretta-tutta-per-me/

 

 

Letture sotto l’ombrellone

Un piccolo consiglio di lettura, assai singolare, che mette insieme il racconto di vita vissuta, l’ironia, la tragicità, la bellezza e la tenacia della vita stessa, una professione difficile e speciale come quella dell’ostetrica e la meraviglia della nascita, pur se spesso circondata dal disagio. Non sempre un bambino nasce desiderato, come vorremmo che fosse, anzi! Ancora nel terzo millennio su questo pianeta buona parte degli umani vede la luce per caso, disgrazia, incidente di percorso, pura biologia, e il destino di ognuno resta segnato dal luogo e dalle condizioni socio-economiche che trova quando fa capolino dal ventre materno. Leggere “Chiamate la levatrice” (*) apre una finestra sulla realtà di quel periodo triste, in una città che si fatica persino a riconoscere in quella che attualmente si presenta ai nostri occhi.

Il librino lo ha scritto Jennifer Worth, personalità variegata, infermiera/levatrice (secondo il termine in uso all’epoca) nella Londra degli anni’50, successivi a una guerra sanguinosa e devastante, poi musicista e infine, ispirata dai ricordi, scrittrice di una trilogia di cui fa parte questo testo, l’unico al momento tradotto in italiano. E per chi volesse anche appagare il bisogno di immagini, c’è pure la versione televisiva, che nel Regno Unito ha avuto un record inaspettato di ascolti e in Italia viene trasmessa da Retequattro (**).

Dalla scheda dell’editore (Sellerio):
“La cronaca, quasi un diario, delle giornate di una levatrice nell’East Side di Londra inizi anni Cinquanta. Con lei si entra nella realtà delle Docklands, vite proletarie che sembrano immagini della plebe ottocentesca più che cittadini lavoratori del democratico Novecento. Si entra in questa desolazione impensabile con una voglia di verità quotidiana raramente riscontrabile in un libro, ma anche con una rispettosa allegria, con la sicura fiducia che quel mondo stia per finire, senza rimpianti, grazie ai radicali cambiamenti apportati dal Sistema sanitario nazionale appena nato. Come poi fu, almeno fino ad oggi.
La fresca verve di Jennifer Worth, nel trattare una materia così cruda, crea una formula ingegnosa (e di grande successo sia letterario che come fiction televisiva). L’eroismo quotidiano di interventi clinici spesso drammatici, si mescola alla denuncia sociale, alla fiamma inestinguibile dei sentimenti umani, e alla ricchissima quantità di storie e ritratti. Accanto a questi, la galleria, tenera, nobile e a tratti comica, delle giovani levatrici e delle suore del convento di Nonnatus House, da cui le ragazze dipendevano professionalmente e dove abitavano. Su questa testimonianza aleggia un lieve «effetto Dickens» con un tocco di innocente gaiezza, che però non nasconde un monito evidente a favore delle politiche sociali solidaristiche, a non smantellare, per la scarsa memoria del passato, gli strumenti che hanno permesso di diffondere dignità umana.”

Buona lettura e buone vacanze, comunque e dovunque si svolgano!! 🙂

 

(*)  – sellerio.it/it/catalogo/Chiamate-Levatrice/Worth/7354

(**) – http://www.mediaset.it/rete4/articoli/l-amore-e-la-vita-call-the-midwife-2_542.shtml

 

 

 

 

 

 

Comari, mammane e levatrici

Bellissimo estratto da un antico testo per la formazione delle ostetriche, all’epoca dette Comari (dal latino tardo commater, composto di con– e mater «madre»), che presenta caratteri di assoluta modernità, oltre a riportarci l’immagine di un “professore di chirurgia” che parrebbe piuttosto sensibile e attento ai bisogni della donna in travaglio…

“LA COMARE LEVATRICE ISTRUITA NEL SUO UFIZIO”

secondo le regole più certe e gli ammaestramenti più moderni

opera di Sebastiano Melli, professore di chirurgia, stampata in Venezia nell’anno 1738:

“NOTA ALTA ALLA COMARE”

“ Non deve la savia Donna (l’ostetrica, n.d.r.) poner in positure la gravida partoriente, se non è l’ora del partorire. Per ordinario questa si accosta quando l’acque si uniscono o formano, per parlar colla Comare, che s’intende quando vengono in parte spinte avanti colle membrane. Quando quest’acque saranno bene raccolte, il che la Comare dovrà conoscere col metter il dito nel seno pudendo, dovrà situare la sua Cliente per accogliere il figliuolo, e non si dovrà prender premura di rompere dette membrane, perché uscendo l’acque avanti il tempo, restano asciutte le vie ( da cui il tento temuto “parto asciutto”, spauracchio delle partorienti…n.d.r.), e si difficulta il partorire; può ancora la Signora Comare nell’atto che fa ispezione per sentire le acque ungersi i diti nell’oglio di mandorle fatto di fresco, o col butirro, oppure con qualche pinguedine emolliente, il che si fa per lassare, ammollire, e addolcire le vie, per le quali deve viaggiare la creatura. L’impulsione delle acque nelle seconde serrate, serve ad ampliare, e dilatare poco alla volta l’osculo uterino, come tra gli altri il Sig. Blancardi spiegò. Difatto in principio alla grandezza di una nocciuola si ritrova; e quanto più gli sforzi sempre crescono, tanto e più spinte, e respinte le seconde con l’acque, premono all’orifizio, e l’ampliano un poco alla volta; cessando gli sforzi, l’acque recedono dal luogo che avevano imboccato, e restano flaccidette le membrane. Ritornando nuovi sforzi, ritornano di bel nuovo le acque ad imboccare, le membrane ad estendersi, e così sempre più resta la cervice uterina dilatata ; à segno tale che dal sentirsi imboccate le seconde alla grandezza di una nocciuola, come sopra dissi, si passa a scoprirle della grandezza di un uovo di gallina, e non poche volte corrisponde al capo dell’infante, così che occupa tutto il passo: rotte queste, lubricate le vie, ecco l’nfante alla luce, colle seconde ancora. Avverta la Comare di non aver unghie lunghe, di levarsi anelli, o smanigli, perché quelli ornamenti non possono se non molestare le parti molli della partoriente, e impedire la speditezza di operare. Avvertirà ancora che la partoriente non sia cinta da cosa alcuna, non stretta ne’ capelli, non legata le coscie, o gambe, acciò nei premiti dal parto non patisca, e possino i fluidi liberamente scorrere. Noto di nuovo, che la Signora Comare non si deve pigliar premura di far uscire l’acque col rompere le membrane; perché tal cosa non deve essere fatta se non in occasione de’ Gemelli, come in fine di questo libro diremo.”

Una lingua, tante lingue, mille storie: donne straniere in Italia

Lingua madre, si chiama. “Madre”, così dolce e intimo, così carico di significati simbolici. Nella lingua stanno parole, frasi, concetti, emozioni che riportano alla madre. Emozioni: da ciascuna nasce la parola, non potrebbe essere altrimenti per il bambino che impara a comunicare. Da quel momento e per la vita, la lingua appresa nell’infanzia circonda i pensieri e gli dà forma. Ma cosa succede se le circostanze dell’esistenza sradicano dal rassicurante terreno della propria lingua madre, catapultando in una dimensione estranea, incomprensibile, dove scompaiono quei riferimenti certi della comunicazione che sono le parole, combinate a comporre suoni familiari che scandiscono la consuetudine e il fluire del tempo?

Succede che la quotidianità dell’esistenza viene stravolta, consegnata all’inquietudine di giorni sempre diversi, in cui far tornare i conti della propria identità spezzata e confusa con quelli del bisogno di sopravvivere in ogni modo, ricostruendo dentro di sè a poco a poco e con fatica piccole certezze, frammenti della vita lasciata alle spalle sbalzati in dimensioni estranee, dove nulla sembra essere più decifrabile, eppure diventa obbligatorio ripensarli, ricrearli, rimetterli insieme… Se poi a vivere tutto questo sono le donne, allora anche l’esperienza di un disagio così grande diventa “di genere”: si può individuare un malessere specifico al maschile o al femminile, connesso con lo sradicamento geografico e culturale? Certamente si, e chiunque può osservarlo nelle sue manifestazioni semplicemente guardandosi intorno, cercando di decifrare la realtà che cambia sotto gli occhi ben più rapidamente di quanto si possa pensare.

Così, nella mia vita di ostetrica è successo che siano entrate e uscite tante di queste donne: ciascuna portava con sè la sua vita, le sue speranze e anche le disillusioni, le sofferenze e la gioia, a volte l’apparente indifferenza verso il mondo, ma tutte avevano per denominatore comune il bisogno smisurato di trovare ascolto e condivisione. Per una donna straniera, già provata dal disagio di trovarsi in un contesto sociale, culturale e linguistico sconosciuto, l’ingresso in una struttura sanitaria con regole, divieti, routine e pratiche cliniche così estranee alla sua esperienza rappresenta una fonte di malessere supplementare. Tante sono rimaste nella mia mente, e ancora mi chiedo che fine avranno fatto, cosa gli avrà riservato lo scorrere del tempo…

Cela, albanese di trent’anni, bella e dolce, parla un italiano corretto ed è accompagnata da un distinto signore italiano molto più vecchio di lei: ha una perdita di sangue molesta, continua, un malessere fisico indecifrabile; sta cercando di avere un figlio con quest’uomo affettuoso che la accarezza e le tiene la mano durante la visita. Le viene diagnosticato un tumore uterino in fase avanzata; mi fermo a parlare con lei, siamo sole. Dopo una iniziale ritrosia mi racconta di sè: basso livello di istruzione, violentata a 15 anni nel suo paese di origine, rimane incinta e viene costretta ad abortire in condizioni igieniche disastrose; segue un’infezione gravissima da cui esce viva per miracolo: le resta una cicatrice devastante sull’addome, uno sfregio tremendo sul corpo esile, ma è viva. Giunge in Italia con la promessa di un lavoro, finisce a prostituirsi, un aborto dopo l’altro, non si ricorda nemmeno quanti, quindici o venti, tutti clandestini, i clienti non vogliono il preservativo ma gli sfruttatori reclamano il denaro. La vita scandita dalle violenze, fino a quando il distinto signore italiano la toglie dalla strada…Ora è qui: una pena infinita, le accarezzo la mano e resto in silenzio, lei si lascia andare alle lacrime e parla sottovoce, nella sua lingua…

Amira, tunisina, vent’anni, esilissima e vestita con abiti occidentali, diploma di scuola superiore conseguito nel suo paese, si esprime in buon italiano; arriva all’inizio del travaglio accompagnata dal marito, anch’egli tunisino e di poco più vecchio. Sorridono tanto, sono teneri, sempre in contatto fisico tra loro ma tesi, spaventati. Il travaglio procede con grande lentezza, è notte e la stanchezza si fa sentire. Le contrazioni aumentano di intensità, Amira chiede aiuto, si aggrappa a me con forza quasi aggressiva, teme il taglio cesareo perchè proviene da una cultura in cui una donna deve dare dimostrazione della sua capacità di far nascere un figlio per le vie naturali. La rassicuro sul fatto che tutto procede bene e la invito a lasciarsi andare, la metto a suo agio come posso, con un the caldo, un massaggio sulla schiena…Ad un certo punto inizia a invocare nella sua lingua, ripetendo come un mantra le stesse parole. Chiedo al marito di tradurre: si sta rivolgendo alla madre lontana, chiedendole di aiutarla. Come può farlo se non nella sua lingua madre? Finalmente si rilassa e il travaglio accelera, fino a quando il piccolo fa capolino e apre i suoi occhi sul mondo: la gioia è in arabo, e non potrebbe essere altrimenti…

Tuttavia, la prima volta poteva essere casuale, ma la seconda comincio a pormi una domanda: possibile che la lingua d’origine irrompa in maniera spontanea quando l’emotività diventa intensa e l’istinto prende il sopravvento sulla parte razionale del nostro essere? Decido di prestare maggior attenzione, ed ecco che altre storie ed altre lingue si susseguono, restando impresse nella mia mente come frammenti indelebili del mio percorso umano e professionale.

Yuna, cinese di 19 anni, giunta al seguito di un imprenditore italiano sessantacinquenne che ha impiantato una filiale in Cina: è timidissima, parla italiano con discreta padronanza, ma a tenere le redini della conversazione è lui, rustico, verboso e caciarone. Dal momento del ricovero in poi, alle domande risponde istintivamente, senza nemmeno lasciare alla ragazza il tempo per dire la sua. Cerco un momento di intimità con lei, allontanando il compagno con uno stratagemma. Mi racconta brevemente la sua storia: ha iniziato a lavorare nell’azienda in Cina, come tuttofare, insieme a numerose altre giovani coetanee, poi la richiesta di trasferirsi in Italia, ed ora un figlio in arrivo. Torna il quasi-padre: non gli ho chiesto alcunchè, ma sente di dovermi rendere partecipe delle sue vicende personali. Si è separato molti anni prima dalla moglie italiana, da cui ha avuto due figli ormai più che adulti. Con la fierezza di un gallo cedrone mi sottolinea che lui, di ragazze cinesi, ne ha portate due, in Italia: “sa, sono talmente ubbidienti, si accontentano, accettano qualunque cosa e tacciono…potrei portarmene quante voglio, d’altronde arrivano dalla miseria, qui fanno vita da regine!”. Due, chiedo, dove stanno? Che domanda, a casa sua, vivono tranquillamente insieme, sotto lo stesso tetto: per loro non fa problema, mica come per noi…Sanno fare tutto, e tengono pure la contabilità! Yuna continua il suo travaglio in silenzio, gli occhi parlano di malinconia e rassegnazione bilanciate almeno in parte da una rassicurante agiatezza; quando le doglie si fanno più intense, inizia a lamentarsi sommessamente con voce sottile, acuta e suoni ritmici scanditi nella sua lingua. Chiedo a lui di tradurre: sta invocando l’aiuto di sua madre. Nasce una bimba, piccina, faccino tondo e occhi allungati; mi chiedo quale sarà la sua sorte, ma pensando ai milioni di bimbe cinesi soppresse nel tempo per lasciare il posto al figlio maschio, mi conforta il fatto che almeno a lei la vita sarà concessa. Yuna l’abbraccia stretta, inizia a parlarle sottovoce nella sua lingua musicale, come se fossero all’interno di una bolla da cui lui, il “sultano”, pare escluso…

Olga è una donna che dimostra molto più dell’età anagrafica: è provata in maniera evidente dalla fatica di vivere e dalla sua storia. Si esprime in un italiano incerto ed elementare. Sradicata dalla Moldavia per tentare una vita diversa approda in Italia, dove cerca di sopravvivere da cinque anni facendo la domestica. Ha lasciato nella sua terra un marito che annega nell’alcool il suo disagio e una figlia adolescente, vista l’ultima volta un anno prima. Entrambi vivono in una stamberga alla periferia di una cittadina. Ora è in travaglio, appesantita da una gravidanza imprevista. Arriva accompagnata da un’amica, e poco dopo il ricovero mi dice che il bambino non lo può tenere, quindi andrà in adozione. Provo a sondare la sua decisione e a capire se ha pensato a tutte le opzioni possibili, ma è determinata: i datori di lavoro la riaccoglieranno dopo il parto, ma da sola, e in ogni caso non può permettersi di accudire e mantenere un altro figlio, dal momento che la famiglia rimasta in Moldavia dipende in gran parte dalle piccole somme di denaro che lei riesce a racimolare e spedire periodicamente. Non lascia trasparire emozioni, non si lamenta e fissa con sguardo vuoto la parete davanti a sè nelle pause tra le contrazioni. Ogni tanto parliamo di piccole cose, molto elementari. Partorisce un maschio ed evita di guardarlo, ben sapendo che dovrò farlo portare via al più presto. Pronuncia parole per me incomprensibili, nella sua lingua, con tono mesto e sottovoce ma con fermezza. Le chiedo se ha cambiato idea e le ricordo che potrà ancora farlo, ma mi risponde che no, non si può, che solo così il bambino potrà avere una vita normale e lei anche…Una vita normale? Mi soffermo a pensare a quanto può essere “normale” l’esistenza di questa donna, apparentemente così distaccata da quanto sta vivendo. Cerco di restarle accanto e di sostenerla nella sua fatica, che certamente è grande. Compilo il certificato di assistenza al parto con la dicitura “madre che non intende essere nominata”. Mi coglie una curiosità: quanti sono i bambini partoriti in anonimato in Italia? Cosa ci dicono le percentuali in proposito? Cerco in rete: il fenomeno è in aumento, e per il 70% riguarda donne straniere. Una nicchia di realtà del nostro Paese che non fa notizia, eppure rappresenta una fetta di sofferenza ed emarginazione che ciascuna delle donne interessate porta su di sè a vita, senza che nessuno ne sia consapevole…

Ela arriva in ospedale verso mezzanotte, in autobus perchè il marito lavora in un cantiere e sarà occupato fino all’alba. E’ polacca, un viso bello e dolce, modi fini e parla un buon italiano. Il travaglio è appena agli inizi ma promette di procedere con rapidità. La notte è tranquilla, le resto vicina e chiedo di poter chiamare il marito perchè possa partecipare all’evento. Mi risponde che non è possibile, ha iniziato a lavorare da poco al cantiere e non può chiedere di assentarsi. Mi racconta la sua storia: è giunta in Italia quattro anni prima insieme a lui; entrambi hanno una laurea, lei in letteratura, lui in ingegneria, ma qui non servono e ci si è dovuti adattare. Lei ha trovato lavoro come domestica, lui salta da un’occupazione all’altra, sempre precarie, senza alcuna tutela e pagate in nero. Mi sale la rabbia e penso che no, non si può pensare di negare ad un uomo il diritto di stare accanto alla sua compagna quando sta per nascergli un figlio, così le chiedo di chiamarlo (hanno un telefono!) e di provare a chiedere se qualcuno lo può portare in ospedale. Il capocantiere storce il naso, ma è un padre…Dopo circa un’ora lo vediamo arrivare, il volto sfatto e le mani rovinate dal cemento, ma felice e commosso. Mi commuovo anch’io e vado in disparte con gli occhi che si inumidiscono, pensando a quanto ingiusta è la vita. All’alba nasce una splendida bimba: entrambi scoppiano in un pianto di felicità e malinconia, dispiaciuti per la lontananza dalle famiglie, parlano fitto tra loro in polacco e si rivolgono alla cucciola con parole dolci e cadenzate. Ela canta una ninnananna nella sua lingua madre. Quando viene dimessa, passa a ringraziarmi con gli occhioni bagnati, dicendomi che in questa circostanza si sono sentiti meno soli e tanto accolti; ci abbracciamo e auguro a tutti una vita di serenità, nonostante tutto…

Lingua madre e lingua acquisita, dunque, occupano un posto ben preciso nella geografia mentale delle persone, questo mi sembra di aver capito; sono le circostanze della vita a determinare il ricorso all’una o all’altra, in maniera istintiva. In ogni caso la conoscenza di un’altra lingua rappresenta una ricchezza. I figli degli immigrati non di rado possiedono la padronanza di almeno una, a volte anche due lingue, oltre a quella italiana: la scienza ci dice che quando i bambini ne apprendono diverse in contemporanea sviluppano un’area del cervello che altrimenti rimarrebbe silente; ciò significa intelligenza più vivace e creativa…Il futuro gli appartiene, senza dubbio.

Sono nata a Torino, da padre siciliano e madre emiliana. Entrambi avevano portato in questa città un bagaglio pieno di speranze, vicende legate alla guerra e sradicamento dalla famiglia di origine, reso obbligatorio dal bisogno di un lavoro. Mio padre, classe 1910, collezionò una doppia mortificazione: da parte della sua famiglia, poichè nella decisione di sposare una donna “del continente” era implicito l’oltraggio alle donne locali, e in seguito per via delle sue origini “terrone”, in un Piemonte bisognoso di braccia ma ancorato ad uno spietato senso della territorialità e dell’appartenenza. Sentirsi apostrofare con termini come “napuli” e “terùn” era frequente per lui, ma anch’io ho potuto sperimentare più volte la grazia di questa sottolineatura malevola, diretta o indiretta, anche da persone dalle quali non me lo sarei aspettato… Di quali armi dotarsi per mitigarla? L’ironia, la tenacia, la capacità guardare oltre, di rielaborare le esperienze attraverso una visione aperta del mondo e l’attribuire valore alle diversità culturali.

Il dialetto siciliano, sporadicamente inframmezzato da spezzoni di quello emiliano, ha rappresentato sempre una componente essenziale dell’atmosfera che si respirava in famiglia, mantenuto vivo soprattutto nei momenti di maggiore carica emotiva, quando riusciva comunque ad essere colorito, nella tristezza come nelle circostanze comiche. Raccontare una storia legata alla propria vita significava farlo usando il dialetto, che sembrava rappresentare una sorta di ancora, un elemento di sostegno e di rassicurante rinforzo identitario, marcando in parallelo la mia appartenenza a luoghi diversi e a nessuno in particolare. Ancora oggi non posso fare a meno di ricordare spesso e con precisione frammenti di quei suoni, quando ho voglia di sentire la presenza di chi non c’è più, mettendo volutamente nel ricordo l’allegria delle parole dialettali pronunciate in questa o quella situazione e il piacere di riascoltarle, marcandone così il valore profondo.

Per questo motivo mi è particolarmente caro Andrea Camilleri, che con la lingua ha un rapporto peculiare, ricco, coinvolgente e creativo. Nei suoi scritti riconosco molto del linguaggio ascoltato durante l’infanzia. Fu proprio leggendo una sua intervista che mi si aprì una finestra sulle situazioni vissute sia in famiglia che nell’ambito professionale, a conferma delle mie percezioni. In essa si esprimeva così: “A casa parlavamo in dialetto e in italiano. Quand’è che si parlava in dialetto e quando in italiano? Questa è la domanda che mi sono posto e su questo ho cominciato a scrivere. Supportato poi da Pirandello; un giorno scoprii un suo scritto meraviglioso della fine dell’Ottocento, che dice: «Di una data cosa, il dialetto ne esprime il sentimento, della medesima cosa la lingua ne esprime il concetto».

Deve essere così evidentemente, per certi versi, anche riguardo al rapporto tra lingua madre e lingua acquisita, per tutti coloro che lasciano dietro di sè la propria storia per iniziarne una nuova, ma senza fortunatamente recidere del tutto il legame con le radici, che resta ancorato alle parole ma modulato dalle emozioni…

p.s.  I nomi citati sono di fantasia

Leggi anche:

http://www.uppa.it/rubriche/nascere/gravidanza-e-parto/mamme-di-tutti-i-colori

Il desco e la tazza da parto

 

 

 

 

Questo meraviglioso oggetto è un esemplare di desco da parto, dipinto da Pontormo su tavola e conservato agli Uffizi, a Firenze. Risale al 1526 circa, e venne realizzato in occasione della nascita di un bimbo in una famiglia della Firenze dell’epoca. Il desco era un vassoio tondo (da “disco”) in legno, dipinto su entrambi i lati, che durante il Rinascimento veniva offerto come dono cerimoniale alle donne delle famiglie più abbienti che avevano appena partorito; si trattava un oggetto della vita quotidiana delle donne dell’alta società, e con esso si serviva un primo pasto, solitamente un brodino, alla partoriente subito dopo il parto e nei giorni seguenti, fino a quando restava a letto. Vi erano spesso dipinti temi allegorici ben augurali o episodi sacri legati alla natività, e sul retro riportava generalmente elementi araldici propri della famiglia a cui era destinato. Più frequentemente vi si rappresentavano scene inerenti alla nascita di Cristo, alludendo in tal modo alla sacralità della procreazione (scopo delle nozze) nel matrimonio cristiano. Nel corso del cinquecento, questo costoso oggetto venne sostituito gradualmente da tazze in ceramica, le cosiddette tazze da puerpera, decisamente più a buon mercato, che ebbero invece vita assai più lunga.

Particolare curioso, tratto dal bel documento segnalato nel link sottostante: “nel 1940, al concorso nazionale per la ceramica d’arte, riservato a giovani ceramisti, uno dei temi in concorso era proprio un modello moderno di tazza da parto come dono alla puerpera. Questo servizio doveva comprendere la scodella per il brodo, il piatto portauovo con il portasale, il tutto congegnato con un’unica presentazione facilmente scomponibile nelle sue parti”.

Per approfondire:

DAL DESCO DA PARTO ALLA TAZZA DA PUERPERA: SIGNIFICATO E SIMBOLOGIA DI UN OGGETTO LEGATO ALLA NASCITA
Maria Pia Mannini

http://popolazioneestoria.it/article/view/180