La parcella dell’ostetrica

Quello dell’ostetrica è un lavoro, non proprio come tutti, per via delle sue forti implicazioni emotive, ma comunque una professione che poggia le sue basi su un processo formativo, l’acquisizione di competenze, il loro mantenimento attraverso l’aggiornamento continuo. Di conseguenza, necessita di un corrispettivo economico, al pari di tutte le altre attività lavorative umane (*). Quando l’ostetrica opera in regime di libera professione, spesso l’idea che le persone si fanno è che la remunerazione delle sue prestazioni preveda cifre piuttosto basse, sulla base di riflessioni diverse. Proviamo ad analizzare gli elementi che concorrono a definire la parcella di una professionista, per poter mettere a fuoco che cosa contiene. Innanzi tutto viene riconosciuta la competenza, ovvio, esattamente come ad un architetto, a un falegname, a un medico o a un idraulico: chi farebbe mai ricorso a persone senza qualifica per fronteggiare un problema specifico, ben sapendo che non sarebbero in grado di farlo?

Poi il fattore-tempo: per andare incontro ai bisogni di una donna, occorre dedicarle mediamente ben più di un’ora per ogni incontro, di conseguenza occorre definire un costo base orario per la consulenza, al pari di quanto fa un insegnante o qualunque altro professionista qualificato. Se gli incontri avvengono in uno studio privato, l’ostetrica dovrà conteggiare le spese da destinare al suo funzionamento, o la percentuale da lasciare allo studio se ne utilizza solamente gli spazi; se al domicilio della donna, gli oneri per lo spostamento, e magari il parcheggio in area a pagamento. E’ ben noto a tutti il “diritto di chiamata” degli artigiani, corrisposto anche solo per una supervisione quando si richiede il loro intervento a domicilio per valutare un problema… 😉

Ancora: l’utilizzo di materiale monouso, l’ammortamento di strumentazioni varie (l’apparecchio per la rilevazione del battito fetale, ad esempio) e la produzione/consegna di opuscoli informativi vanno conteggiati come spesa, ed entrano a far parte della parcella.

Se l’ostetrica deve prodursi nell’assistenza al parto si dovranno prevedere ulteriori voci: la reperibilità continua, 24 ore su 24, a partire dalla fine della 37ma settimana di gravidanza e fino quasi alla 42ma, comporta una forte limitazione della libertà di movimento e programmazione delle attività per la professionista, ma quasi mai viene considerata come una componente dell’assistenza, che ha quindi un costo.

Il fatto di poter disporre in qualunque momento del supporto di una persona di fiducia, con cui si è creato un legame non soltanto professionale, è qualcosa di prezioso e importante, che può influire in maniera forte sugli esiti dell’esperienza di parto, specialmente se è l’ostetrica prescelta ad assistere direttamente la donna, come nel caso del parto a domicilio. In questa situazione, le voci che vanno a definire il compenso finale sono molte: il numero di visite pre e post-parto, la reperibilità, l’assistenza al parto, l’utilizzo di materiale vario e l’ammortamento di altra strumentazione o disponibilità farmacologica, i costi di spostamento, il disbrigo di pratiche burocratiche pre e post-parto finalizzate all’organizzazione dell’evento (che comportano spostamenti e dispendio di tempo!), e tutti gli interventi accessori che garantiscono la qualità dell’assistenza su mamma e neonato.

L’ostetrica non lascia mai una donna a sè stessa, anche a distanza dalla nascita del suo bambino, ma resta disponibile per qualunque necessità, rispondendo sempre alle sue richieste di aiuto (in molti Paesi la consulenza telefonica è a pagamento, addebitata sulla bolletta!!).

Infine, occorre tener presente che sul totale lordo incamerato dall’ostetrica gravano voci come la tassazione, il versamento di contributi previdenziali, l’iscrizione all’albo, un’assicurazione per responsabilità civile (sempre più cara) e contro gli infortuni, l’iscrizione a corsi di aggiornamento e tutte le spese sostenute per l’esercizio dell’attività stessa (un’auto efficiente, ad esempio, o la parcella del commercialista)…

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(*) – La Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche ha da tempo definito il principio secondo cui “Il compenso è fissato in relazione alla rilevanza, delicatezza e complessità della prestazione, dell’intervento, del piano o del progetto attuato dal professionista. I compensi per le prestazioni domiciliari devono essere maggiorati in ragione della distanza del domicilio del cliente e delle spese sostenute dal professionista. I compensi per le prestazioni effettuate nei giorni festivi o in orario notturno sono maggiorati del 30%. I presidi ed il materiale sanitario d’uso corrente del professionista sono a carico
dell’assistito”.
°  Art. 2233 del Codice Civile: “la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.

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Partorire nell’intimità

Quando una donna riflette su come e dove far nascere il suo bambino, il primo dialogo lo affronta con il futuro padre, e se entrambi concordano sulla possibilità di vivere l’esperienza tra le pareti domestiche contattano un’ostetrica che ha scelto di occuparsi di questo ambito, avendo maturato certe competenze nel tempo e nei luoghi giusti.

Il primo incontro è fondamentale per guardarsi, “annusarsi” e captare la capacità reciproca di entrare in sintonia, ma anche per fornire un’informazione approfondita, completa e corretta su come impostare il percorso assistenziale, oltre a stilare un preventivo esatto dei costi da sostenere. L’idea di partorire in casa comporta la programmazione scrupolosa di tutte le fasi organizzative dell’evento, e in alcune regioni anche il disbrigo di pratiche burocratiche legate alla possibilità di ottenere un rimborso delle spese. Quindi, se si crea quell’alleanza necessaria per procedere oltre, si comincia a mettere a fuoco se la donna è nelle condizioni giuste per affrontare un parto a domicilio (assenza di elementi di rischio), si imposta una preparazione globale fisica e psichica mirata sui bisogni specifici, si compila una cartella ostetrica (esattamente come in ospedale), si valuta l’evoluzione della gravidanza, preparando il materiale e l’ambiente in prossimità del parto.

Il contatto tra donna e ostetrica non si interrompe mai, e in ogni momento quest’ultima rappresenta il punto di riferimento e supporto per qualunque esigenza, pratica o emotiva, della futura mamma. Man mano che il momento si avvicina, la relazione si fa più intensa, rassicurante e sollecita. Poi arrivano i segnali del travaglio, il che comporta la creazione di un filo comunicativo continuo, fino a quando questo si avvia ed evolve. L’ostetrica raggiunge la donna in tutte le situazioni in cui essa avverta la necessità di averla fisicamente accanto, ma durante il travaglio la vicinanza diventa permanente: si valuta la situazione, rilevando il benessere di mamma e bambino, si prepara il materiale necessario per gestire tutte le fasi del parto e, con particolare cura, si dispone l’ambiente in modo da renderlo nel contempo funzionale e accogliente. Si telefona all’ospedale più vicino e al 118 per comunicare che si ha una donna in travaglio, per cui entrambi restano a disposizione in caso di bisogno. Se tutto procede con regolarità, si arriva al parto, luci soffuse e silenzio rispettoso di tutti, ma in tutto questo tempo l’ostetrica compie gesti apparentemente di poco conto, che però sono essenziali per garantire serenità e sicurezza all’evento, senza turbarlo.

Papà è stato istruito su come praticare massaggi che leniscono il dolore e mantengono la vicinanza fisica con la sua compagna. Ecco che la testolina fa capolino, e lentamente il bimbo reclama il suo spazio nel mondo: manipolazione ridotta al minimo, delicata, e via, sulla pancia della mamma, a ritrovare calore e contatto appena lasciati, ascoltare la sua voce e quella di papà, immergersi nelle emozioni intense di un attimo irripetibile, che sono di tutti, anche dell’ostetrica! Silenzio, sguardi, odori, suoni, proprio tutti i sensi sono coinvolti. Pian piano, si afferma la nuova condizione per la donna, che da figlia diventa madre, così come l’uomo diventa padre, e per il piccolo che incarna la nuova vita e genera sempre meraviglia, senso di sacro e non del tutto comprensibile, perciò bisognoso di rispetto assoluto.

Dopo il parto, con caaalma, il piccino si attacca al seno, poi un bel bagno caldo, sostenuto dalle mani di mamma e papà, le foto, qualcosa da mangiare (la neomamma è affamatissima!!), un bel caffè per l’ostetrica e papà, le telefonate alle famiglie, la sistemazione dell’ambiente, la telefonata dell’ostetrica a ospedale e 118 per comunicare l’avvenuta nascita e ringraziare. Dopo alcune ore, controllo attento delle condizioni di donna e neonato, poi mamy si fa una bella doccia rigenerante e si può lasciare questa situazione così naturale e serena per qualche ora.

Quindi, per alcuni giorni consecutivi l’ostetrica torna a verificare che tutto proceda bene, annotando sulla cartella ciò che verrebbe annotato in ospedale; le visite di diradano, una alla settimana fino al mese di vita del bambino e disponibilità in qualunque momento sia necessaria per la mamma. Alla fine del percorso, bilancio dell’adattamento alla nuova condizione, della salute di entrambi, valutazione dell’allattamento (sempre al seno a domicilio!), del perineo materno ed eventuale impostazione di un lavoro muscolare di recupero, anche addominale, consulenza contraccettiva e molto altro…compresa una relazione forte, affettuosa, che non si interromperà mai.

Come in ospedale? 😉

Dopo il cesareo, voglio partorire

Si parla sempre più spesso di VBAC (acronimo inglese per intendere il parto vaginale dopo taglio cesareo), e molte informazioni in proposito si possono leggere sul post dedicato (*), ma cosa meglio delle parole di una donna che ha seguito il percorso per giungere a vivere l’esperienza reale di far nascere il suo bambino con un parto spontaneo, a seguito di un’esperienza precedente esitata in un cesareo, può non solo permettere alle altre donne di prendere atto della concreta possibilità che un obiettivo del genere si realizzi, ma tranquillizzarle e supportarle nella loro decisione almeno di provarci.

Così ho chiesto a Laura se aveva voglia di scrivere, buttare giù immagini ed emozioni scaturite dalla sua recente maternità.

Mi ha presa in parola, e credo abbia impiegato non più di 10 minuti a battere sulla tastiera questi bei pensieri… 😉

” Quattro anni e mezzo fa mi sono trovata a vivere un’esperienza che mi ha lasciato un segno profondo nell’anima. L’11 maggio 2010 è nato Alessandro, il mio primo figlio. Alessandro é nato con taglio cesareo dopo 15 ore di travaglio, per mancata progressione (la testa non scendeva). La nascita di quel frugoletto è stata accompagnata da emozioni contrastanti, gioia da un lato e senso di colpa dall’altro. Senso di colpa dovuto al fatto che in me c’era la sensazione di aver mollato, di non essermi impegnata abbastanza per farlo nascere spontaneamente, come tanto avevo desiderato.

Con il passare degli anni è subentrata la consapevolezza che forse non era tutta colpa mia, se di “colpa” si può parlare: non ero stata sostenuta nel portare a termine un parto spontaneo, non avevo saputo ascoltare il mio corpo e non ero riuscita a farmi ascoltare, annichilita da una situazione sconosciuta.

In occasione della mia seconda gravidanza, sono riemersi i vissuti traumatici del primo parto, ma questa volta ero decisa a non lasciare che le cose accadessero senza che io facessi nulla. Con l’avvicinarsi della data presunta mi sono confrontata con alcune ostetriche per rimettere mano alla mia storia e farmi consigliare in vista del nuovo travaglio. Sono stata ascoltata, finalmente.

Io volevo, se le condizioni lo avessero permesso, provare l’emozione di un parto naturale.

Il 30 aprile, alle 00:30 ho rotto le acque e mi sono recata in ospedale, accompagnata da mio marito, con cui avevo parlato a lungo del mio bisogno di essere sostenuta, anche da lui. Durante quella lunga notte c’è stato l’Incontro con Giada, l’ostetrica che “mi è entrata nella testa”.

Dopo averle raccontato la mia storia e averle espresso il mio immenso desiderio di un parto spontaneo e l’enorme paura di “fallire” di nuovo, le ho fatto richieste specifiche: volevo essere informata su quello che succedeva, su come stavamo procedendo, volevo una scansione temporale  che mi aiutasse ad orientarmi.

“Parlami, ho bisogno di questo”. “Ok”. È stata la sua semplice risposta, e non è mai venuta meno a questa promessa. Mi ha presa per mano, non solo fisicamente, mi ha sostenuta, incitata, non mi ha mai lasciata. Quando, presa dallo sconforto e dalla stanchezza, dopo 17 ore che sembravano mille, ero in preda agli spettri del passato, mi ha accolto, accettando la mia resa senza giudizio. Poi la natura ha fatto il resto e sono cominciate le spinte. Dopo due ore, alle 19 in punto è nata Aurora, 3800 grammi per 52 cm. Mi sono sentita onnipotente, c’eravamo riusciti! Io, Gabriele e…Giada.

È stata un’esperienza fortissima. Ho toccato il fondo e sono risalita.

Ho bonificato la mia immagine di donna che sa, può, riesce a partorire. Tutto ciò grazie a mio marito, che mi avrebbe sostenuta qualsiasi fosse stata la mia scelta e grazie ad una sconosciuta che per la durata del suo turno di lavoro è diventata la mia ancora, sostenendomi, ma soprattutto rispettandomi come donna prima che come madre.

Ho scritto di getto, non é tecnico, ma molto personale, intimo”…

E molto personale e intimo doveva essere, brava Laura! Non manca nulla, in questa testimonianza: il desiderio, la presa di coscienza, la determinazione di voler capire come fare, semplicemente chiedendo a un’ostetrica conosciuta, poi a un’altra in un ospedale disponibile e attento alle sue richieste (esistono, sì!), l’immersione nella corrente della nuova esperienza, travolta a tratti ma sempre consapevole di avere un’alleata preziosa in Giada, la sua “ancora” discreta e capace di ascoltare come di spiegare e assecondare. Il tutto, nella sicurezza di un ambiente protetto in cui le persone si sono messe a disposizione del desiderio, la prima e più potente molla da cui il resto è scaturito…

(*) – https://intornoallanascita.com/2013/07/10/partorire-dopo-un-cesareo/

Quando si nasce in casa

Solleva tantissime curiosità, la nascita in casa…a partire dallo sgranare gli occhi, commentando “Ma si usa ancora?”, per proseguire con domande sulla sicurezza, su come ci si organizza, e se si sporca tanto, e come fa la mamma a occuparsi del bebè, quindi si finisce quasi sempre con un “Che bello, però!”…

Già, che bello: proprio così, è un’esperienza tanto singolare e intensa quanto naturale per tutti, mamma, papà, ostetriche, nonni, fratellini e sorelline, vicini di casa. Ciascuno ha qualcosa da dire, da imparare, da riportare agli altri, da condividere, nessuno escluso.

La donna contatta l’ostetrica in gravidanza, e insieme al suo compagno si fa una prima, bella chiacchierata informativa; se vuole, si fa seguire da lei e finchè tutto rientra nella norma ci si incontra una volta al mese, nella sua casa, tra una tazza di the, la compilazione dei documenti di rito e la messa a punto degli aspetti organizzativi. Il materiale da predisporre per il parto è poca roba, le incombenze per il quasipapà limitate ma importanti, e pian pianino ci si avvicina al momento, preparando il corpo e la mente in maniera appropriata. Tutti i dettagli vengono ben pianificati, e quando le contrazioni arrivano, una chiamata a qualunque ora e l’ostetrica parte con i suoi borsoni. Il controllo del battito del pupo, la visita per verificare a che punto ci si trova, la chiamata di comunicazione alla sala parto dell’ospedale di riferimento in caso di necessità e al 118: due chiacchiere cortesi con gli operatori, che fanno gli auguri alla quasimamma e restano disponibili fino a dopo il parto.

Poi la disposizione di ciò che serve per accogliere il piccolo, dell’ambiente per creare intimità e comfort, del necessario per assistere materialmente tutte le fasi del parto, con calma, luci soffuse, magari una musica di sottofondo e una candelina profumata accesa. Se la stagione è fredda, si riscalda un pò di più la stanza in cui avverrà l’evento, quindi ci si concentra in silenzio sul travaglio, sulla mamy che affronta questa prova cruciale destinata a cambiare la sua esistenza, coinvolgendo il papà che armeggia con olio e massaggi sulla schiena ad ogni contrazione, e coccola e abbraccia.

Ogni tanto ci scappa un caffè per l’ostetrica, specie durante la notte! 😉

Poi arriva finalmente il tanto atteso “sento spingere”, e allora ci si prepara proprio tutti all’accoglienza, nel rispetto dei tempi necessari a mamma e bimbo per giungere al distacco, preludio all’esplosione di gioia somigliante ad una scarica potente di energia che colpisce ogni cellula del corpo, invade la mente e la annebbia nella felicità…

Il neonato è lì, sulla pancia e tra le braccia della mamma, coccolata a sua volta da papà, in un tempo sospeso di emozioni che annichiliscono, poi il piccino cerca il seno, succhia con vigore, si appaga e rasserena: non gli è stato sottratto nulla, tutto resta, solamente in un’altra forma.

La vita prosegue: chi armeggia con le foto, chi ha bisogno di silenzio assoluto, chi sente l’impellenza di dirlo al mondo con tutti i mezzi tecnologici a disposizione, chi chiama i fratellini a vedere e toccare il miracolo di un cucciolo roseo appiccicato alla pancia della mamma e riscaldato dal suo tepore: ciascuno può trovare il proprio personale modo di vivere questo momento, in libertà.

Con calma si prepara una vaschetta di acqua calda, e i neogenitori si cimentano con l’immersione del piccolo, giocando e contemplandolo per un pò, fino a quando si rilassa, poi lo si veste insieme e nanna tra le braccia, nel lettone. Mamma ha una fame vorace, e le si prepara un buon pasto energetico.

Nel frattempo, l’ostetrica sbriga varie faccende (tante!) tenendo d’occhio la situazione; dopo qualche ora, controlla che tutto sia tranquillo e se ne va, per tornare a visitare la mamy e il neonato nei giorni seguenti, e fino a un mese dal parto. Semplice, no?… 🙂

Donne e superdonne, mamme e supermamme

“Ce la possiamo fare”, recita questo vecchio manifesto di cui ho scovato la storia, interessante (http://www.archiviocaltari.it/2011/01/27/we-can-do-it-storia-di-unimmagine/), e che si presta bene a raffigurare un certo modo di concepire la propria immagine, caratteristico di un discreto numero di donne, che già nella gestione della vita quotidiana rivendicano l’autonomia assoluta, il “ce la faccio da sola”.

Quando poi sopraggiunge una gravidanza, il pensiero resta immutabile: “ho bisogno di niente e nessuno”, fino al giro di boa della protuberanza addominale che ingombra, sbatte contro gli spigoli, fatica a infilarsi nell’ascensore… Capita che ogni mezz’ora tocca svuotare la vescica, rigirarsi nel letto diventa movimento lento e a scatti, scendere dal medesimo un gioco di puntelli di gomiti, fare la doccia cauto ingresso nel box e altrettanto guardinga uscita, con l’accappatoio che non ce la fa a contenere la rotondità. Ci si ride pure sopra con gusto, ma lì le certezze titaniche vacillano, seppur poco: inizia a farsi strada un “ce la farò, anche se a fatica”, e via.

Infine, nasce il pupo e l’adrenalina governa per qualche giorno ogni percezione della realtà, in buona compagnia con altri ormoni. Ma a un certo punto, occorre prendere atto dell’effettivo cambiamento delle carte sul tavolo, e del fatto che la vita ha subito una svolta: un neonato è impegnativo, il parto (specie se non è stato propriamente agevole) è evento che può sottrarre molte energie, i ritmi abituali restano sconvolti tanto più quanto è maggiore l’assenza di sostegno pratico ed emotivo.

Una sbirciatina a questo post è utile: https://intornoallanascita.com/2012/09/23/la-fatica-dellaccudimento

Dunque, donne, lasciatevi invadere senza timori dall’idea che qualcuno diverso dal neopadre vi stia accanto, anche solo per qualche ora ogni tanto, si tratti di amiche, nonne, zie, o altre figure, consigliandovi e  supportandovi nelle incombenze quotidiane, perchè nulla come la stanchezza fisica e/o mentale può compromettere in maniera consistente l’adattamento graduale alla nuova condizione di madre, la relazione con il cucciolo, l’intimità di coppia, lo stare bene con gli altri e nel mondo. Trovare qualche piccolo spazio per sè stesse, poi, diventa arduo, ma ce la si può fare (*).

E non dimenticate che l’ostetrica può trasmettere tanto, anche in poco tempo, fornendo un aiuto preziosissssimo per organizzarsi senza sprecare energie, e rasserenarsi nelle situazioni difficili !! 😉

(*) – https://intornoallanascita.com/2013/08/26/un-oretta-tutta-per-me/

 

 

Comari, mammane e levatrici

Bellissimo estratto da un antico testo per la formazione delle ostetriche, all’epoca dette Comari (dal latino tardo commater, composto di con– e mater «madre»), che presenta caratteri di assoluta modernità, oltre a riportarci l’immagine di un “professore di chirurgia” che parrebbe piuttosto sensibile e attento ai bisogni della donna in travaglio…

“LA COMARE LEVATRICE ISTRUITA NEL SUO UFIZIO”

secondo le regole più certe e gli ammaestramenti più moderni

opera di Sebastiano Melli, professore di chirurgia, stampata in Venezia nell’anno 1738:

“NOTA ALTA ALLA COMARE”

“ Non deve la savia Donna (l’ostetrica, n.d.r.) poner in positure la gravida partoriente, se non è l’ora del partorire. Per ordinario questa si accosta quando l’acque si uniscono o formano, per parlar colla Comare, che s’intende quando vengono in parte spinte avanti colle membrane. Quando quest’acque saranno bene raccolte, il che la Comare dovrà conoscere col metter il dito nel seno pudendo, dovrà situare la sua Cliente per accogliere il figliuolo, e non si dovrà prender premura di rompere dette membrane, perché uscendo l’acque avanti il tempo, restano asciutte le vie ( da cui il tento temuto “parto asciutto”, spauracchio delle partorienti…n.d.r.), e si difficulta il partorire; può ancora la Signora Comare nell’atto che fa ispezione per sentire le acque ungersi i diti nell’oglio di mandorle fatto di fresco, o col butirro, oppure con qualche pinguedine emolliente, il che si fa per lassare, ammollire, e addolcire le vie, per le quali deve viaggiare la creatura. L’impulsione delle acque nelle seconde serrate, serve ad ampliare, e dilatare poco alla volta l’osculo uterino, come tra gli altri il Sig. Blancardi spiegò. Difatto in principio alla grandezza di una nocciuola si ritrova; e quanto più gli sforzi sempre crescono, tanto e più spinte, e respinte le seconde con l’acque, premono all’orifizio, e l’ampliano un poco alla volta; cessando gli sforzi, l’acque recedono dal luogo che avevano imboccato, e restano flaccidette le membrane. Ritornando nuovi sforzi, ritornano di bel nuovo le acque ad imboccare, le membrane ad estendersi, e così sempre più resta la cervice uterina dilatata ; à segno tale che dal sentirsi imboccate le seconde alla grandezza di una nocciuola, come sopra dissi, si passa a scoprirle della grandezza di un uovo di gallina, e non poche volte corrisponde al capo dell’infante, così che occupa tutto il passo: rotte queste, lubricate le vie, ecco l’nfante alla luce, colle seconde ancora. Avverta la Comare di non aver unghie lunghe, di levarsi anelli, o smanigli, perché quelli ornamenti non possono se non molestare le parti molli della partoriente, e impedire la speditezza di operare. Avvertirà ancora che la partoriente non sia cinta da cosa alcuna, non stretta ne’ capelli, non legata le coscie, o gambe, acciò nei premiti dal parto non patisca, e possino i fluidi liberamente scorrere. Noto di nuovo, che la Signora Comare non si deve pigliar premura di far uscire l’acque col rompere le membrane; perché tal cosa non deve essere fatta se non in occasione de’ Gemelli, come in fine di questo libro diremo.”

Il desco e la tazza da parto

 

 

 

 

Questo meraviglioso oggetto è un esemplare di desco da parto, dipinto da Pontormo su tavola e conservato agli Uffizi, a Firenze. Risale al 1526 circa, e venne realizzato in occasione della nascita di un bimbo in una famiglia della Firenze dell’epoca. Il desco era un vassoio tondo (da “disco”) in legno, dipinto su entrambi i lati, che durante il Rinascimento veniva offerto come dono cerimoniale alle donne delle famiglie più abbienti che avevano appena partorito; si trattava un oggetto della vita quotidiana delle donne dell’alta società, e con esso si serviva un primo pasto, solitamente un brodino, alla partoriente subito dopo il parto e nei giorni seguenti, fino a quando restava a letto. Vi erano spesso dipinti temi allegorici ben augurali o episodi sacri legati alla natività, e sul retro riportava generalmente elementi araldici propri della famiglia a cui era destinato. Più frequentemente vi si rappresentavano scene inerenti alla nascita di Cristo, alludendo in tal modo alla sacralità della procreazione (scopo delle nozze) nel matrimonio cristiano. Nel corso del cinquecento, questo costoso oggetto venne sostituito gradualmente da tazze in ceramica, le cosiddette tazze da puerpera, decisamente più a buon mercato, che ebbero invece vita assai più lunga.

Particolare curioso, tratto dal bel documento segnalato nel link sottostante: “nel 1940, al concorso nazionale per la ceramica d’arte, riservato a giovani ceramisti, uno dei temi in concorso era proprio un modello moderno di tazza da parto come dono alla puerpera. Questo servizio doveva comprendere la scodella per il brodo, il piatto portauovo con il portasale, il tutto congegnato con un’unica presentazione facilmente scomponibile nelle sue parti”.

Per approfondire:

DAL DESCO DA PARTO ALLA TAZZA DA PUERPERA: SIGNIFICATO E SIMBOLOGIA DI UN OGGETTO LEGATO ALLA NASCITA
Maria Pia Mannini

http://popolazioneestoria.it/article/view/180