Partorire dopo un cesareo

“Il cesareo è un intervento formidabile per far nascere alcuni bambini con problemi, ma è una tragedia che diventi un modo abituale di nascere”

Michel Odent

Un taglio cesareo rappresenta sempre interruzione: delle aspettative riguardo ad un parto spontaneo, dell’esperienza di una nascita portata a termine naturalmente, dell’integrità dell’addome materno, dell’idea di “far nascere” che nella mente aveva preso corpo pian pianino…La bella riflessione è che la chirurgia ha consentito di salvare molte madri e molti bambini, ma ora occorre soffermarsi senza dubbio sui risvolti aberranti di tale pratica, spinta alla moltiplicazione superficiale, spacciata per “il modo migliore di far nascere un essere umano”, usata a scopo di maggior lucro e in una miriade di situazioni in cui risulta arduo dimostrare che fosse necessaria.

Per avere un’idea della situazione italiana, si può consultare il post a tema: https://intornoallanascita.com/2011/12/29/il-taglio-cesareo-se-e-quando-serve/

Proviamo invece a spostare l’attenzione sulla possibilità che, a seguito di taglio cesareo, si possa partorire per le vie naturali (parto vaginale dopo cesareo, per il quale si utilizza la sigla VBAC: Vaginal Birth After Caesarean): fino ad ora, almeno in Italia, la tendenza generale è stata quella di ripercorrere la via chirurgica, quasi si trattasse di una maledizione biblica (un cesareo, tutti cesarei…). In realtà tutti gli studi finora condotti suggeriscono che la strada migliore da percorrere, in termini di salute materna e neonatale, sia quella di informare correttamente le donne per consentirgli di provare un parto vaginale, valutando attentamente il progredire del travaglio. In particolare, si è osservata  una riduzione della mortalità materna associata al parto naturale rispetto al taglio cesareo ripetuto.

Le donne con pregresso taglio cesareo presentano un maggior rischio di posizionamento  anomalo della placenta nel corso di una gravidanza successiva, rispetto alle donne non sottoposte a cesareo; tale rischio tende a crescere con il numero di precedenti tagli cesarei e si associa ad incremento di altri esiti negativi per la salute della donna, quali
emorragia, necessità di asportare l’utero, infezioni e anomalie di varia natura, senza contare i riflessi sul neonato.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nelle sue le raccomandazioni per la nascita, al punto 7 dichiara:
“Non c’è nessuna prova che dopo un precedente taglio cesareo trasversale basso sia richiesto un ulteriore taglio cesareo per la gravidanza successiva. Parti vaginali, dopo un cesareo, dovrebbero essere di norma incoraggiati dove è possibile disporre di un servizio di emergenza per eventuale intervento chirurgico”.

In Italia, nel 2012 sono state approvate dall’Istituto Superiore di Sanità le Linee guida per il Taglio Cesareo, che riportano alcune considerazioni fondamentali:

 * Sulla base delle prove scientifiche disponibili, sottoporre la donna a tagli cesarei ripetuti aumenta la morbosità e la mortalità materne e perinatali.

 * L’ammissione al travaglio, in assenza di controindicazioni specifiche e in presenza di un’organizzazione assistenziale adeguata, deve essere offerta a tutte le donne che hanno già partorito mediante taglio cesareo.

 * Alle donne che hanno già partorito mediante taglio cesareo devono essere garantiti un’adeguata sorveglianza clinica e un monitoraggio elettronico fetale continuo nella fase attiva del travaglio. La struttura sanitaria deve assicurare tutti gli interventi necessari nell’eventualità di un taglio cesareo d’urgenza.

Tutte queste condizioni sono facilmente realizzabili in qualunque reparto di Ostetricia ben organizzato e attrezzato: e allora perchè nella quotidianità si continuano a particare cesarei su cesarei, senza valide ragioni? La motivazione principale che viene chiamata in causa riguarda la possibile evenienza di una cosiddetta “rottura d’utero”, ossia il cedimento della cicatrice uterina durante il travaglio, di fatto rara e gestibile con rapidità in ambiente idoneo e monitorando strettamente le condizioni di mamma e feto.

E’ ovvio che stiamo parlando di una condizione che richiede sorveglianza intensiva, come specificato nelle linee-guida. Altrettando ovvio che questo evento non possa avvenire tra le mura domestiche.

Per le donne è davvero importante cercare e ricevere informazioni complete e corrette, libere da terrorismi superflui, che consentano di sentirsi coinvolte nelle decisioni sulla gravidanza e sul parto: per loro significa non soltanto avere il diritto di conoscere l’alternativa ad un altro cesareo, ma avere l’opportunità di vivere un’esperienza “senza interruzioni”, libera dalla sensazione di aver affrontato un ulteriore taglio sulla pancia privo di motivazioni reali…

L’assistenza in gravidanza e durante il parto: chi e come?

Volendo, una donna potrebbe anche partorire da sola: in giro per il mondo moltissime lo fanno per mancanza di alternative, altre per scelta, convinte di garantire il meglio a sè stesse e al neonato, senza interferenze esterne. Ma se la sopravvivenza e le condizioni di salute di entrambi sono migliorate sensibilmente nel tempo, nei paesi più avanzati, lo si deve alle mutate condizioni sociali, sanitarie, e anche alla comparsa sulla scena di persone competenti, in grado di rilevare elementi di deviazione dalla norma o di rischio per mamma e bambino durante la gravidanza o al momento del parto, capaci inoltre di supportare il ruolo genitoriale nella delicata fase post parto.

Tralasciamo il dettaglio (non trascurabile!) che questi eventi hanno subito anche una medicalizzazione esasperata, attualmente messa molto in discussione non soltanto da movimenti crescenti di donne stufe di subire interventi non necessari e spesso almeno fastidiosi, ma anche da serissimi studi scientifici volti a mettere a fuoco cosa davvero serve fare in ambito assistenziale per garantire buoni esiti e cosa no.

Occorre distinguere innanzi tutto tra una condizione di normalità, di cosiddetta fisiologia, e una che invece necessita di una più accurata presa in carico, e di correttivi che richiedono una  diversa competenza: le due figure sanitarie cardine dell’assistenza, ciascuna dotata di propria autonomia e con spazi di responsabilità ben delineati, sono quelle dell’ostetrica e del medico specialista (ginecologo/ostetrico).

Il ginecologo interviene in tutte le situazioni in cui si profila un rischio, anche potenziale, mentre l’ostetrica ha la possibilità di gestire interamente da sola tutte le fasi della gestazione, del parto e del puerperio che si mantengono in ambito fisiologico, intrattenendo con la donna un rapporto abitualmente molto più improntato alla vicinanza emotiva di quanto lo sia quello con il medico. La relazione richiede tempo, e il fattore tempo diventa spesso determinante anche sulla qualità dell’intervento “tecnico”.

La formazione dell’ostetrica avviene attraverso un corso di laurea triennale, durante il quale lo studio teorico si integra con la pratica ospedaliera e ambulatoriale. Le sue competenze sono davvero tante e molto legate alle varie fasi della vita femminile (dalla nascita alla vecchiaia), ma estese alla coppia, al neonato, al bambino e all’adolescente. L’ostetrica può trovare spazi d’intervento sul piano dell’informazione, dell’educazione sanitaria, dell’intervento diretto in sala parto, sala operatoria, reparto ostetrico/ginecologico e neonatologico, consultorio territoriale e in molte altre situazioni correlate con l’esigenza di promozione della salute, intesa in senso lato, in veste di dipendente o in regime di libera attività.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha da tempo riconosciuto il ruolo fondamentale ed insostituibile di questa professionista, che attraverso adeguata formazione e acquisizione di esperienza pratica può realmente operare a 360 gradi, con strumenti relativamente semplici, modificando le condizioni sanitarie della popolazione fin dalla nascita, specialmente quando l’assistenza è fornita in maniera continuativa dalla medesima persona e in sinergia con le altre figure.

Peccato che in Italia sia così poco valorizzata dalle istituzioni e scarsamente conosciuta dalle donne, prime beneficiarie delle sue variegate competenze…

Per approfondire:

http://www.fnco.it/codice-deontologico.htm

La placenta

Pensare che da un ovetto delle dimensioni di una capocchia di spillo, “colonizzato” da uno spematozoo (assai più piccolo) possa originare un nuovo essere umano continua ad essere una prospettiva che colpisce l’immaginazione, soprattutto per il tempo brevissimo che impiegano a formarsi le strutture fondamentali da cui esso prende forma, insieme a tutto quanto serve per garantire la crescita dell’embrioncino e la sua protezione all’interno dell’utero materno.

Quando nasce il bambino, si procede dunque al taglio del cordone ombelicale quando smette spontaneamente di pulsare, e si attende l’espulsione della placenta a cui esso è collegato, unitamente al sacco amniotico che conteneva il piccolo. Ma molto spesso la donna non ha ben presente di cosa si tratta, e fatica a immaginare come, dove e in che modo questi elementi si sono formati. Frequentemente nemmeno le si mostra la sua placenta, e a lei non viene in mente di chiedere di vederla, toccarla ed esplorarla.

Eppure stiamo parlando di un organo vero e proprio, di dimensioni consistenti (circa 20 cm di diametro) e straordinariamente affascinante, proprio perchè anch’esso si forma a partire dall’ovetto iniziale fecondato, secondo istruzioni naturali ben precise…

Ecco come si presenta la situazione verso il termine della gravidanza: all’interno dell’utero troviamo un sacco semitrasparente che contiene liquido, in cui sta immerso il bambino che riceve nutrimento dalla madre, attraverso scambi continui regolati dalla placenta, tramite il cordone ombelicale. Quando il neonato inizia a respirare autonomamente non ha più bisogno della funzione placentare, perchè i suoi polmoni, espandendosi, provvedono a fornirgli l’ossigeno, e la suzione al seno i nutrienti per crescere.

Presso molte culture la placenta è ancora attualmente oggetto di rituale, potendo essere molto spesso sepolta, o addirittura mangiata dalla puerpera per sostenerla nella ripresa post-parto. In altri contesti le si attribuiscono proprietà magiche, curative o valenza spirituale.

Allora, dopo il parto, osservare questo pezzo di sè, poterlo toccare se si desidera, farselo descrivere, equivale a fissare l’attenzione su qualcosa che ha potuto formarsi grazie a quell’iniziale fusione di elementi maschili e femminili, appartiene alla mamma come al neonato, e che non si avrà più occasione di vedere, a meno di un’altra gravidanza…ma si tratterà di un’altra placenta!! : )

Donna e Madre

“Prese in braccio la bambina e non la depose mai, girava con lei attaccata al petto, allattandola di continuo, senza orario fisso e senza preoccuparsi delle buone maniere o del pudore…”

“La casa degli spiriti” – Isabel Allende

Ecco, una neomadre si presenta pressappoco cosí, e non sempre una donna dei nostri tempi gioisce al pensiero astratto di questa condizione, stentando a volte a lasciare da parte l’immagine che ha di sé, concentrata sul proprio io, pur aperto ad un compagno, agli amici, ai parenti.

Uno potrebbe anche dire: uomo & padre, ma é diverso, no? La biologia fa la sua parte, e su questo non si puó obiettare, poi la cultura fa il resto, o meglio “le” culture: possedere un utero, sentir muovere un cosino, veder la pancia diventare globosa e considerare tutto questo un valore, una tappa dell’esistenza creativa, intensa e faticosa perché assorbe energie fisiche e psichiche, oppure no. Nella societá occidentale, il ruolo della donna é cambiato radicalmente nel momento in cui si é trasformato il modo di educare le bambine, mentre il ruolo materno é rimasto lo stesso: si chiede alle neomadri di occuparsi ancora dei figli come se la loro vita si svolgesse solo all’interno di un rapporto di coppia in cui il padre provvede alle necessitá della famiglia e la madre resta tra le mura domestiche ad occuparsi del resto. Sappiamo bene che invece lo scenario é cambiato, eccome!

Proprio per questo, peró, dal momento che una donna puó anche decidere di non diventare madre e di impegnarsi in altre attivitá, quando invece  progetta di fare figli ha un’opportunitá straordinaria: informarsi, scegliere per sé e per il suo bambino, nell’ambito del rapporto di coppia, la strada migliore per crescere insieme, a partire dalla gravidanza che rappresenta un’occasione imperdibile di acquisizione di strumenti per gestire in prima persona la propria vita, per proseguire con il parto (dove e come accogliere il neonato) e l’accudimento del bimbo. Dal momento in cui si decide di procreare, occorre imparare a scegliere per il nuovo essere, fino a quando non sará in grado di farlo da solo, e non é cosa facile, però é una bella palestra anche per sé stessi…

Ma entrare in questa dimensione significa soprattutto dare significato e valore al proprio essere donna, che diventa madre attraverso un’esperienza fisica e interiore intensa, faticosa ed esaltante, senza abbandonare l’immagine di sé, che invece si arricchisce in maniera speciale…

Per allargare la riflessione e gli orizzonti:

“Mamma a modo mio” – Elisabetta Ambrosi – Urra Edizioni

http://www.urraonline.com/libri/9788850332342/scheda

Il costo di un’assistenza personalizzata

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Puó darsi che una donna, nel suo percorso di vita e in particolare quando sta per diventare madre, desideri avere accanto a sé una persona scelta, di cui si fida, alla quale riconosce le competenze professionali e relazionali per sentirsi sostenuta durante le varie fasi dell’esperienza. L’ostetrica é la professionista formata per rispondere a specificamente a questi bisogni, potendo spaziare in ambiti molto diversi tra loro della vita femminile, di coppia e non soltanto.

Per approfondimenti, si possono consultare i due post :

https://intornoallanascita.com/2013/03/13/mantieni-la-calma-e-chiama-lostetrica/

e

https://intornoallanascita.com/2012/08/31/lostetrica-una-donna-per-la-donna/

Ma é lecito chiedersi quale puó essere il costo di un’assistenza esclusiva, individuale, calibrata sulla singola situazione, in un contesto dove tra donna e ostetrica il rapporto é di uno a uno e le cure diventano un momento di condivisione tra le esigenze di una e le competenze dell’altra.

Ebbene, l’impegno economico richiesto é spesso inferiore rispetto a quello che si puó ipotizzare, tenendo conto del fatto che l’ostetrica non mette solamente a disposizione competenze ed esperienza, ma anche tempo (tanto!), disponibilitá a spostarsi per raggiungere le persone nel loro ambiente di vita, materiale sanitario per poter esercitare il suo ruolo, reperibilitá continua per settimane (24 ore su 24!!) nel caso in cui occorra assistere il travaglio-parto, sostegno telefonico ininterrotto (in molti Paesi si riceve a casa la fattura per i consulti telefonici, in base all’ora di chiamata e alla durata!)…Diciamo che il compenso dovrá coprire in maniera ragionevole tutti questi elementi, senza diventare troppo oneroso per le donne.

Dunque, una visita a domicilio pre o post parto potrá costare come una seduta dal parrucchiere, l’assistenza al travaglio-parto come un televisore 3D medio, e via discorrendo, anche se durante un primo colloquio é senza dubbio possibile mettere a punto con precisione cosa si desidera, per quanto tempo e quale sará la spesa complessiva.

In definitiva, la decisione di far ricorso alle cure di un’ostetrica rappresenta, come molte altre, una scelta libera e individuale, legata alle proprie esigenze che spesso possono venir soddisfatte certamente anche in ambito di sanitá pubblica. Ma é importante veicolare informazioni corrette sugli aspetti economici della questione, perché magari se so quale impegno comporta per le mie tasche, il professionista a cui affidare i miei bisogni e, in definitiva, la mia vita, lo scelgo da me… ; )

Mamme del terzo millennio

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Festa della mamma, dicono…un giorno all’anno ( uno solo! ) in cui la figura della donna madre viene ricordata, magari esaltata, e i negozi si riempiono di oggetti che padri e/o bambini acquistano, offrendoglieli in dono. Chi non ricorda i “pensierini” realizzati a scuola per questa occasione? E chi mamma lo é diventata nel frattempo conserva gelosamente gli stessi oggettini e i disegni con frasi tenere ricevuti dai propri figli, commuovendosi solo a guardarli di nuovo. Ma come vive nel 2013, nel nostro Paese, una donna che sta per diventare madre o lo é giá da piú o meno tempo? Con fatica, ci dicono le statistiche: figli se ne fanno sempre meno (siamo la nazione con la piú bassa natalitá del mondo!), e sempre piú tardi, quando le condizioni economiche e di coppia lo consentono, perché la societá cambia, e non é detto che una donna viva la situazione ottimale per pensare ad un bambino. Molte sperimentano la condizione di single, altre sono costrette e scegliere tra maternitá e lavoro, e la crisi attuale non aiuta di certo, perché aggrava il disagio economico di molti, soprattutto delle donne, specie se hanno figli.

Per motivarsi a tenere duro occorre allora pensare spesso al fatto che i nostri antenati  sono sempre andati avanti, stringendo i denti nel presente e guardando al futuro senza spaventarsi della realtá, anche quella piú gravosa.

Ma ció che non è cambiato sono le emozioni legate alla ricerca di un bimbo, alla sua attesa, quando inizia a muoversi qualcosa nel ventre e si percepisce che c’é davvero, alla sua nascita e allo sguardo intenso che si scambia con il neonato, un’impressione che resta indelebile per la vita…

E poi il primo sorriso, le prime parole, i primi passi, in un susseguirsi di cambiamenti che portano alla crescita di una persona con le sue caratteristiche, le somiglianze e le differenze con noi stesse e con gli altri membri della famiglia: il percorso é sempre quello, con le notti trascorse ad accudire e consolare, o le giornate a correre con l’ansia di riuscire a fare tutto, proprio tutto, senza far mancare nulla ai propri figli, anche quando la situazione di vita é difficile.

C’é qualcosa di nuovo, peró, che si fa strada lentamente ma con forza: l’idea che un bambino ha bisogno soprattutto di cose che non si possono comprare come amore e comprensione, vicinanza paziente e affettuosa, momenti vissuti insieme ridendo, giocando, guardando o leggendo un bel libro, andando a fare una passeggiata, nella consapevolezza che il tempo trascorre in fretta e non torna piú…

Allora, proprio nel giorno in cui si “festeggia” la mamma tutto torna con gli interessi, anno dopo anno e per il resto della vita: un’attenzione speciale e l’intensa presa di coscienza del legame particolare, unico, tra una donna e suo figlio, cioé il regalo piú grandioso che l’esistenza possa fare.

Puó diventare un giorno di riflessione piú profonda, insomma, che rafforza le relazioni e magari richiama alla mente le mamme che non ci sono piú ma che tanto di sé hanno lasciato, da trasmettere alle generazioni successive.

Tutte cose che non si possono comprare… : )

La nascita umana tra istinto e cultura

Dobbiamo a Michel Odent, pioniere della nascita naturale, rispettata, non invasa dalla tecnologia inutile, una serie di riflessioni estremamente lucide e rigorose sulla componente istintuale del parto e su tutto quanto può interferire, anche compromettendolo, nel processo delicato che conduce una donna a dare alla luce il suo bambino. In un bel libro, Le funzioni degli orgasmi – Terra Nuova Edizioni, che analizza più in generale tre fondamentali processi umani quali nascita, allattamento e accoppiamento dal punto di vista delle analogie fisiologiche, si può leggere questa interessante e affascinante analisi:

Il riflesso di eiezione del feto
“Risalire fino in fondo la scala della nascita, fino al punto culminante, equivale a partorire grazie al riflesso di eiezione del feto. Quest’espressione è stata coniata da Niles Newton negli anni Sessanta quando studiava i fattori ambientali che possono disturbare il parto nei topi. Vent’anni più tardi, con il suo consenso, io stesso proposi di salvarla dall’oblio: ero convinto che sarebbe stato un concetto chiave per indurre una comprensione radicalmente nuova del processo del parto nell’essere umano.
La differenza fondamentale tra topo ed essere umano è lo sviluppo della neocorteccia, una nuova parte del cervello, enorme e potente. Essa si trova sopra le strutture cerebrali più arcaiche che ci accomunano a tutti gli altri mammiferi. Quando la neocorteccia si trova a riposo, cioè è, per così dire, ‘spenta’, l’essere umano presenta maggiori similitudini fisiologiche con un topo.

Siamo di fronte a un autentico riflesso di eiezione del feto se il neonato umano nasce a seguito di una serie di contrazioni irresistibili, che non lasciano spazio ad alcun movimento volontario. In tali circostanze, è evidente che la neocorteccia – la parte del cervello preposta all’attività intellettiva – si è messa a riposo e non controlla più le strutture arcaiche del cervello che regolano le funzioni vitali, come il parto. Una donna ‘civilizzata’ può arrivare a comportarsi in modi che sarebbero di norma considerati inaccettabili: può gridare, dire parolacce o essere molto maleducata, per esempio. Sembra che si estranei da questo mondo e può arrivare a dimenticare tutto ciò che ha imparato e quali fossero, inizialmente, i suoi progetti. Durante un riflesso di eiezione del feto, una donna può ritrovarsi nelle posizioni più inattese e stravaganti, spesso ‘mammifere’ – vale a dire ‘quadrupedi’. La donna sembra trovarsi su ‘di un altro pianeta’. Al momento stesso della nascita e nei primi minuti che seguono, all’inizio quindi dell’interazione con il bambino appena nato, si ha proprio l’impressione che la madre si trovi in uno stato estatico.

L’interpretazione del riflesso di eiezione del feto ci porta a comprendere come la riduzione dell’attività del nuovo, potente cervello sia la soluzione escogitata dalla Natura per superare l’handicap specificatamente umano nel periodo attorno alla nascita. Una delle ragioni per le quali il parto nella specie umana risulta difficoltoso, se paragonato al parto degli altri mammiferi, sta precisamente nell’enorme sviluppo della neocorteccia.

Lo sviluppo di questo ‘cervello dell’intelletto’, in certe situazioni, risulta d’impedimento, poiché è fonte di inibizioni, specialmente nel momento della nascita, ma anche in ogni altra forma di esperienza sessuale.

Raggiungere la vetta
Sono molteplici i motivi per cui, fino a un’epoca recente, si è ignorata l’esistenza del riflesso di eiezione del feto nell’essere umano. La ragione principale è che non vengono quasi mai soddisfatti i bisogni fondamentali della donna quando partorisce, vale a dire mentre sta risalendo fino al punto culminante della scala della nascita. Non vengono soddisfatti, perché non sono compresi. Tuttavia, al giorno d’oggi, siamo in grado di spiegare quali siano questi bisogni: la donna durante il travaglio ha bisogno di sentirsi protetta da ogni stimolazione della neocorteccia. Dato che il linguaggio è uno stimolo specificatamente umano del ‘cervellone neocorticale’, possiamo comprendere l’importanza del silenzio. Quando una donna è in travaglio, il linguaggio dovrebbe essere usato con estrema cautela, solo quando è assolutamente necessario. Ci vorrà molto tempo per riscoprire l’importanza del silenzio e per accettare che la principale qualità di un’ostetrica sia la capacità di tacere.

Anche la luce è un noto stimolo della neocorteccia. C’è differenza tra un’illuminazione soffusa e una intensa. È risaputo che esiste un ‘ormone del buio’, la melatonina. Viene secreto di notte dalla ghiandola pineale (l’epifisi) per ridurre l’attività della neocorteccia e favorire in questo modo il sonno. Sono considerazioni importanti nell’era dell’elettricità. A questo proposito, dobbiamo inoltre specificare che la vista è ‘il più intellettuale’ tra gli organi di senso. È significativo come spesso una donna, quando non è influenzata da ciò che ha letto o che le è stato insegnato, spontaneamente assuma posizioni che hanno l’effetto di eliminare ogni stimolo visivo: si mette per esempio carponi, come se stesse pregando.
Sentirsi osservati, e di conseguenza giudicati, è un’altra situazione che tende ad attivare la neocorteccia. Giungiamo a questa conclusione sia con il buon senso che grazie alla ricerca scientifica. A molti risulta difficile comprendere che la privacy, in altre parole il fatto di non sentirsi osservati, sia un bisogno fondamentale. Nei libri e nei convegni sul parto naturale vengono, di solito, presentati filmati che illustrano la situazione più ‘innaturale’ possibile per partorire: due o tre persone (più una telecamera!) sono di fronte alla futura madre. Eppure è risaputo che, quando si osserva un fenomeno, lo si trasforma, anzi questo principio è addirittura diventato un luogo comune. Ciò è particolarmente vero nel caso di una funzione vitale basilare come il parto. La percezione di un possibile pericolo è un altro esempio di una tipica situazione che implica attenzione e stato di allerta, e, di conseguenza, una stimolazione della neocorteccia. Detto in altri termini, la donna durante il travaglio ha bisogno di sentirsi al sicuro.

Quando si comprende che una donna in travaglio ha bisogno di sentirsi al sicuro, senza tuttavia sentirsi osservata o giudicata, è possibile riconoscere l’origine e la ragione di esistere dell’ostetrica. Pare che le donne abbiamo sempre avuto la tendenza a partorire vicino alla propria madre o, eventualmente, vicino a una madre con esperienza in grado di assumere un ruolo materno. L’ostetrica, originariamente, era una figura materna. In un mondo ideale, la propria madre è il prototipo della persona assieme alla quale ci si sente al sicuro, senza però sentirsi osservati, giudicati o prevaricati. Nella maggior parte delle società umane, tuttavia, il ruolo dell’ostetrica si è progressivamente trasformato. La maggior parte delle lingue oggi parlate condizionano le donne e le inducono ad accettare di non essere capaci di partorire per conto proprio: qualcuno infatti deve ‘farle partorire’. Il risultato è che, progressivamente, l’ostetrica è diventata il più delle volte una figura autoritaria e dominante, che funge da guida e osservatrice. L’ostetrica si è trasformata in una sorta di agente dell’ambiente culturale e ha avuto un ruolo chiave nella trasmissione delle credenze e dei rituali perinatali…”

Vero, così è stato, ma l’ostetrica può invece tornare ad essere proprio quella figura “materna” preziosa capace di sostenere, rispettare e incoraggiare la donna in un momento tanto cruciale quanto delicato e intenso della sua esistenza, mediando tra istinto e cultura…

Cuore e scienza nell’assistenza alla nascita

L’importanza di essere bilingui

“Dappertutto nel mondo esistono nuclei di persone all’avanguardia, che hanno la particolare capacità di raggiungere una consapevolezza nuova prima degli altri. È loro dovere essere d’aiuto nel dare avvio e nel diffondere una nuova consapevolezza. Fintanto che cercano di trasmettere unicamente la loro conoscenza intuitiva – fintanto che parlano solo il ‘linguaggio del cuore’ – sono inefficaci. Per essere influenti, devono dare un’impostazione razionale al loro ‘buon sentire’. Devono allenarsi a diventare ‘bilingui’ – vale a dire, imparare a integrare il ‘linguaggio del cuore‘, la trasmissione della conoscenza intuitiva, con il linguaggio scientifico“.  Michel Odent

Queste parole sono davvero forti e rivoluzionarie, in un momento in cui spesso sembra che prevalgano l’uno o l’altro linguaggio, specie se si parla di salute. Odent viene dal mondo della medicina, dove dovrebbero trovare integrazione la scienza e l’arte di applicarla, ma con il cuore, ed è famoso per aver ribaltato la visione della nascita, lui, uomo…mi ha sempre incuriosita il fatto che da parte maschile siano arrivati, nel secolo scorso, i messaggi più incisivi sulla necessità di cambiare rotta nell’assistenza al percorso gravidanza-parto-cura del neonato, ma così è.

Dunque, a dispetto di chi propugna con facilità ricette apparentemente semplici per gestire la nascita, la sola visione emotiva e la salvaguardia di questi aspetti dell’evento non bastano per garantirgli sicurezza. Per essere credibile e praticabile, l’intervento dell’operatore sanitario deve possedere basi molto solide, sul piano relazionale, formativo e dell’esperienza.

Attualmente si assiste a proposte variegate in tema di gravidanza e parto, spesso inserite in contesti new age, esoterici, spirituali, dove il linguaggio scientifico e la sua traduzione nella pratica assumono connotati negativi…ma siamo sicuri che misurandosi con la nascita una donna, una coppia e la rete di affetti e relazioni che ruota intorno ad essi non avvertano il bisogno di rigore, la necessità di contare sul supporto professionale e competente di persone formate, capaci di trasmettere strumenti reali di conoscenza e autodeterminazione, in grado di aver cura della componente emozionale come di quella pratica, con le sue esigenze molto concrete, pur in assenza di certezze totali e incondizionate, al pari di tutta l’esistenza umana?

Siamo sicuri?… ; )

“Ogni opera di scienza è scienza e arte, così come ogni opera d’arte è arte e scienza…”  –  L.Pirandello

Mantieni la calma, e chiama l’ostetrica…

Questa bella immagine potrebbe (e dovrebbe!) comparire in tutti i luoghi dove si affronta un percorso per diventare madre, o per non diventarlo, o per transitare da una dimensione all’altra della vita femminile, dalla nascita alla vecchiaia. Perchè l’ostetrica è la preziosa alleata delle donne innanzi tutto, ma anche dei loro compagni e dei bambini che originano da un legame; è sostegno emotivo, fisico e professionale nei momenti in cui occorre una guida, un supporto pratico, un consiglio spassionato, una riflessione su cosa fare o non fare, cosa scegliere tra tante possibilità o troppe indicazioni in contrasto tra loro, o quando nessuna alternativa sembra profilarsi all’orizzonte. Sembra eccessivo? Macchè, semplicemente le donne non sono abituate a pensare che esista una figura così poliedrica, che possiede competenze profonde acquisite attraverso lo studio, la pratica, l’aggiornamento costante e anni di esperienza, capace di dare risposte semplici a quesiti apparentemente complessi, e di prospettare soluzioni a misura umana, con l’aiuto della scienza ma attraverso la mediazione delle emozioni, che sono anche le sue…

L’ostetrica nasce con il bisogno delle donne di trovare sostegno durante la gravidanza e, soprattutto, durante il parto; la sua identità attraversa nei secoli fasi alterne, di volta in volta valorizzata o sminuita, quando non criminalizzata. Però resiste, evolve, si amplifica con discrezione, cerca nuove strade per emergere, sempre accanto alle donne, alle coppie, ai neonati, per proseguire accompagnando le tappe dell’esistenza al femminile, che sono anche le sue…

Il rapporto tra donna e ostetrica è uno scambio, dove trovano spazio l’ascolto, lo sfogo, il supporto professionale e la comprensione umana, la trasmissione di strumenti per scegliere consapevolmente e la conoscenza di altro da sè, la riflessione sulla strada da percorrere insieme e la messa a punto di un progetto che rispetta i desideri, la sensibilità e le esigenze della donna, ma anche il bisogno di sicurezza da garantire a qualunque evento, ai massimi livelli.

“La madre ha diritto ad un buon parto e il bambino ha diritto ad una buona nascita”: con queste parole, Frédérick Leboyer, ostetrico francese classe 1918, notissimo per aver introdotto il principio della nascita “senza violenza”, descrive semplicemente ciò che ormai dovrebbe essere riservato a tutte le donne e i bambini del pianeta. E’ da qui che bisogna partire, per cambiare il corso della storia umana: il rispetto di chi mette al mondo e di chi si affaccia alla vita. Accanto alla donna, al suo compagno e al loro bambino, dall’inizio della vita in poi, la figura che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene di importanza fondamentale per garantire i migliori esiti di salute, cioè l’ostetrica…

E ora, buona visione!

L’induzione del parto

Una donna incinta è “in attesa”, così ci si esprime parlando di lei: significa che la sua vita resta sospesa per il tempo necessario a raggiungere un traguardo, che chiude l’esperienza di contenere e proteggere dentro di sè il cucciolo umano. 40 settimane, lunghe, in cui il pensiero cambia obiettivo, e più ci si avvicina al parto più diventa costante, focalizzato su un faccino di cui si immaginano mille versioni.

Ma le settimane possono essere anche di meno, o di più…41, 41 e un giorno, e due, e tre, e uffaaaa!!! Mica per i giorni che passano, ma per la smitragliata di telefonate quotidiane per sapere se “è nato o no (e perchè nooo?”). “Quando ero incinta io facevano le iniezioni il giorno dopo ” (le 40, o anche 38 o 39, in base alle esigenze del ginecologo); “il mio ginecologo mi aveva invece ricoverata ben prima, e messo la flebo, e rotto il sacco, e poi spinto sulla pancia…”;  ” a me l’ostetrica aveva detto di bere una bella dose di olio di ricino, poi mi ha fatto delle iniezioni e…via”; “ma sarà mica pericoloso? Sei andata a farti vedere? Mah”…

E dove la mettiamo l’ansia di chi segue la gravidanza? Una donna deve fare i conti non solo con la propria, ma pure con quella altrui…

Vediamo un pò: quanto deve durare una gravidanza? Esattamente nessuno lo potrà predire; per di più numerosi studi hanno indagato, e continuano a farlo, i reali fattori coinvolti nella sua durata. Uno di questi ha rilevato una correlazione con i geni paterni (*),  e vai a sapere quanti altri elementi influenzano questo meccanismo così complesso come lo scatenarsi del travaglio, certamente di natura fisica ma anche psichica e socio-culturale.

In ogni caso, la ricerca suggerisce che la placenta, organo destinato alla nutrizione e ossigenazione fetale, ad un certo punto invecchia, e può perdere colpi nella sua funzione. Indicativamente, si ritiene ormai che a 41 settimane di gravidanza sia prudente iniziare a controllare sia le condizioni del feto (attraverso l’analisi del grafico di registrazione del suo battito cardiaco), sia la quantità di liquido amniotico ancora presente in utero, indicativa di una condizione ancora normale o, se ridotta, di una situazione che va monitorata con più attenzione e frequenza. Se tutti i parametri sono nella norma, si può attendere fino a 41 settimane e sei giorni, dopodichè è indicato il ricovero in ospedale per procedere con il tentativo di induzione del travaglio attraverso varie modalità e sotto stretto controllo, più frequentemente tramite l’inserimento in vagina di prostaglandine in gel o veicolate da una “piastrina”. Le prostaglandine sono sostanze naturalmente prodotte dall’organismo umano, e quelle utilizzate per questo scopo possiedono la capacità di far ammorbidire quella parte di utero che dovrà dilatarsi, stimolando in seguito le contrazioni del travaglio.

Attualmente si sta utilizzando con una certa frequenza la stimolazione meccanica tramite un doppio palloncino, o dispositivo di Cook, molto simile a un catetere (tubicino normalmente usato per svuotare la vescica urinaria), che inserito nel canale del collo uterino e gonfiato stimola meccanicamente la maturazione del tessuto favorendo la comparsa di contrazioni o la riuscita dell’eventuale induzione, con buoni risultati e ridotti effetti collaterali.

cook

Altri sistemi per ottenere lo stesso scopo sono allo studio, farmacologici e non. Tra i metodi naturali indagati, l’unico per il quale è stata dimostrata un’efficacia misurabile è la stimolazione dei capezzoli, che pare incremementare la possibilità di insorgenza del travaglio nelle 72 ore seguenti, riducendo inoltre la perdita di sangue dopo il parto.

Non sempre la stimolazione funziona, perchè la risposta dipende da una serie di elementi, soprattutto dalle condizioni in cui si trova il collo dell’utero in quel momento e dalla posizione della testa fetale. In assenza di risposta, si ricorre al taglio cesareo a distanza di tempo variabile, a seconda delle situazioni.

L’induzione del travaglio, al di fuori del protrarsi della gravidanza, va riservata a condizioni ben precise e selezionate. Uno studio (**) pubblicato sulla rivista Acta obstetricia et gynecologica scandinavica dimostra che l’induzione del travaglio in assenza di indicazioni materne o fetali aumenta il rischio di parto cesareo e di complicazioni post-parto, oltre che di  complicanze neonatali.

Un gruppo di ricerca tutto femminile condotto all’università di Adelaide ha preso in considerazione 28.626 donne e, per analizzare le complicanze associate al parto, le ha suddivise in tre gruppi a seconda che avessero avuto un travaglio spontaneo, un’induzione di travaglio per indicazioni riconosciute e per indicazioni non riconosciute. Quest’ultima condizione si è associata a un rischio di taglio cesareo aumentato del 67% rispetto al travaglio spontaneo e ha comportato anche un incremento della probabilità che il bambino dovesse essere ricoverato nell’unità di terapia intensiva neonatale. Sono dati importanti per riflettere sulla pratica crescente di induzione del travaglio che si registra in molti paesi del mondo.

Ad ogni buon conto, se una donna ha cura di sè, astenendosi da attività lavorative stressanti o dannose, evita fumo e alcool, conduce una vita sana dal punto di vista alimentare e ricca di relazioni appaganti, pratica una moderata e costante attività fisica,  possibilmente non interrompendo l’attività sessuale durante tutta la gravidanza (il liquido seminale è ricco di prostaglandine…), cercando di trovare spazi intimi per entrare nella dimensione dell’evento-parto, riposando quando il corpo lo richiede, si predispone al meglio per portare avanti e concludere con serenità e senza intoppi il suo percorso verso un’esperienza di parto intensa, coinvolgente e che non necessita di interventi esterni.


(*) http://italiasalute.leonardo.it/news.asp?ID=4190

(**) Acta Obstet Gynecol Scand. 2012 Feb; 91(2):198-203
Fonte: Ginecologia33 (marzo-2012)