Nascere altrove: l’Olanda

Il Sistema Sanitario olandese suscita frequente e attenta curiosità, ed è assai studiato nel mondo per molti aspetti legati alla sua impostazione, che tende a potenziare quei campi della cura della persona ritenuti davvero importanti per la salute personale e collettiva. In particolare, tutta l’organizzazione del percorso di maternità spicca per la sua peculiarità, volta a far sì che le donne possano godere della migliore assistenza sulla base dei loro effettivi bisogni sanitari. A differenza di molti altri paesi, le donne incinte hanno contatti limitati con i medici durante la gravidanza; le cure prenatali sono fornite principalmente da ostetriche, poichè è opinione comune che la gravidanza sia un processo naturale, non una condizione medica. Per questo motivo, a meno che decida lei stessa diversamente, quando una donna resta incinta viene valutata per la prima volta da un medico, che conferma la gravidanza ed effettua un esame del sangue prima di far riferimento a un’ostetrica. Spesso è il cosiddetto “general practitioner” (GP), che corrisponde più o meno al nostro medico di base con la differenza che è assai più preparato in ambito ostetrico, quindi capace di collocare la gravidanza nella categoria a basso, medio o alto rischio. Le donne a basso rischio (la maggioranza) vengono smistate alle cure della sola ostetrica, che porterà avanti il monitoraggio della gravidanza e assisterà il parto e il puerperio in completa autonomia, ricorrendo alla consulenza del GP o del ginecologo a seconda delle problematiche che eventualmente si presentassero. Ogni deviazione dalla fisiologia comporta per l’ostetrica il fatto di misurarsi con il medico. La donna è libera di scegliere un’ostetrica, e lo fa spesso dopo aver parlato con altre donne per sondare la loro esperienza. Ma può cercarne una nella sua area di residenza sul sito web, o farsela consigliare dal GP. Un’ostetrica non può intraprendere la cura di una donna che vive a più di mezz’ora di distanza dalla sua casa, in modo da poterla assistere rapidamente, se necessario. La scelta è possibile per il particolare sistema di remunerazione del lavoro, che passa attraverso sistemi assicurativi sanitari. L’assistenza prenatale, al parto e al puerperio sono previste come parte del pacchetto di base di un’assicurazione sanitaria obbligatoria, spesso integrate con ulteriori assicurazioni private per proteggersi dai costi di eventuali complicazioni mediche che possono sopraggiungere a carico di mamma e/o neonato. Il primo appuntamento con l’ostetrica viene fissato al terzo mese di gravidanza, e consiste in uno screening iniziale per individuare eventuali possibili complicanze. Viene chiarito ben presto se si preferisce un parto in casa o in ospedale, ma invitando la donna a verificare con la propria assicurazione le reali condizioni di rimborso, che in alcuni casi possono comportare un costo aggiuntivo da sostenere direttamente. L’ostetrica fornisce anche un calendario per gli appuntamenti futuri, nonché opuscoli informativi contenenti consigli dietetici e molte altre informazioni specifiche. Gli appuntamenti vengono poi programmati a intervalli regolari durante la gravidanza, a partire da ogni quattro settimane per poi proseguire su base quindicinale vicino alla data di scadenza. Può anche essere rilasciato un libretto, che verrà utilizzato per tracciare il percorso assistenziale e particolarmente utile per coloro che optano per la nascita in casa, in quanto contiene informazioni importanti per chi assisterà il parto. La stragrande maggioranza delle donne partorisce in ospedale, mentre circa un quinto o più di esse sceglie di partorire a domicilio, determinando uno dei più alti tassi di nascite a casa nel mondo occidentale, in netto contrasto con paesi come il Regno Unito, dove costituiscono poco più del 2 per cento del totale delle nascite ogni anno. In alcune città è anche possibile accedere a case da parto (kraamzorghotel), progettate per offrire un ambiente accogliente e al tempo stesso consentire al partner il pernottamento. È necessario formalizzare l’intenzione di utilizzare un kraamzorghotel, fino a due mesi prima della data prevista del parto. Se si sceglie di partorire in ospedale, è necessario far riferimento a quello più vicino a casa, se non altrimenti concordato in gravidanza. L’ostetrica accoglie la donna in travaglio nel reparto maternità dell’ospedale e si prende cura di lei e del neonato durante tutto il percorso, che se resta in ambito fisiologico non contempla affatto la presenza di personale medico. Le ostetriche nei Paesi Bassi promuovono la nascita secondo la massima naturalità possibile, quindi l’uso di farmaci per alleviare il dolore durante il parto è abbastanza raro. Se però una donna desidera utilizzare metodi farmacologici di controllo del dolore, lo deve concordare con l’ospedale prima della parto. La maggior parte delle donne lascia l’ospedale entro 24 ore dal parto, anche se a volte sono autorizzate alla dimissione anche prima, se approvata dall’ostetrica. Eventuali complicazioni prima, durante o dopo la nascita diventano di competenza del medico ostetrico o del pediatra, allertati dall’ostetrica. In caso di parto domiciliare, l’ostetrica seleziona accuratamente le donne che possono accedere a questo tipo di assistenza, escludendo tutte le situazioni non fisiologiche, di competenza medica, secondo un protocollo nazionale a cui deve attenersi scrupolosamente, pena il ritiro della licenza (es: pregresso taglio cesareo, presentazione podalica o anomala, gravidanza gemellare, pregressa emorragia post-parto, diabete, e durante il travaglio la rottura di membrane da più di 24 ore, la presenza di meconio nel liquido amniotico, lacerazioni estese). Quando viene chiamata, allestisce l’ambiente per l’assistenza a mamma e bambino, aiutata da un’infermiera di maternità. In caso di necessità di trasferimento in ospedale, può contare su una rete organizzativa ben funzionante, che prevede l’utilizzo dell’ambulanza e il sostegno globale del personale ospedaliero. Una delle caratteristiche uniche dell’assistenza alla maternità in Olanda è il diritto di ogni donna a ricevere le cure di un’infermiera di maternità (kraamzorg), per un massimo di 10 giorni, il cui costo è coperto dal pacchetto assicurativo obbligatorio di base. Il servizio prevede anche la possibilità di disporre di un medico per visite a domicilio ogni giorno durante la settimana successiva al parto, in caso di necessità. Oltre ad essere in grado di offrire consulenza e rispondere ai dubbi di una neomadre, l’infermiera aiuta a sbrigare le faccende domestiche, cucina, si occupa degli acquisti, sorveglia gli eventuali altri bambini, e a seconda delle esigenze si rende disponibile a tempo pieno (fino a otto ore al giorno) o per poche ore. Questi aspetti vengono concordati al momento della scelta, che deve avvenire entro le 12 settimane di gravidanza, per avere la certezza di poterne disporre dopo il parto. Dopo la nascita del piccolo, i genitori ricevono un libro (Het Groeiboek) in cui tenere traccia delle vaccinazioni e di altri importanti dettagli relativi alla salute del bambino. Tutti i neonati nei Paesi Bassi ricevono vitamina K dopo la nascita e vengono vaccinati entro gli otto giorni di vita, mentre ulteriori vaccinazioni sono programmate fino all’età di nove anni. La madre lavoratrice ha diritto a 16 settimane di congedo, 10 delle quali da utilizzare dopo il parto, retribuito al 100%. Al padre è concesso un congedo parentale di due giorni, interamente pagato, ma entrambi i genitori hanno il diritto di prendere congedi non retribuiti, se desiderano. 

Per approfondire: http://www.expatica.com/nl/healthcare/Having-a-baby-in-the-Netherlands_107665.html MidwiferyNetherlands

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Scegliere l’ospedale dove partorire

Dove vado a partorire?  Ogni donna se lo chiede quando inizia una gravidanza, e deve compiere una scelta, fondamentale per rispondere al suo bisogno di vivere l’esperienza della nascita secondo i propri desideri. Ma non sempre una donna esprime desideri definiti, oltre a quello di giungere alla fine del percorso mantenendo la propria integrità fisica e quella del suo piccolo. Ne consegue che, essendo nella stragrande maggioranza dei casi seguita in gravidanza da un ginecologo (perchè non al corrente del fatto che anche un’ostetrica ha le competenze per farlo, se tutto si svolge nell’ambito della fisiologia), la scelta cade semplicemente sulla struttura in cui lo stesso eventualmente lavora, benchè non sia ovvio che sarà presente durante il parto.

Dunque, già in gravidanza si traccia la strada, scegliendo la persona più rispondente alle esigenze personali per i controlli. Molto spesso, quando chiedo di conoscere le sue aspettative, la quasi mamma mi risponde proprio così: “Che tutto vada bene”. In quella piccola frase, in realtà, è contenuto un universo, perchè le variabili che intervengono nel tragitto che porta dal test di gravidanza positivo al parto sono innumerevoli, e quasi mai preventivate perchè non conosciute.

Chiarire a sè stesse quale professionista si vuole, con quali atteggiamenti assistenziali e relazionali, e quale esperienza, rappresenta il primo passo per una scelta consapevole e indirizzata verso obiettivi precisi: essere a conoscenza degli interventi ed esami davvero importanti (e di quelli superflui) per monitorare la gravidanza normale è, ad esempio, un buon inizio (*).

Assumere informazioni sull’ospedale in cui si è deciso di partorire è invece non soltanto un diritto (il personale delle strutture pubbliche è pagato per rispondere alle richieste), ma un’altra tappa importante della presa di coscienza che occorre iniziare a decidere per sè e per il proprio bambino, processo che durerà fino a quando lo stesso sarà in grado di assumere decisioni autonome.

Nei giorni scorsi, una giovane ostetrica mi spiegava ad esempio che nell’ospedale in cui lavora si effettua a quasi tutte le donne (salvo quelle che non danno il tempo di farla perchè sparano fuori il pupo…) l’episiotomia, ovvero il taglietto vaginale con le forbici durante l’espulsione del neonato, “perchè siamo abituate così”. Quando ho chiesto se tra le abitudini vi era anche quella di valutare con attenzione se l’intervento fosse davvero necessario, o di chiedere preventivamente il consenso della donna (come previsto abbondantemente dalla legge italiana in materia), la risposta è stata “noooo!!! si fa e basta”…

Già, si fa e basta. Mah!? Eppure, tanto per dire, l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è espressa con chiarezza e sulla base di dati scientifici ben strutturati, sulla questione-episiotomia… (*)

Informarsi, leggere, parlare con altre donne, mettere a fuoco cosa si vorrebbe per sè, avanzare garbate richieste all’ospedale individuato per partorire, scambiare quattro chiacchiere con le ostetriche che vi lavorano, visitarne altri e prendere nota delle differenze sono passaggi che aiutano a scegliere le migliori condizioni in cui vivere l’esperienza più intensa della vita. Una struttura che non consente di visitare la sala parto, che non lascia il papà accanto alla partoriente in travaglio e il piccolo accanto alla madre, che obbliga al digiuno, al monitoraggio continuo e a partorire in posizioni prestabilite, che non offre apertura verso il bisogno di essere informate, che vede nelle richieste delle donne non uno strumento di relazione ma un intralcio all’organizzazione del lavoro va scartato di certo, in favore di uno che allarga gli orizzonti e prevede il dialogo franco, l’informazione corretta e scientificamente aggiornata, il rispetto per i bisogni della mamma quando non entrano in contrasto con le esigenze di sicurezza per lei e per il suo cucciolo. In questo modo, le strutture virtuose potranno operare con sempre maggiore efficienza e crescere, e le altre saranno costrette ad adeguarsi se vorranno sopravvivere.

Umiltà, insomma, da parte di tutti, e tanta professionalità competente al servizio della causa di una buona nascita… 😉

(*)   – https://intornoallanascita.com/2012/02/06/esami-in-gravidanza-il-protocollo-ministeriale/

(**)  – http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/06/news/mamme_in_italia_sala_parto-58167160/

La parcella dell’ostetrica

Quello dell’ostetrica è un lavoro, non proprio come tutti, per via delle sue forti implicazioni emotive, ma comunque una professione che poggia le sue basi su un processo formativo, l’acquisizione di competenze, il loro mantenimento attraverso l’aggiornamento continuo. Di conseguenza, necessita di un corrispettivo economico, al pari di tutte le altre attività lavorative umane (*). Quando l’ostetrica opera in regime di libera professione, spesso l’idea che le persone si fanno è che la remunerazione delle sue prestazioni preveda cifre piuttosto basse, sulla base di riflessioni diverse. Proviamo ad analizzare gli elementi che concorrono a definire la parcella di una professionista, per poter mettere a fuoco che cosa contiene. Innanzi tutto viene riconosciuta la competenza, ovvio, esattamente come ad un architetto, a un falegname, a un medico o a un idraulico: chi farebbe mai ricorso a persone senza qualifica per fronteggiare un problema specifico, ben sapendo che non sarebbero in grado di farlo?

Poi il fattore-tempo: per andare incontro ai bisogni di una donna, occorre dedicarle mediamente ben più di un’ora per ogni incontro, di conseguenza occorre definire un costo base orario per la consulenza, al pari di quanto fa un insegnante o qualunque altro professionista qualificato. Se gli incontri avvengono in uno studio privato, l’ostetrica dovrà conteggiare le spese da destinare al suo funzionamento, o la percentuale da lasciare allo studio se ne utilizza solamente gli spazi; se al domicilio della donna, gli oneri per lo spostamento, e magari il parcheggio in area a pagamento. E’ ben noto a tutti il “diritto di chiamata” degli artigiani, corrisposto anche solo per una supervisione quando si richiede il loro intervento a domicilio per valutare un problema… 😉

Ancora: l’utilizzo di materiale monouso, l’ammortamento di strumentazioni varie (l’apparecchio per la rilevazione del battito fetale, ad esempio) e la produzione/consegna di opuscoli informativi vanno conteggiati come spesa, ed entrano a far parte della parcella.

Se l’ostetrica deve prodursi nell’assistenza al parto si dovranno prevedere ulteriori voci: la reperibilità continua, 24 ore su 24, a partire dalla fine della 37ma settimana di gravidanza e fino quasi alla 42ma, comporta una forte limitazione della libertà di movimento e programmazione delle attività per la professionista, ma quasi mai viene considerata come una componente dell’assistenza, che ha quindi un costo.

Il fatto di poter disporre in qualunque momento del supporto di una persona di fiducia, con cui si è creato un legame non soltanto professionale, è qualcosa di prezioso e importante, che può influire in maniera forte sugli esiti dell’esperienza di parto, specialmente se è l’ostetrica prescelta ad assistere direttamente la donna, come nel caso del parto a domicilio. In questa situazione, le voci che vanno a definire il compenso finale sono molte: il numero di visite pre e post-parto, la reperibilità, l’assistenza al parto, l’utilizzo di materiale vario e l’ammortamento di altra strumentazione o disponibilità farmacologica, i costi di spostamento, il disbrigo di pratiche burocratiche pre e post-parto finalizzate all’organizzazione dell’evento (che comportano spostamenti e dispendio di tempo!), e tutti gli interventi accessori che garantiscono la qualità dell’assistenza su mamma e neonato.

L’ostetrica non lascia mai una donna a sè stessa, anche a distanza dalla nascita del suo bambino, ma resta disponibile per qualunque necessità, rispondendo sempre alle sue richieste di aiuto (in molti Paesi la consulenza telefonica è a pagamento, addebitata sulla bolletta!!).

Infine, occorre tener presente che sul totale lordo incamerato dall’ostetrica gravano voci come la tassazione, il versamento di contributi previdenziali, l’iscrizione all’albo, un’assicurazione per responsabilità civile (sempre più cara) e contro gli infortuni, l’iscrizione a corsi di aggiornamento e tutte le spese sostenute per l’esercizio dell’attività stessa (un’auto efficiente, ad esempio, o la parcella del commercialista)…

****************

(*) – La Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche ha da tempo definito il principio secondo cui “Il compenso è fissato in relazione alla rilevanza, delicatezza e complessità della prestazione, dell’intervento, del piano o del progetto attuato dal professionista. I compensi per le prestazioni domiciliari devono essere maggiorati in ragione della distanza del domicilio del cliente e delle spese sostenute dal professionista. I compensi per le prestazioni effettuate nei giorni festivi o in orario notturno sono maggiorati del 30%. I presidi ed il materiale sanitario d’uso corrente del professionista sono a carico
dell’assistito”.
°  Art. 2233 del Codice Civile: “la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.

Partorire nell’intimità

Quando una donna riflette su come e dove far nascere il suo bambino, il primo dialogo lo affronta con il futuro padre, e se entrambi concordano sulla possibilità di vivere l’esperienza tra le pareti domestiche contattano un’ostetrica che ha scelto di occuparsi di questo ambito, avendo maturato certe competenze nel tempo e nei luoghi giusti.

Il primo incontro è fondamentale per guardarsi, “annusarsi” e captare la capacità reciproca di entrare in sintonia, ma anche per fornire un’informazione approfondita, completa e corretta su come impostare il percorso assistenziale, oltre a stilare un preventivo esatto dei costi da sostenere. L’idea di partorire in casa comporta la programmazione scrupolosa di tutte le fasi organizzative dell’evento, e in alcune regioni anche il disbrigo di pratiche burocratiche legate alla possibilità di ottenere un rimborso delle spese. Quindi, se si crea quell’alleanza necessaria per procedere oltre, si comincia a mettere a fuoco se la donna è nelle condizioni giuste per affrontare un parto a domicilio (assenza di elementi di rischio), si imposta una preparazione globale fisica e psichica mirata sui bisogni specifici, si compila una cartella ostetrica (esattamente come in ospedale), si valuta l’evoluzione della gravidanza, preparando il materiale e l’ambiente in prossimità del parto.

Il contatto tra donna e ostetrica non si interrompe mai, e in ogni momento quest’ultima rappresenta il punto di riferimento e supporto per qualunque esigenza, pratica o emotiva, della futura mamma. Man mano che il momento si avvicina, la relazione si fa più intensa, rassicurante e sollecita. Poi arrivano i segnali del travaglio, il che comporta la creazione di un filo comunicativo continuo, fino a quando questo si avvia ed evolve. L’ostetrica raggiunge la donna in tutte le situazioni in cui essa avverta la necessità di averla fisicamente accanto, ma durante il travaglio la vicinanza diventa permanente: si valuta la situazione, rilevando il benessere di mamma e bambino, si prepara il materiale necessario per gestire tutte le fasi del parto e, con particolare cura, si dispone l’ambiente in modo da renderlo nel contempo funzionale e accogliente. Si telefona all’ospedale più vicino e al 118 per comunicare che si ha una donna in travaglio, per cui entrambi restano a disposizione in caso di bisogno. Se tutto procede con regolarità, si arriva al parto, luci soffuse e silenzio rispettoso di tutti, ma in tutto questo tempo l’ostetrica compie gesti apparentemente di poco conto, che però sono essenziali per garantire serenità e sicurezza all’evento, senza turbarlo.

Papà è stato istruito su come praticare massaggi che leniscono il dolore e mantengono la vicinanza fisica con la sua compagna. Ecco che la testolina fa capolino, e lentamente il bimbo reclama il suo spazio nel mondo: manipolazione ridotta al minimo, delicata, e via, sulla pancia della mamma, a ritrovare calore e contatto appena lasciati, ascoltare la sua voce e quella di papà, immergersi nelle emozioni intense di un attimo irripetibile, che sono di tutti, anche dell’ostetrica! Silenzio, sguardi, odori, suoni, proprio tutti i sensi sono coinvolti. Pian piano, si afferma la nuova condizione per la donna, che da figlia diventa madre, così come l’uomo diventa padre, e per il piccolo che incarna la nuova vita e genera sempre meraviglia, senso di sacro e non del tutto comprensibile, perciò bisognoso di rispetto assoluto.

Dopo il parto, con caaalma, il piccino si attacca al seno, poi un bel bagno caldo, sostenuto dalle mani di mamma e papà, le foto, qualcosa da mangiare (la neomamma è affamatissima!!), un bel caffè per l’ostetrica e papà, le telefonate alle famiglie, la sistemazione dell’ambiente, la telefonata dell’ostetrica a ospedale e 118 per comunicare l’avvenuta nascita e ringraziare. Dopo alcune ore, controllo attento delle condizioni di donna e neonato, poi mamy si fa una bella doccia rigenerante e si può lasciare questa situazione così naturale e serena per qualche ora.

Quindi, per alcuni giorni consecutivi l’ostetrica torna a verificare che tutto proceda bene, annotando sulla cartella ciò che verrebbe annotato in ospedale; le visite di diradano, una alla settimana fino al mese di vita del bambino e disponibilità in qualunque momento sia necessaria per la mamma. Alla fine del percorso, bilancio dell’adattamento alla nuova condizione, della salute di entrambi, valutazione dell’allattamento (sempre al seno a domicilio!), del perineo materno ed eventuale impostazione di un lavoro muscolare di recupero, anche addominale, consulenza contraccettiva e molto altro…compresa una relazione forte, affettuosa, che non si interromperà mai.

Come in ospedale? 😉

Dopo il cesareo, voglio partorire

Si parla sempre più spesso di VBAC (acronimo inglese per intendere il parto vaginale dopo taglio cesareo), e molte informazioni in proposito si possono leggere sul post dedicato (*), ma cosa meglio delle parole di una donna che ha seguito il percorso per giungere a vivere l’esperienza reale di far nascere il suo bambino con un parto spontaneo, a seguito di un’esperienza precedente esitata in un cesareo, può non solo permettere alle altre donne di prendere atto della concreta possibilità che un obiettivo del genere si realizzi, ma tranquillizzarle e supportarle nella loro decisione almeno di provarci.

Così ho chiesto a Laura se aveva voglia di scrivere, buttare giù immagini ed emozioni scaturite dalla sua recente maternità.

Mi ha presa in parola, e credo abbia impiegato non più di 10 minuti a battere sulla tastiera questi bei pensieri… 😉

” Quattro anni e mezzo fa mi sono trovata a vivere un’esperienza che mi ha lasciato un segno profondo nell’anima. L’11 maggio 2010 è nato Alessandro, il mio primo figlio. Alessandro é nato con taglio cesareo dopo 15 ore di travaglio, per mancata progressione (la testa non scendeva). La nascita di quel frugoletto è stata accompagnata da emozioni contrastanti, gioia da un lato e senso di colpa dall’altro. Senso di colpa dovuto al fatto che in me c’era la sensazione di aver mollato, di non essermi impegnata abbastanza per farlo nascere spontaneamente, come tanto avevo desiderato.

Con il passare degli anni è subentrata la consapevolezza che forse non era tutta colpa mia, se di “colpa” si può parlare: non ero stata sostenuta nel portare a termine un parto spontaneo, non avevo saputo ascoltare il mio corpo e non ero riuscita a farmi ascoltare, annichilita da una situazione sconosciuta.

In occasione della mia seconda gravidanza, sono riemersi i vissuti traumatici del primo parto, ma questa volta ero decisa a non lasciare che le cose accadessero senza che io facessi nulla. Con l’avvicinarsi della data presunta mi sono confrontata con alcune ostetriche per rimettere mano alla mia storia e farmi consigliare in vista del nuovo travaglio. Sono stata ascoltata, finalmente.

Io volevo, se le condizioni lo avessero permesso, provare l’emozione di un parto naturale.

Il 30 aprile, alle 00:30 ho rotto le acque e mi sono recata in ospedale, accompagnata da mio marito, con cui avevo parlato a lungo del mio bisogno di essere sostenuta, anche da lui. Durante quella lunga notte c’è stato l’Incontro con Giada, l’ostetrica che “mi è entrata nella testa”.

Dopo averle raccontato la mia storia e averle espresso il mio immenso desiderio di un parto spontaneo e l’enorme paura di “fallire” di nuovo, le ho fatto richieste specifiche: volevo essere informata su quello che succedeva, su come stavamo procedendo, volevo una scansione temporale  che mi aiutasse ad orientarmi.

“Parlami, ho bisogno di questo”. “Ok”. È stata la sua semplice risposta, e non è mai venuta meno a questa promessa. Mi ha presa per mano, non solo fisicamente, mi ha sostenuta, incitata, non mi ha mai lasciata. Quando, presa dallo sconforto e dalla stanchezza, dopo 17 ore che sembravano mille, ero in preda agli spettri del passato, mi ha accolto, accettando la mia resa senza giudizio. Poi la natura ha fatto il resto e sono cominciate le spinte. Dopo due ore, alle 19 in punto è nata Aurora, 3800 grammi per 52 cm. Mi sono sentita onnipotente, c’eravamo riusciti! Io, Gabriele e…Giada.

È stata un’esperienza fortissima. Ho toccato il fondo e sono risalita.

Ho bonificato la mia immagine di donna che sa, può, riesce a partorire. Tutto ciò grazie a mio marito, che mi avrebbe sostenuta qualsiasi fosse stata la mia scelta e grazie ad una sconosciuta che per la durata del suo turno di lavoro è diventata la mia ancora, sostenendomi, ma soprattutto rispettandomi come donna prima che come madre.

Ho scritto di getto, non é tecnico, ma molto personale, intimo”…

E molto personale e intimo doveva essere, brava Laura! Non manca nulla, in questa testimonianza: il desiderio, la presa di coscienza, la determinazione di voler capire come fare, semplicemente chiedendo a un’ostetrica conosciuta, poi a un’altra in un ospedale disponibile e attento alle sue richieste (esistono, sì!), l’immersione nella corrente della nuova esperienza, travolta a tratti ma sempre consapevole di avere un’alleata preziosa in Giada, la sua “ancora” discreta e capace di ascoltare come di spiegare e assecondare. Il tutto, nella sicurezza di un ambiente protetto in cui le persone si sono messe a disposizione del desiderio, la prima e più potente molla da cui il resto è scaturito…

(*) – https://intornoallanascita.com/2013/07/10/partorire-dopo-un-cesareo/

Quando si nasce in casa

Solleva tantissime curiosità, la nascita in casa…a partire dallo sgranare gli occhi, commentando “Ma si usa ancora?”, per proseguire con domande sulla sicurezza, su come ci si organizza, e se si sporca tanto, e come fa la mamma a occuparsi del bebè, quindi si finisce quasi sempre con un “Che bello, però!”…

Già, che bello: proprio così, è un’esperienza tanto singolare e intensa quanto naturale per tutti, mamma, papà, ostetriche, nonni, fratellini e sorelline, vicini di casa. Ciascuno ha qualcosa da dire, da imparare, da riportare agli altri, da condividere, nessuno escluso.

La donna contatta l’ostetrica in gravidanza, e insieme al suo compagno si fa una prima, bella chiacchierata informativa; se vuole, si fa seguire da lei e finchè tutto rientra nella norma ci si incontra una volta al mese, nella sua casa, tra una tazza di the, la compilazione dei documenti di rito e la messa a punto degli aspetti organizzativi. Il materiale da predisporre per il parto è poca roba, le incombenze per il quasipapà limitate ma importanti, e pian pianino ci si avvicina al momento, preparando il corpo e la mente in maniera appropriata. Tutti i dettagli vengono ben pianificati, e quando le contrazioni arrivano, una chiamata a qualunque ora e l’ostetrica parte con i suoi borsoni. Il controllo del battito del pupo, la visita per verificare a che punto ci si trova, la chiamata di comunicazione alla sala parto dell’ospedale di riferimento in caso di necessità e al 118: due chiacchiere cortesi con gli operatori, che fanno gli auguri alla quasimamma e restano disponibili fino a dopo il parto.

Poi la disposizione di ciò che serve per accogliere il piccolo, dell’ambiente per creare intimità e comfort, del necessario per assistere materialmente tutte le fasi del parto, con calma, luci soffuse, magari una musica di sottofondo e una candelina profumata accesa. Se la stagione è fredda, si riscalda un pò di più la stanza in cui avverrà l’evento, quindi ci si concentra in silenzio sul travaglio, sulla mamy che affronta questa prova cruciale destinata a cambiare la sua esistenza, coinvolgendo il papà che armeggia con olio e massaggi sulla schiena ad ogni contrazione, e coccola e abbraccia.

Ogni tanto ci scappa un caffè per l’ostetrica, specie durante la notte! 😉

Poi arriva finalmente il tanto atteso “sento spingere”, e allora ci si prepara proprio tutti all’accoglienza, nel rispetto dei tempi necessari a mamma e bimbo per giungere al distacco, preludio all’esplosione di gioia somigliante ad una scarica potente di energia che colpisce ogni cellula del corpo, invade la mente e la annebbia nella felicità…

Il neonato è lì, sulla pancia e tra le braccia della mamma, coccolata a sua volta da papà, in un tempo sospeso di emozioni che annichiliscono, poi il piccino cerca il seno, succhia con vigore, si appaga e rasserena: non gli è stato sottratto nulla, tutto resta, solamente in un’altra forma.

La vita prosegue: chi armeggia con le foto, chi ha bisogno di silenzio assoluto, chi sente l’impellenza di dirlo al mondo con tutti i mezzi tecnologici a disposizione, chi chiama i fratellini a vedere e toccare il miracolo di un cucciolo roseo appiccicato alla pancia della mamma e riscaldato dal suo tepore: ciascuno può trovare il proprio personale modo di vivere questo momento, in libertà.

Con calma si prepara una vaschetta di acqua calda, e i neogenitori si cimentano con l’immersione del piccolo, giocando e contemplandolo per un pò, fino a quando si rilassa, poi lo si veste insieme e nanna tra le braccia, nel lettone. Mamma ha una fame vorace, e le si prepara un buon pasto energetico.

Nel frattempo, l’ostetrica sbriga varie faccende (tante!) tenendo d’occhio la situazione; dopo qualche ora, controlla che tutto sia tranquillo e se ne va, per tornare a visitare la mamy e il neonato nei giorni seguenti, e fino a un mese dal parto. Semplice, no?… 🙂

Neonato e neonati

“Il saggio che vuole cambiare il mondo deve guardare verso il neonato. La vera civiltà inizierà il giorno in cui il benessere di un neonato prevarrà su ogni altra considerazione” (W. Reich)

Osservare un cucciolo umano appena uscito dal grembo materno trasmette qualcosa di indefinibile, perchè oltre alla meraviglia che cattura lo sguardo e la mente, entrano in gioco emozioni profonde, domande che affiorano sulla natura di questo esserino dalle forme perfette, ma privo dell’esperienza di vita che invece l’osservatore ha stipato nel suo bagaglio esistenziale.  Gli occhioni aperti sul mondo parrebbero sollecitare sentimenti di protezione, rispetto e cura amorevole, e null’altro.

Eppure questa visione del neonato, che per molti (non per tutti!) sembra scontata ai nostri giorni, si impone solamente alla fine del Seicento, poichè “fino a quel periodo l’nfanzia non veniva considerata un’età positiva, dotata di valore proprio. L’alto tasso di mortalità infantile spingeva alla prudenza, e a considerare i bambini come esseri precari. Per di più l’infanzia non presentava alcun interesse specifico: non era altro che il passaggio obbligato verso quel momento razionale in cui l’uomo si rivelava dotato di pensiero. Fu con Jean-Jacques Rousseau che la considerazione per l’infanzia mutò radicalmente: essa non era più un periodo della vita privo di valore, ma andava valutata in quanto tale, dotata di una propria finalità. Per Rousseau, l’infanzia andava rispettata per quello che era , non negata come si tendeva a fare nei secoli addietro” (*).

Queste idee daranno vita a un movimento che a fine Ottocento prenderà piede e di cui raccogliamo oggi l’eredità, pur procedendo con molta lentezza, dal momento che sollecita attenzione nei confronti del bambino fin dalla sua nascita.

Rousseau, ad esempio, condanna l’uso imperante di costringerlo in fasce, che aveva radici remotissime ed è perdurato fino al XX secolo, restando ancora attuale in alcune aree del pianeta. Antiche statuine risalenti fino al sesto secolo a.C. e conservate al Museo Archeologico di Capua raffigurano la divinità italica dell’aurora e delle nascite Mater Matuta, che tiene in braccio neonati in fasce. Nel Santuario di Vulci, in Etruria, sono state rinvenute statuine di terracotta di neonati avvolti da bende a spirale e con il capo coperto, così come nel Museo Archeologico di Atene una statuetta rappresenta un neonato avvolto strettamente in un lungo nastro, e monete romane mostrano piccoli fasciati tenuti in braccio dalla Dea protettrice del parto, Giunone Lucina.

La fasciatura aveva molteplici scopi: consentiva di “plasmare” lo sviluppo fisico del piccolo, tenerlo al caldo e facilitarne la manipolazione e il trasporto.

Plinio, nella sua “Storia Naturale” scritta nel secondo secolo d.C., descrive così la condizione neonatale:

“Appena uscito dal seno della madre e appena in grado di muoversi e di stendere le membra, il bambino viene imprigionato in nuovi legami. Lo infagottano nelle fasce, lo coricano con la testa immobilizzata, con le gambe allungate, con le braccia pendenti lungo il corpo; lo avvoltolano in pannolini e in bende di ogni genere, che non gli consentono di mutar posizione. Felice lui se non lo hanno stretto al punto da soffocarlo, se hanno avuto la precauzione di coricarlo su un fianco perchè il liquido che deve rovesciare dalla bocca possa cadere spontaneamente!”…

Rousseau, nel 1762 propone invece di mutare abitudini e di abbandonare la fasciatura:

“Il neonato ha bisogno di distendere e muovere le membra, per liberarle dal torpore in cui sono restate per tanto tempo. Se ne impedisce il movimento, e persino la testa viene imprigionata da cuffie, quasi si avesse paura di vedere in lui il minimo segno di vita. Così, in un corpo che tende a svilupparsi vengono totalmente ostacolati i liberi movimenti che l’impulso vitale delle sue parti interne richiede. Il bambino compie senza posa inutili sforzi che esauriscono le sue energie e ne ritardano lo sviluppo. Era meno stretto, meno impacciato e meno compresso nel seno materno che non nelle fasce”

Molta strada è stata percorsa, ma ancora tanta, tantissima ne resta da battere…

Come trattiamo i neonati, nelle nostre società ipertecnologiche?  Mica tanto bene: li separiamo troppo spesso dalle madri subito dopo il parto, li invadiamo di luci e suoni, con manipolazioni rudi e interventi sanitari di dubbia utilità, e soprattutto lasciamo sole le neomamme, i padri, il nuovo e delicato nucleo famigliare alle prese con la solitudine e lo smarrimento.

Forse tornare a “fasciare” i bebè, ma anche le donne, con attenzioni rispettose e affettuose, sarebbe l’intervento sanitario e sociale migliore, quello che, come suggerisce la bella riflessione di apertura, davvero produrrebbe i risultati di salute e di evoluzione della civiltà più efficaci nel breve, medio e lungo termine…

(*) – da “Nascere, e poi?” – D.Candilis-Huisman – ed.Universale Electa Gallimard