L’ episiotomia

L’episiotomia è un pratica chirurgica con cui, utilizzando una forbice, si incide (tomia) il perineo (epíseion, regione pubica), e più precisamente la parete vaginale posteriore, in basso. L’incisione può essere effettuata lungo la linea mediana, ovvero dalla estremità inferiore dell’ingresso vaginale verso l’ano, oppure più frequentemente con un certo angolo rispetto ad essa, dopo aver praticato un’ anestesia locale simile a quella utilizzata dal dentista. Dopo il parto si procede alla sua sutura con fili appositi, ormai riassorbibili, che non necessitano di essere rimossi. Le prime tracce documentarie di questa procedura risalgono alla metà del ‘700, mentre la sua affermazione si attesta un secolo dopo. 

Diffusa su scala planetaria dove il parto è assistito da operatori sanitari (poichè non sempre lo è), l’episiotomia è ancora oggi una delle più comuni procedure mediche a cui sono sottoposte le donne e, nonostante un suo utilizzo di routine sia nettamente diminuito negli ultimi decenni, è ancora largamente praticata in molte parti del mondo, ma con enorme differenza percentuale: da circa il 10% in Svezia a oltre il 90% in America Latina.

Indicazione assoluta al suo utilizzo è rappresentata dal rilievo di sofferenza fetale durante la fase espulsiva del parto, potendone accorciare i tempi; nel corso di parti operativi (applicazione di ventosa) agevola la procedura e riduce la possibilità di danni maggiori del perineo; può anche risultare necessaria in altre situazioni particolari, sulla base dell’esperienza di chi assiste, che permette di valutare con attenzione se il tessuto materno può sopportare o meno la sollecitazione a cui sta per essere sottoposto.

L’utilizzo selettivo consente di limitare lacerazioni estese della vagina, facilitando la riparazione della ferita e la sua cicatrizzazione.

Nel maggio 1985 l’OMS emise un documento, “Tecnologia appropriata per la nascita”, contenente alcune raccomandazioni tra cui questa: “L’uso sistemico dell’episiotomia non è giustificato”, e nella revisione del 1992 comparve un richiamo perentorio per gli operatori: “la pratica routinaria dell’episiotomia dovrebbe essere abbandonata”.

In Italia la situazione qual è?

Serena Donati, ricercatrice dell’Istituto Superiore della Sanità e tra gli autori delle linee guida nazionali in materia di gravidanza fisiologica e taglio cesareo, dichiara che “l’episiotomia non deve essere effettuata di routine perché non migliora di per sè gli esiti del parto vaginale e deve essere eseguita solo in caso di necessità”. Nonostante le raccomandazioni OMS indichino nel 5 per cento un giusto ricorso a questo intervento, un’ indagine svolta in Italia ha fornito una stima degli interventi di episiotomia nei parti spontanei (escludendo quindi i casi in cui si erano impiegati ventosa o forcipe): al Nord la percentuale è risultata del 60.4%, al Centro 66.1% e al Sud 79%, per un totale ogni anno di circa 200mila. Questi dati si riferiscono al 2002; dopo più di dieci anni avremmo voluto fare un confronto, ma un dato aggregato su base nazionale oggi non esiste. Gli unici numeri ufficiali in circolazione sono quelli degli ospedali e delle regioni virtuose, quali Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna, che all’interno della propria struttura o del proprio territorio, hanno registrato in cartella clinica tutti i trattamenti medici ai quali le partorienti sono state sottoposte. Ma a parte queste rare eccezioni, in generale nessuno, neanche gli stessi primari, sa esattamente quante episiotomie vengono eseguite”. 

Bella questione, su cui c’è da interrogarsi: man mano che ci si sposta da nord a sud, poi, si rileva una crescente e più disinvolta propensione alla sforbiciata  😦 …sta di fatto che i tassi di episiotomia in Italia sono superiori a quelli registrati in altri paesi europei e in Nord America. 

Dal sito http://www.saperidoc.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/52 :

Ricorrere all’episiotomia ha dei benefici?   Questo intervento, praticato da molti anni in sala parto, era stato introdotto con la convinzione che potesse limitare il dolore e la gravità delle lacerazioni, cioè degli ‘strappi’, a cui le donne possono andare incontro spontaneamente durante il parto. In realtà gli studi hanno dimostrato che praticare di routine l’episiotomia non produce benefici rispetto al parto senza interventi. Inoltre, limitare l’uso dell’episiotomia porta a una maggiore probabilità di avere un perineo intatto e, quindi, a una diminuzione del numero di suture e di complicazioni, senza differenze nel dolore perineale e nella frequenza di lacerazioni gravi. L’episiotomia andrebbe quindi limitata esclusivamente ai casi in cui può effettivamente aiutare la nascita del bambino, una valutazione che può essere fatta solo alla fine del travaglio di parto.

 E dopo il parto?   Anche sul medio periodo non ci sono prove consistenti a favore o contro il ricorso all’episiotomia. Tuttavia una sintesi dei risultati degli studi disponibili mostra che il ricorso di routine all’episiotomia non riduce il rischio di incontinenza urinaria e fecale, non aiuta a ridurre i dolori perineali che si possono avere dopo il parto e comporta una minore probabilità di riprendere precocemente i rapporti sessuali.
Le donne possono legittimamente richiedere di essere informate sulla pratica di questo intervento nell’ospedale in cui scelgono di partorire (le nascita in casa sono generalmente immuni da episiotomia), e che venga effettuato soltanto nell’ipotesi di effettiva necessità, avvisandole preventivamente per ottenere il loro consenso, obbligatorio per legge.
Nel caso in cui fosse necessario praticarla, l’ostetrica è abilitata anche alla sua riparazione.
-> Parere tecnico condiviso ad unanimità dal Comitato Centrale – FNCO
13 ottobre 2012 – “L’ostetrica/o è abilitata/o ad effettuare
l’episiotomia, l’episiorrafia e la sutura perineale semplice
secondo le normative vigenti” (L.42/99)
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La solitudine delle mamme

Si resta incinte, ci si confronta con emozioni del tutto nuove, con il lento trasformarsi del corpo, con l’idea di passare dalla condizione di figlia a quella di madre, fino a quando si avvicina il momento, e più procede la gravidanza, più si fa strada un’idea di parto, spesso confusa e accompagnata da timore dell’ignoto, più spesso ancora definita da altri (il ginecologo), raramente messa a fuoco da noi stesse, quasi che fosse altro da noi, e non ci riguardasse direttamente. Com’è difficile soffermarci sui nostri desideri, pensare al bambino che verrà e a come vorrebbe vivere questo momento, chiederci cosa vogliamo, cosa non vogliamo…

Il futuro padre non sempre ci aiuta, anche perchè magari tagliato fuori dalle decisioni, pensando che tutto sommato l’esperienza la dobbiamo gestire da sole, corpo e mente; invece anche lui potrebbe esprimere desideri al pari di noi, ma spesso non viene sollecitato a farlo.

Poi arriva il momento, dopo aver seguito un corso preparto che forse ci ha fornito qualcosa, forse meno, e le contrazioni, o la rottura del sacco amniotico o altre situazioni contingenti ci spingono a raggiungere l’ospedale prescelto (sulla base di cosa? “perchè ci lavora il ginecologo che mi segue”, “perchè è vicino a casa”, “perchè tante amiche si sono trovate bene”, e ogni tanto “perchè risponde ai miei desideri”). Poi nella mente si fa strada la frase consolatoria: “lo hanno fatto milioni di donne prima di me”… 🙂

Si affrontano il parto, il post parto e la cura del neonato secondo le abitudini in voga nel luogo, poi si torna a casa, papà rientra alle occupazioni lavorative e pian piano si fa strada il bisogno di condividere le proprie emozioni, fisiche e psichiche, ma sempre più frequentemente si è sole, e allora, se non si hanno a disposizione nonni e parentame vario, ecco che viene in aiuto lo schermo del computer, uno sfogatoio dove è possibile trovare ascolto nei social network, le “reti sociali”, gruppi di individui connessi tra loro, distanti fisicamente, che non si conoscono per le vie tradizionali ma che scrivendo sulla tastiera possono entrare in contatto e scambiarsi informazioni, stati d’animo…

Stupendo, meglio di niente, spesso la confusione aumenta anzichè ridursi, ma più che altro occorrerebbe potersi misurare con la fisicità, la presenza confortante di una persona affettivamente vicina, che ti prepara il cibo o si occupa del piccolo mentre riposi. A volte, prevedere un aiuto domestico per qualche tempo può sollevare notevolmente la condizione di stanchezza che grava sulle giornate di una neomadre: tante donne, madri anch’esse, sono disponibili per svolgere qualche ora di lavoro, basta cercare.

Guardandosi attorno, poi, si scopre che le donne sanno anche organizzarsi, creare reti solidali, sostenersi reciprocamente, cambiare creativamente anche le istituzioni presenti sul territorio, frequentare luoghi davvero sociali (dalle biblioteche aderenti al progetto Nati per leggere, alle piscine dove si pratica acquaticità per i piccoli, ai corsi post parto attivati dai consultori, alle tante associazioni variegate sempre più attive, ad esempio).

E’ che spesso vanno spronate a farlo, vanno aiutate a focalizzare luoghi, persone e iniziative che possono fare al caso loro; occorre rassicurarle circa il fatto che, ad un certo punto, uscire di casa, vivere una vita sociale in sintonia con i mutati bisogni è ancora possibile, anzi necessario, per sè, per il rapporto di coppia e per il ruolo genitoriale che in tal modo matura, si evolve e cresce, arricchito dagli scambi di idee, consigli, esperienze. Una cena con gli amici ogni tanto, senza pretese, aiuta a dare respiro alle giornate faticose di una neomamma, smorza l’ansia legata al cambio di passo della vita quotidiana, offre l’opportunità di sentirsi ancora parte di un gruppo sociale più ampio. Una bella pizza profumata, comodamente seduti a un tavolo, diventa momento da assaporare (in tutti i sensi!), stacco dalla routine, sensazione di non sentirsi tagliate fuori da tutto e tutti. Piccole cose, che si sono magari sempre fatte, ma che “dopo” acquistano valore e peso diversi… 😉

 

Nascere altrove: l’Olanda

Il Sistema Sanitario olandese suscita frequente e attenta curiosità, ed è assai studiato nel mondo per molti aspetti legati alla sua impostazione, che tende a potenziare quei campi della cura della persona ritenuti davvero importanti per la salute personale e collettiva. In particolare, tutta l’organizzazione del percorso di maternità spicca per la sua peculiarità, volta a far sì che le donne possano godere della migliore assistenza sulla base dei loro effettivi bisogni sanitari. A differenza di molti altri paesi, le donne incinte hanno contatti limitati con i medici durante la gravidanza; le cure prenatali sono fornite principalmente da ostetriche, poichè è opinione comune che la gravidanza sia un processo naturale, non una condizione medica. Per questo motivo, a meno che decida lei stessa diversamente, quando una donna resta incinta viene valutata per la prima volta da un medico, che conferma la gravidanza ed effettua un esame del sangue prima di far riferimento a un’ostetrica. Spesso è il cosiddetto “general practitioner” (GP), che corrisponde più o meno al nostro medico di base con la differenza che è assai più preparato in ambito ostetrico, quindi capace di collocare la gravidanza nella categoria a basso, medio o alto rischio. Le donne a basso rischio (la maggioranza) vengono smistate alle cure della sola ostetrica, che porterà avanti il monitoraggio della gravidanza e assisterà il parto e il puerperio in completa autonomia, ricorrendo alla consulenza del GP o del ginecologo a seconda delle problematiche che eventualmente si presentassero. Ogni deviazione dalla fisiologia comporta per l’ostetrica il fatto di misurarsi con il medico. La donna è libera di scegliere un’ostetrica, e lo fa spesso dopo aver parlato con altre donne per sondare la loro esperienza. Ma può cercarne una nella sua area di residenza sul sito web, o farsela consigliare dal GP. Un’ostetrica non può intraprendere la cura di una donna che vive a più di mezz’ora di distanza dalla sua casa, in modo da poterla assistere rapidamente, se necessario. La scelta è possibile per il particolare sistema di remunerazione del lavoro, che passa attraverso sistemi assicurativi sanitari. L’assistenza prenatale, al parto e al puerperio sono previste come parte del pacchetto di base di un’assicurazione sanitaria obbligatoria, spesso integrate con ulteriori assicurazioni private per proteggersi dai costi di eventuali complicazioni mediche che possono sopraggiungere a carico di mamma e/o neonato. Il primo appuntamento con l’ostetrica viene fissato al terzo mese di gravidanza, e consiste in uno screening iniziale per individuare eventuali possibili complicanze. Viene chiarito ben presto se si preferisce un parto in casa o in ospedale, ma invitando la donna a verificare con la propria assicurazione le reali condizioni di rimborso, che in alcuni casi possono comportare un costo aggiuntivo da sostenere direttamente. L’ostetrica fornisce anche un calendario per gli appuntamenti futuri, nonché opuscoli informativi contenenti consigli dietetici e molte altre informazioni specifiche. Gli appuntamenti vengono poi programmati a intervalli regolari durante la gravidanza, a partire da ogni quattro settimane per poi proseguire su base quindicinale vicino alla data di scadenza. Può anche essere rilasciato un libretto, che verrà utilizzato per tracciare il percorso assistenziale e particolarmente utile per coloro che optano per la nascita in casa, in quanto contiene informazioni importanti per chi assisterà il parto. La stragrande maggioranza delle donne partorisce in ospedale, mentre circa un quinto o più di esse sceglie di partorire a domicilio, determinando uno dei più alti tassi di nascite a casa nel mondo occidentale, in netto contrasto con paesi come il Regno Unito, dove costituiscono poco più del 2 per cento del totale delle nascite ogni anno. In alcune città è anche possibile accedere a case da parto (kraamzorghotel), progettate per offrire un ambiente accogliente e al tempo stesso consentire al partner il pernottamento. È necessario formalizzare l’intenzione di utilizzare un kraamzorghotel, fino a due mesi prima della data prevista del parto. Se si sceglie di partorire in ospedale, è necessario far riferimento a quello più vicino a casa, se non altrimenti concordato in gravidanza. L’ostetrica accoglie la donna in travaglio nel reparto maternità dell’ospedale e si prende cura di lei e del neonato durante tutto il percorso, che se resta in ambito fisiologico non contempla affatto la presenza di personale medico. Le ostetriche nei Paesi Bassi promuovono la nascita secondo la massima naturalità possibile, quindi l’uso di farmaci per alleviare il dolore durante il parto è abbastanza raro. Se però una donna desidera utilizzare metodi farmacologici di controllo del dolore, lo deve concordare con l’ospedale prima della parto. La maggior parte delle donne lascia l’ospedale entro 24 ore dal parto, anche se a volte sono autorizzate alla dimissione anche prima, se approvata dall’ostetrica. Eventuali complicazioni prima, durante o dopo la nascita diventano di competenza del medico ostetrico o del pediatra, allertati dall’ostetrica. In caso di parto domiciliare, l’ostetrica seleziona accuratamente le donne che possono accedere a questo tipo di assistenza, escludendo tutte le situazioni non fisiologiche, di competenza medica, secondo un protocollo nazionale a cui deve attenersi scrupolosamente, pena il ritiro della licenza (es: pregresso taglio cesareo, presentazione podalica o anomala, gravidanza gemellare, pregressa emorragia post-parto, diabete, e durante il travaglio la rottura di membrane da più di 24 ore, la presenza di meconio nel liquido amniotico, lacerazioni estese). Quando viene chiamata, allestisce l’ambiente per l’assistenza a mamma e bambino, aiutata da un’infermiera di maternità. In caso di necessità di trasferimento in ospedale, può contare su una rete organizzativa ben funzionante, che prevede l’utilizzo dell’ambulanza e il sostegno globale del personale ospedaliero. Una delle caratteristiche uniche dell’assistenza alla maternità in Olanda è il diritto di ogni donna a ricevere le cure di un’infermiera di maternità (kraamzorg), per un massimo di 10 giorni, il cui costo è coperto dal pacchetto assicurativo obbligatorio di base. Il servizio prevede anche la possibilità di disporre di un medico per visite a domicilio ogni giorno durante la settimana successiva al parto, in caso di necessità. Oltre ad essere in grado di offrire consulenza e rispondere ai dubbi di una neomadre, l’infermiera aiuta a sbrigare le faccende domestiche, cucina, si occupa degli acquisti, sorveglia gli eventuali altri bambini, e a seconda delle esigenze si rende disponibile a tempo pieno (fino a otto ore al giorno) o per poche ore. Questi aspetti vengono concordati al momento della scelta, che deve avvenire entro le 12 settimane di gravidanza, per avere la certezza di poterne disporre dopo il parto. Dopo la nascita del piccolo, i genitori ricevono un libro (Het Groeiboek) in cui tenere traccia delle vaccinazioni e di altri importanti dettagli relativi alla salute del bambino. Tutti i neonati nei Paesi Bassi ricevono vitamina K dopo la nascita e vengono vaccinati entro gli otto giorni di vita, mentre ulteriori vaccinazioni sono programmate fino all’età di nove anni. La madre lavoratrice ha diritto a 16 settimane di congedo, 10 delle quali da utilizzare dopo il parto, retribuito al 100%. Al padre è concesso un congedo parentale di due giorni, interamente pagato, ma entrambi i genitori hanno il diritto di prendere congedi non retribuiti, se desiderano. 

Per approfondire: http://www.expatica.com/nl/healthcare/Having-a-baby-in-the-Netherlands_107665.html MidwiferyNetherlands

Scegliere l’ospedale dove partorire

Dove vado a partorire?  Ogni donna se lo chiede quando inizia una gravidanza, e deve compiere una scelta, fondamentale per rispondere al suo bisogno di vivere l’esperienza della nascita secondo i propri desideri. Ma non sempre una donna esprime desideri definiti, oltre a quello di giungere alla fine del percorso mantenendo la propria integrità fisica e quella del suo piccolo. Ne consegue che, essendo nella stragrande maggioranza dei casi seguita in gravidanza da un ginecologo (perchè non al corrente del fatto che anche un’ostetrica ha le competenze per farlo, se tutto si svolge nell’ambito della fisiologia), la scelta cade semplicemente sulla struttura in cui lo stesso eventualmente lavora, benchè non sia ovvio che sarà presente durante il parto.

Dunque, già in gravidanza si traccia la strada, scegliendo la persona più rispondente alle esigenze personali per i controlli. Molto spesso, quando chiedo di conoscere le sue aspettative, la quasi mamma mi risponde proprio così: “Che tutto vada bene”. In quella piccola frase, in realtà, è contenuto un universo, perchè le variabili che intervengono nel tragitto che porta dal test di gravidanza positivo al parto sono innumerevoli, e quasi mai preventivate perchè non conosciute.

Chiarire a sè stesse quale professionista si vuole, con quali atteggiamenti assistenziali e relazionali, e quale esperienza, rappresenta il primo passo per una scelta consapevole e indirizzata verso obiettivi precisi: essere a conoscenza degli interventi ed esami davvero importanti (e di quelli superflui) per monitorare la gravidanza normale è, ad esempio, un buon inizio (*).

Assumere informazioni sull’ospedale in cui si è deciso di partorire è invece non soltanto un diritto (il personale delle strutture pubbliche è pagato per rispondere alle richieste), ma un’altra tappa importante della presa di coscienza che occorre iniziare a decidere per sè e per il proprio bambino, processo che durerà fino a quando lo stesso sarà in grado di assumere decisioni autonome.

Nei giorni scorsi, una giovane ostetrica mi spiegava ad esempio che nell’ospedale in cui lavora si effettua a quasi tutte le donne (salvo quelle che non danno il tempo di farla perchè sparano fuori il pupo…) l’episiotomia, ovvero il taglietto vaginale con le forbici durante l’espulsione del neonato, “perchè siamo abituate così”. Quando ho chiesto se tra le abitudini vi era anche quella di valutare con attenzione se l’intervento fosse davvero necessario, o di chiedere preventivamente il consenso della donna (come previsto abbondantemente dalla legge italiana in materia), la risposta è stata “noooo!!! si fa e basta”…

Già, si fa e basta. Mah!? Eppure, tanto per dire, l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è espressa con chiarezza e sulla base di dati scientifici ben strutturati, sulla questione-episiotomia… (*)

Informarsi, leggere, parlare con altre donne, mettere a fuoco cosa si vorrebbe per sè, avanzare garbate richieste all’ospedale individuato per partorire, scambiare quattro chiacchiere con le ostetriche che vi lavorano, visitarne altri e prendere nota delle differenze sono passaggi che aiutano a scegliere le migliori condizioni in cui vivere l’esperienza più intensa della vita. Una struttura che non consente di visitare la sala parto, che non lascia il papà accanto alla partoriente in travaglio e il piccolo accanto alla madre, che obbliga al digiuno, al monitoraggio continuo e a partorire in posizioni prestabilite, che non offre apertura verso il bisogno di essere informate, che vede nelle richieste delle donne non uno strumento di relazione ma un intralcio all’organizzazione del lavoro va scartato di certo, in favore di uno che allarga gli orizzonti e prevede il dialogo franco, l’informazione corretta e scientificamente aggiornata, il rispetto per i bisogni della mamma quando non entrano in contrasto con le esigenze di sicurezza per lei e per il suo cucciolo. In questo modo, le strutture virtuose potranno operare con sempre maggiore efficienza e crescere, e le altre saranno costrette ad adeguarsi se vorranno sopravvivere.

Umiltà, insomma, da parte di tutti, e tanta professionalità competente al servizio della causa di una buona nascita… 😉

(*)   – https://intornoallanascita.com/2012/02/06/esami-in-gravidanza-il-protocollo-ministeriale/

(**)  – http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/06/news/mamme_in_italia_sala_parto-58167160/

La parcella dell’ostetrica

Quello dell’ostetrica è un lavoro, non proprio come tutti, per via delle sue forti implicazioni emotive, ma comunque una professione che poggia le sue basi su un processo formativo, l’acquisizione di competenze, il loro mantenimento attraverso l’aggiornamento continuo. Di conseguenza, necessita di un corrispettivo economico, al pari di tutte le altre attività lavorative umane (*). Quando l’ostetrica opera in regime di libera professione, spesso l’idea che le persone si fanno è che la remunerazione delle sue prestazioni preveda cifre piuttosto basse, sulla base di riflessioni diverse. Proviamo ad analizzare gli elementi che concorrono a definire la parcella di una professionista, per poter mettere a fuoco che cosa contiene. Innanzi tutto viene riconosciuta la competenza, ovvio, esattamente come ad un architetto, a un falegname, a un medico o a un idraulico: chi farebbe mai ricorso a persone senza qualifica per fronteggiare un problema specifico, ben sapendo che non sarebbero in grado di farlo?

Poi il fattore-tempo: per andare incontro ai bisogni di una donna, occorre dedicarle mediamente ben più di un’ora per ogni incontro, di conseguenza occorre definire un costo base orario per la consulenza, al pari di quanto fa un insegnante o qualunque altro professionista qualificato. Se gli incontri avvengono in uno studio privato, l’ostetrica dovrà conteggiare le spese da destinare al suo funzionamento, o la percentuale da lasciare allo studio se ne utilizza solamente gli spazi; se al domicilio della donna, gli oneri per lo spostamento, e magari il parcheggio in area a pagamento. E’ ben noto a tutti il “diritto di chiamata” degli artigiani, corrisposto anche solo per una supervisione quando si richiede il loro intervento a domicilio per valutare un problema… 😉

Ancora: l’utilizzo di materiale monouso, l’ammortamento di strumentazioni varie (l’apparecchio per la rilevazione del battito fetale, ad esempio) e la produzione/consegna di opuscoli informativi vanno conteggiati come spesa, ed entrano a far parte della parcella.

Se l’ostetrica deve prodursi nell’assistenza al parto si dovranno prevedere ulteriori voci: la reperibilità continua, 24 ore su 24, a partire dalla fine della 37ma settimana di gravidanza e fino quasi alla 42ma, comporta una forte limitazione della libertà di movimento e programmazione delle attività per la professionista, ma quasi mai viene considerata come una componente dell’assistenza, che ha quindi un costo.

Il fatto di poter disporre in qualunque momento del supporto di una persona di fiducia, con cui si è creato un legame non soltanto professionale, è qualcosa di prezioso e importante, che può influire in maniera forte sugli esiti dell’esperienza di parto, specialmente se è l’ostetrica prescelta ad assistere direttamente la donna, come nel caso del parto a domicilio. In questa situazione, le voci che vanno a definire il compenso finale sono molte: il numero di visite pre e post-parto, la reperibilità, l’assistenza al parto, l’utilizzo di materiale vario e l’ammortamento di altra strumentazione o disponibilità farmacologica, i costi di spostamento, il disbrigo di pratiche burocratiche pre e post-parto finalizzate all’organizzazione dell’evento (che comportano spostamenti e dispendio di tempo!), e tutti gli interventi accessori che garantiscono la qualità dell’assistenza su mamma e neonato.

L’ostetrica non lascia mai una donna a sè stessa, anche a distanza dalla nascita del suo bambino, ma resta disponibile per qualunque necessità, rispondendo sempre alle sue richieste di aiuto (in molti Paesi la consulenza telefonica è a pagamento, addebitata sulla bolletta!!).

Infine, occorre tener presente che sul totale lordo incamerato dall’ostetrica gravano voci come la tassazione, il versamento di contributi previdenziali, l’iscrizione all’albo, un’assicurazione per responsabilità civile (sempre più cara) e contro gli infortuni, l’iscrizione a corsi di aggiornamento e tutte le spese sostenute per l’esercizio dell’attività stessa (un’auto efficiente, ad esempio, o la parcella del commercialista)…

****************

(*) – La Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche ha da tempo definito il principio secondo cui “Il compenso è fissato in relazione alla rilevanza, delicatezza e complessità della prestazione, dell’intervento, del piano o del progetto attuato dal professionista. I compensi per le prestazioni domiciliari devono essere maggiorati in ragione della distanza del domicilio del cliente e delle spese sostenute dal professionista. I compensi per le prestazioni effettuate nei giorni festivi o in orario notturno sono maggiorati del 30%. I presidi ed il materiale sanitario d’uso corrente del professionista sono a carico
dell’assistito”.
°  Art. 2233 del Codice Civile: “la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.

Partorire nell’intimità

Quando una donna riflette su come e dove far nascere il suo bambino, il primo dialogo lo affronta con il futuro padre, e se entrambi concordano sulla possibilità di vivere l’esperienza tra le pareti domestiche contattano un’ostetrica che ha scelto di occuparsi di questo ambito, avendo maturato certe competenze nel tempo e nei luoghi giusti.

Il primo incontro è fondamentale per guardarsi, “annusarsi” e captare la capacità reciproca di entrare in sintonia, ma anche per fornire un’informazione approfondita, completa e corretta su come impostare il percorso assistenziale, oltre a stilare un preventivo esatto dei costi da sostenere. L’idea di partorire in casa comporta la programmazione scrupolosa di tutte le fasi organizzative dell’evento, e in alcune regioni anche il disbrigo di pratiche burocratiche legate alla possibilità di ottenere un rimborso delle spese. Quindi, se si crea quell’alleanza necessaria per procedere oltre, si comincia a mettere a fuoco se la donna è nelle condizioni giuste per affrontare un parto a domicilio (assenza di elementi di rischio), si imposta una preparazione globale fisica e psichica mirata sui bisogni specifici, si compila una cartella ostetrica (esattamente come in ospedale), si valuta l’evoluzione della gravidanza, preparando il materiale e l’ambiente in prossimità del parto.

Il contatto tra donna e ostetrica non si interrompe mai, e in ogni momento quest’ultima rappresenta il punto di riferimento e supporto per qualunque esigenza, pratica o emotiva, della futura mamma. Man mano che il momento si avvicina, la relazione si fa più intensa, rassicurante e sollecita. Poi arrivano i segnali del travaglio, il che comporta la creazione di un filo comunicativo continuo, fino a quando questo si avvia ed evolve. L’ostetrica raggiunge la donna in tutte le situazioni in cui essa avverta la necessità di averla fisicamente accanto, ma durante il travaglio la vicinanza diventa permanente: si valuta la situazione, rilevando il benessere di mamma e bambino, si prepara il materiale necessario per gestire tutte le fasi del parto e, con particolare cura, si dispone l’ambiente in modo da renderlo nel contempo funzionale e accogliente. Si telefona all’ospedale più vicino e al 118 per comunicare che si ha una donna in travaglio, per cui entrambi restano a disposizione in caso di bisogno. Se tutto procede con regolarità, si arriva al parto, luci soffuse e silenzio rispettoso di tutti, ma in tutto questo tempo l’ostetrica compie gesti apparentemente di poco conto, che però sono essenziali per garantire serenità e sicurezza all’evento, senza turbarlo.

Papà è stato istruito su come praticare massaggi che leniscono il dolore e mantengono la vicinanza fisica con la sua compagna. Ecco che la testolina fa capolino, e lentamente il bimbo reclama il suo spazio nel mondo: manipolazione ridotta al minimo, delicata, e via, sulla pancia della mamma, a ritrovare calore e contatto appena lasciati, ascoltare la sua voce e quella di papà, immergersi nelle emozioni intense di un attimo irripetibile, che sono di tutti, anche dell’ostetrica! Silenzio, sguardi, odori, suoni, proprio tutti i sensi sono coinvolti. Pian piano, si afferma la nuova condizione per la donna, che da figlia diventa madre, così come l’uomo diventa padre, e per il piccolo che incarna la nuova vita e genera sempre meraviglia, senso di sacro e non del tutto comprensibile, perciò bisognoso di rispetto assoluto.

Dopo il parto, con caaalma, il piccino si attacca al seno, poi un bel bagno caldo, sostenuto dalle mani di mamma e papà, le foto, qualcosa da mangiare (la neomamma è affamatissima!!), un bel caffè per l’ostetrica e papà, le telefonate alle famiglie, la sistemazione dell’ambiente, la telefonata dell’ostetrica a ospedale e 118 per comunicare l’avvenuta nascita e ringraziare. Dopo alcune ore, controllo attento delle condizioni di donna e neonato, poi mamy si fa una bella doccia rigenerante e si può lasciare questa situazione così naturale e serena per qualche ora.

Quindi, per alcuni giorni consecutivi l’ostetrica torna a verificare che tutto proceda bene, annotando sulla cartella ciò che verrebbe annotato in ospedale; le visite di diradano, una alla settimana fino al mese di vita del bambino e disponibilità in qualunque momento sia necessaria per la mamma. Alla fine del percorso, bilancio dell’adattamento alla nuova condizione, della salute di entrambi, valutazione dell’allattamento (sempre al seno a domicilio!), del perineo materno ed eventuale impostazione di un lavoro muscolare di recupero, anche addominale, consulenza contraccettiva e molto altro…compresa una relazione forte, affettuosa, che non si interromperà mai.

Come in ospedale? 😉

Dopo il cesareo, voglio partorire

Si parla sempre più spesso di VBAC (acronimo inglese per intendere il parto vaginale dopo taglio cesareo), e molte informazioni in proposito si possono leggere sul post dedicato (*), ma cosa meglio delle parole di una donna che ha seguito il percorso per giungere a vivere l’esperienza reale di far nascere il suo bambino con un parto spontaneo, a seguito di un’esperienza precedente esitata in un cesareo, può non solo permettere alle altre donne di prendere atto della concreta possibilità che un obiettivo del genere si realizzi, ma tranquillizzarle e supportarle nella loro decisione almeno di provarci.

Così ho chiesto a Laura se aveva voglia di scrivere, buttare giù immagini ed emozioni scaturite dalla sua recente maternità.

Mi ha presa in parola, e credo abbia impiegato non più di 10 minuti a battere sulla tastiera questi bei pensieri… 😉

” Quattro anni e mezzo fa mi sono trovata a vivere un’esperienza che mi ha lasciato un segno profondo nell’anima. L’11 maggio 2010 è nato Alessandro, il mio primo figlio. Alessandro é nato con taglio cesareo dopo 15 ore di travaglio, per mancata progressione (la testa non scendeva). La nascita di quel frugoletto è stata accompagnata da emozioni contrastanti, gioia da un lato e senso di colpa dall’altro. Senso di colpa dovuto al fatto che in me c’era la sensazione di aver mollato, di non essermi impegnata abbastanza per farlo nascere spontaneamente, come tanto avevo desiderato.

Con il passare degli anni è subentrata la consapevolezza che forse non era tutta colpa mia, se di “colpa” si può parlare: non ero stata sostenuta nel portare a termine un parto spontaneo, non avevo saputo ascoltare il mio corpo e non ero riuscita a farmi ascoltare, annichilita da una situazione sconosciuta.

In occasione della mia seconda gravidanza, sono riemersi i vissuti traumatici del primo parto, ma questa volta ero decisa a non lasciare che le cose accadessero senza che io facessi nulla. Con l’avvicinarsi della data presunta mi sono confrontata con alcune ostetriche per rimettere mano alla mia storia e farmi consigliare in vista del nuovo travaglio. Sono stata ascoltata, finalmente.

Io volevo, se le condizioni lo avessero permesso, provare l’emozione di un parto naturale.

Il 30 aprile, alle 00:30 ho rotto le acque e mi sono recata in ospedale, accompagnata da mio marito, con cui avevo parlato a lungo del mio bisogno di essere sostenuta, anche da lui. Durante quella lunga notte c’è stato l’Incontro con Giada, l’ostetrica che “mi è entrata nella testa”.

Dopo averle raccontato la mia storia e averle espresso il mio immenso desiderio di un parto spontaneo e l’enorme paura di “fallire” di nuovo, le ho fatto richieste specifiche: volevo essere informata su quello che succedeva, su come stavamo procedendo, volevo una scansione temporale  che mi aiutasse ad orientarmi.

“Parlami, ho bisogno di questo”. “Ok”. È stata la sua semplice risposta, e non è mai venuta meno a questa promessa. Mi ha presa per mano, non solo fisicamente, mi ha sostenuta, incitata, non mi ha mai lasciata. Quando, presa dallo sconforto e dalla stanchezza, dopo 17 ore che sembravano mille, ero in preda agli spettri del passato, mi ha accolto, accettando la mia resa senza giudizio. Poi la natura ha fatto il resto e sono cominciate le spinte. Dopo due ore, alle 19 in punto è nata Aurora, 3800 grammi per 52 cm. Mi sono sentita onnipotente, c’eravamo riusciti! Io, Gabriele e…Giada.

È stata un’esperienza fortissima. Ho toccato il fondo e sono risalita.

Ho bonificato la mia immagine di donna che sa, può, riesce a partorire. Tutto ciò grazie a mio marito, che mi avrebbe sostenuta qualsiasi fosse stata la mia scelta e grazie ad una sconosciuta che per la durata del suo turno di lavoro è diventata la mia ancora, sostenendomi, ma soprattutto rispettandomi come donna prima che come madre.

Ho scritto di getto, non é tecnico, ma molto personale, intimo”…

E molto personale e intimo doveva essere, brava Laura! Non manca nulla, in questa testimonianza: il desiderio, la presa di coscienza, la determinazione di voler capire come fare, semplicemente chiedendo a un’ostetrica conosciuta, poi a un’altra in un ospedale disponibile e attento alle sue richieste (esistono, sì!), l’immersione nella corrente della nuova esperienza, travolta a tratti ma sempre consapevole di avere un’alleata preziosa in Giada, la sua “ancora” discreta e capace di ascoltare come di spiegare e assecondare. Il tutto, nella sicurezza di un ambiente protetto in cui le persone si sono messe a disposizione del desiderio, la prima e più potente molla da cui il resto è scaturito…

(*) – https://intornoallanascita.com/2013/07/10/partorire-dopo-un-cesareo/