Lotus Birth

Il Lotus Birth è una pratica che consiste nel non sezionare il cordone ombelicale dopo il parto, mantenendo quindi la placenta attaccata al neonato fino al distacco spontaneo del cordone stesso dall’addome del piccolo, che si verifica in genere a distanza di 3-10 giorni. Il taglio del cordone ritardato di 4-6 ore è piuttosto diffuso presso numerose culture indigene in cui si pratica ostetricia tradizionale, in varie parti del pianeta ma soprattutto a Bali dove a placenta e cordone ombelicale vengono attribuiti particolari significati simbolici. La stragrande maggioranza delle femmine di mammifero (non le foche, le belene e poche altre) mangia la placenta dopo il parto, per trarne preziose sostanze nutritive, ma presso gli umani soltanto alcune culture orientali mantengono tradizioni di consumo soprattutto del brodo ottenuto dalla sua bollitura (*).

La pratica sopra descritta è invece menzionata nei diari dei primi coloni dell’Europa occidentale in America; abbandonata nel tempo e ripresa soprattutto dai praticanti lo yoga che negli anni ’80 esploravano le vie della nascita naturale, venne denominata Lotus Birth in considerazione del valore sacrale attribuito al loto nelle culture orientali, esteso idealmente al neonato. Attraverso il mantenimento di questo “legame” anche dopo la nascita, i benefici teorici sarebbero sostanzialmente di natura strettamente spirituale (maggior serenità e benessere del neonato).

La si pensi come si vuole, ogni donna può chiedere che nella sua esperienza di parto possa rientrare anche il Lotus Birth, a seguito di consenso sottoscritto dopo aver ricevuto un’informazione corretta circa lo stato attuale delle conoscenze sulla questione e il trattamento igienico da riservare alla placenta.

Il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists (RCOG) del Regno Unito, associazione professionale che raduna gli specialisti medici nella branca ostetrica, nel 2008 si è pronunciato sul tema in questi termini:

       “Non esistono al momento attuale ricerche scientifiche sul Lotus Birth e non vi sono evidenze mediche a dimostrazione del suo beneficio per il neonato”

       “Prima di scegliere questa procedura, tutte le donne dovrebbero essere pienamente informate dei potenziali rischi, che possono includere infezioni e conseguenze ad essa associate per la salute del bambino”

       “Si sottolinea che allo stato attuale il Lotus Birth resta una pratica nuova per il Regno Unito e non vi è ricerca in corso per quanto riguarda la sua sicurezza”

–  “Se la donna opta per questa procedura, il RCOG raccomanda una sorveglianza stretta del neonato per rilevare segni precoci di infezione”

Questo documento (**) rappresenta tuttora il riferimento medico e giuridico per eventuali controversie legate all’applicazione della procedura che si dovessero presentare nella pratica.

 (*)   Per approfondimenti: 

 https://intornoallanascita.com/2013/07/14/che-fine-fa-la-placenta/

(**) – Documento integrale al link: 

  http://www.rcog.org.uk/what-we-do/campaigning-and-opinions/statement/rcog-statement-umbilical-non-severance-or-%E2%80%9Clotus-birth

L’ostetrica e la legge nel rapporto con la donna

Nelle società industrializzate, potrebbe sembrare che nella relazione tra donna e ostetrica entrino solamente aspetti tecnici, relazionali ed eventualmente economici se quest’ultima è una libera professionista, invece non meno carichi di significato sono gli elementi giuridici, che nel nostro Paese risultano essere piuttosto complessi. Innanzi tutto, le norme che regolamentano l’esercizio della professione ostetrica stabiliscono gli ambiti di competenza in maniera chiara, con limiti invalicabili oltre i quali interviene il medico. Nel caso della gravidanza e del parto, ad esempio, l’ostetrica può agire nel cerchio della perfetta fisiologia, obbligata a far ricorso al consulto medico anche soltanto per situazioni ambigue, non ben definite, potenzialmente bisognose di correttivi anche se questi si dimostrano poi superflui e tutto rientra nella norma (dunque, torna nelle mani dell’ostetrica!). Pertanto sono fondamentali il dialogo e l’integrazione tra le due professionalità per garantire i migliori esiti di salute per mamma e neonato.

Altro aspetto cardine del rapporto tra donna e ostetrica è quello del consenso alle cure (*), che va considerato con attenzione particolare, senza mai dimenticare che la professionista è tenuta ad analizzare con grande riguardo richieste e desideri della persona, ma secondo obblighi ben precisi riguardo al modo con cui fronteggiarli, sempre scientificamente provato, aderente alle linee-guida riconosciute e mai superficiale: l’obiettivo deve essere solo quello di offrire esperienza competente e sicurezza massima con il minimo di intervento sanitario di provata efficacia, salvaguardando l’esigenza di rispetto delle esigenze individuali. Non tutto quanto la donna richiede può ricevere consenso e appoggio incondizionato da parte dell’ostetrica, come di qualunque altro sanitario, perchè l’operatore stesso ha la necessità di muoversi in contesti di tutela anche della propria persona: agire al di fuori delle indicazioni legislative può comportare conseguenze pesanti per entrambi i soggetti del percorso assistenziale, con esiti di salute compromessa o peggio per la donna (e/o il neonato), e risvolti penali per la professionista (rinvio a giudizio o richieste di risarcimento anche milionarie).

In ultimo, la parte economica: ogni prestazione ostetrica fornita da libera professionista ha un costo che va definito chiaramente in via preventiva, secondo un tariffario che preveda costi equi e rispondenti alla delicatezza e alla complessità della prestazione stessa, in base a una precisa norma del Codice Civile.

Naturalmente nulla vieta alla donna di consultare più professioniste, per saggiare tutti gli elementi sopra esposti attraverso un sereno confronto, preparandosi uno schema di domande e richieste, senza tralasciare informazioni precise circa il costo dell’assistenza di cui necessita, ma scegliendo poi in base all’impressione di professionalità, serietà ed empatia ricavata durante il colloquio, che non necessariamente deve avere un prezzo esorbitante… ; )

Per approfondire:

(*)https://intornoallanascita.com/2012/10/15/il-consenso-informato-e-le-cure/

Il parto dell’ostetrica

Già, pure le ostetriche fanno figli, dunque raggiungono il fatidico momento in cui partorirli…Ma come si rapporta una donna che aiuta le altre nel loro percorso per diventare madri con la gravidanza, il travaglio (con le doglie!), l’allattamento e l’accudimento del neonato? Complessa, la faccenda: quando frequentavo il corso di studi formativi, in sala parto osservavo la gestualità delle ostetriche e delle donne, ascoltavo voci, suoni, incitamenti, grida, pianti, richieste di aiuto…e confesso che vi intravedevo parecchie note stonate. C’è voluto tempo per farmi un’idea delle cose: mi piaceva ciò a cui assistevo? No. Non mi garbava affatto sentir intimare alle donne cosa dovevano o non dovevano fare, vederle visitare ogni momento in condizioni di assenza totale di intimità e comfort ambientale, oppresse da solitudine e scoramento davvero difficili da accettare persino per l’osservatore, figuriamoci dalle dirette interessate. L’utilizzo di farmaci, clisteroni, manovre traumatiche sul loro corpo e, dulcis in fundo, una manualità grossolana nei confronti del neonato: stirato, acchiappato per le caviglie, aspirato a più riprese, separato immediatamente dalla madre e in preda ad un’angoscia senza contenimento.

Quando un’ostetrica restava incinta, spesso si sottoponeva volontariamente a un taglio cesareo, e alla domanda sul motivo di tale scelta rispondeva senza esitazione: “preferisco questo ad un parto traumatico”, dando per scontato che lo sarebbe stato!

Nel tempo molto è cambiato, ma non quanto e come ci si sarebbe augurato che avvenisse, sicchè ancora oggi l’ostetrica futura madre tenta almeno, quasi sempre, di conservare un piccolo privilegio: scegliere la collega che vorrà avere al suo fianco nel momento fatidico. Già durante la gravidanza occorre cominciare a separare i piani: donna e ostetrica. Più la prima che la seconda? O viceversa? Non siamo tutte uguali, ma la tentazione di governare da sè buona parte delle fasi gravidiche è spesso forte. Il travaglio parte, infine, e allora giunge il momento in cui occorre mollare gli ormeggi, lasciarsi andare e riporre piena fiducia nella donna/collega che sta accanto. Se la scelta è caduta su di lei è per motivi ben precisi: se ne condivide la filosofia, risponde al bisogno personale di rassicurazione, differente per ogni donna e dunque anche per ogni ostetrica/donna, ha le caratteristiche temperamentali e tecniche rispondenti ai criteri che si ritengono importanti…

Io a suo tempo ho scelto Laura, dalla doppia veste di cognata e ostetrica: era il suo primo parto in casa, e dopo aveva l’adrenalina a mille! Ma ha fatto tuttissimo per bene, sisì! ; )

Le contrazioni: la curiosità di sperimentarle è massima, però quasi mai le fetentissime corrispondono all’idea che l’ostetrica si era fatta di loro. Dolore come quello mestruale, sì, più o meno, ma molto più intenso, ecco. Prima lombare, poi sopra al pube, poi una cosa non tanto immaginabile durante l’espulsione (le donne lo descrivono perlopiù come bruciore intenso, accompagnato dalla sensazione che “qualcosa si rompa”, brrr!!). Pensandolo a freddo, lo si teme un tantino o anche parecchio, ma preoccupa di più la reazione emotiva al suo incalzare, il classico “ce la farò”? Se si partorisce nell’ospedale in cui si lavora, un pò si prova disagio pensando che “tutti mi conoscono, dunque mi devo comportare bene”. Qualcuna invece decide di partorire nella sua casa, e allora si prepara alle inevitabili domande: “ma sei sicura?” in primis…e “da chi ti farai assistere?”, subito dopo.

Oppure ci si affida completamente a un ginecologo, e capita magari di finire per farsi fare un bel cesareo immotivato, ma trovando il modo di motivarselo.

E l’ostetrica che assiste una collega, allora? Anche per lei separare i piani è fondamentale: quella che ha davanti è una donna e basta, altrimenti la tentazione di dare per scontato che sappia già tutto è reale, invece quando partorisce e diventa madre, un’ostetrica è solo una donna/madre, con le sue fragilità, paure e attese, i momenti di scoramento, la stanchezza legata al parto, all’accudimento, al passaggio in un ruolo cruciale nella sua esistenza. La presa in carico deve essere uguale a quella che si mette in campo per tutte le altre donne, poi sarà la neomadre stessa a modulare il suo rapporto con la collega, in base ai bisogni personali.

Certo è che vivere in prima persona l’esperienza di maternità può insegnare tantissimo all’ostetrica: passare dall’altra parte apre sicuramente finestre rimaste socchiuse o decisamente serrate fino a quel momento. Poi capita anche che qualcuna le richiuda, in parte o del tutto: forse dipende da come lei stessa ha vissuto il suo percorso di maternità, ma dentro di sè qualcosa resta sempre, e a volte può fare la differenza tra l’essere solo un “tecnico”, o una miscela di cuore & scienza.

L’ alleanza terapeutica tra donna e ostetrica

Il termine “alleanza terapeutica” appare in numerosi contesti di cura e anche su testi di riferimento legislativo, per indicare quello speciale rapporto che si crea tra curante e assistito e porta alla creazione di un patto condiviso, finalizzato al raggiungimento di un obiettivo comune. In parole semplici, si può definire come un autentico incontro tra le esigenze di entrambi, in cui trovano spazio il dialogo, lo scambio, la domanda e la risposta, la richiesta di professionalità e la disponibilità a fronteggiarla con competenza, rigore, serietà. Nella nostra realtà questo processo prevede anche la stesura di un documento (il consenso informato (*), che testimonia l’avvenuta raccolta delle richieste della persona assistita, l’informazione da essa ricevuta e la conseguente accettazione della proprosta assistenziale.

Nel caso della relazione tra donna e ostetrica, partendo dal presupposto che l’obiettivo è quello di soddisfare il bisogno di salute, che in gravidanza si estende anche al nascituro, il primo passo del percorso consiste nell’ascolto delle richieste, che conduce a stabilire un dialogo.

Come si svolge, nella pratica? Quando vengo contattata da una donna, in genere telefonicamente, inizio a raccogliere la sua necessità di sostegno per mettere a fuoco gli strumenti necessari per fronteggiarla. Abitualmente si concorda un incontro, durante il quale ci si conosce, si stabilisce un primo legame anche emotivo, ci si “annusa” reciprocamente (siamo animali!) e, a poco a poco, si definiscono le posizioni di entrambe. L’ascolto è fondamentale, perchè consente di mettere a punto i passi necessari per risolvere un problema o mettere a punto un percorso assistenziale condiviso. Molto spesso un solo incontro è già risolutivo, per questioni non particolarmente complesse o per consulenze su specifici aspetti della vita o della salute di competenza ostetrico-ginecologica. Altre volte si rende necessario reincontrarsi, per completare un discorso avviato e verificare l’appropriatezza delle soluzioni proposte.

Se la richiesta riguarda l’assistenza in gravidanza e durante il parto, ovviamente il contatto diventa frequente, si intensifica in prossimità dell’evento e prosegue dopo la nascita del bambino, nel sostegno alla nuova condizione. In particolare, se la scelta cade sul parto domiciliare la necessità di informazione sarà molto elevata, ovviamente estesa alla coppia, e da parte dell’ostetrica occorrerà una cura particolare nell’esposizione delle alternative, dei dettagli assistenziali, della scelta del percorso, che contemplerà anche il sondaggio delle motivazioni, dell’accettazione o rifiuto di passaggi tecnici, la messa a punto della documentazione necessaria alla programmazione, la compilazione della cartella ostetrica, la predisposizione di un preventivo di spesa e del consenso informato, un vero e proprio documento in cui risulta tutto quanto è stato espresso dalla professionista, compreso dalla donna e da essa accettatto e sottoscritto. L’importanza di questo documento è davvero enorme per la nostra legislazione, perchè testimonia tutti i passaggi elencati e non può non tenere conto di leggi, regolamenti e, per effetto di un recente decreto, delle linee-guida. Di cosa si tratta? La linea-guida è un insieme di raccomandazioni messe a punto sulla base di conoscenze continuamente aggiornate e ritenute le migliori per garantire che le cure prestate siano appropriate, di elevata qualità e sicure. I sanitari non sono obbligati a metterle in atto, ma fortemente raccomandati a farlo, perchè in caso contario potrebbero andare incontro a serie conseguenze legali.

Facciamo un esempio molto comprensibile: se una donna mi chiede di assisterla a domicilio dopo aver subito un taglio cesareo, la mia posizione di professionista mi impone di informarla circa il fatto che ciò non è consentito dalle linee-guida sul taglio cesareo redatte dall’Istituto Superiore di Sanità, per motivi ben precisi. Sulla base delle conoscenze attualmente disponibili, infatti, questa condizione va gestita solamente in centri ospedalieri che posseggano determinate caratteristiche (**).

Particolarmente importante, dunque, è la serietà con cui l’ostetrica va incontro alle richieste della donna, dal momento che ha obblighi ben precisi, come specificato in un articolo del suo Codice Deontologico: Nell’esercizio dell’attività professionale l’ostetrica/o si attiene alle conoscenze scientifiche e agisce nel rispetto dei principi fondamentali della qualità dell’assistenza e delle disposizioni normative che regolano le funzioni di sua competenza, al fine di assicurare l’appropriatezza, l’equità e la sicurezza delle cure”. In questa frase sono contenuti tutti i principi-guida dell’esercizio professionale, a garanzia di un sostegno non soltanto emotivamente intenso, ma anche tecnicamente rigoroso, l’unico in grado di garantire il miglior risultato per mamma e bambino. Per le donne e per le ostetriche deve essere chiaro che non tutti i desideri possono trovare sbocco nella pratica: il bisogno di cura si deve misurare con le leggi e le linee-guida assistenziali, a meno di accettare un supplemento di rischio che, innanzi tutto, può ripercuotersi anche pesantemente sull’integrità di mamma e neonato, il che è molto grave, ma può assumere risvolti legali ed economici gravosissimi per l’ostetrica, compromettendo sia l’immagine della categoria che la percezione dell’esperienza (interpretata come pericolosa) da parte degli altri operatori sanitari e soprattutto, ed è ciò che più conta, da parte delle donne stesse…

Alleanza terapeutica significa, dunque, partecipazione responsabile al processo terapeutico, in cui la distribuzione del sapere e del potere tra ostetrica e donna consenta a entrambe un’assunzione ragionata e consapevole di responsabilità nei confronti della propria esperienza. E’ davvero qualcosa di grande, che se condotto con la necessaria cura può dare luogo ad un’esperienza di arricchimento prezioso per antrambe, e non solo… : )

 

(*) – https://intornoallanascita.com/2012/10/15/il-consenso-informato-e-le-cure/

(**) – https://intornoallanascita.com/2013/07/10/partorire-dopo-un-cesareo/

Quando è possibile partorire in casa?


Nella vita, se i dubbi sono in agguato occorre sempre informarsi: non è possibile scegliere un percorso senza vagliare le alternative, i pro e i contro, allo stesso modo con cui si scelgono un’auto nuova, una vacanza, un abito… Quando si tratta della salute le decisioni si fanno più ardue, sicchè anche il parto, momento carico di elementi che collegano direttamente con lo stato di benessere fisico e psichico che ci fa sentire “sani”, richiede di operare una scelta. Chi decide di far nascere nell’intimità della sua casa il proprio bambino lo fa per sentirsi accudita in maniera continuativa da un’ostetrica che conosce in gravidanza, che ha sposato la filosofia del rispetto dei tempi naturali di mamma e neonato e che li salvaguarda il più possibile senza mai dimenticare i criteri di sicurezza da garantire ad entrambi. In questo senso, il documento da anni in vigore nella Regione Piemonte (*) rappresenta una garanzia per le donne che vogliono sperimentare il parto a domicilio, poichè si ispira direttamente alle esperienze ormai consolidate del Nord Europa, in cui la nascita in casa rappresenta una possibilità concreta, soprattutto per le olandesi che la vivono nel 30-35% dei casi.

In sintesi, possono accedere all’assistenza, pianificata con cura, tutte le situazioni in cui la gravidanza ha avuto un decorso fisiologico, senza alcuna complicanza, e nel momento in cui insorge il travaglio siano presenti queste condizioni:

– epoca di gravidanza compresa fra le 37 e le 41settimane + 6 giorni

– gravidanza singola (non gemellare) e feto in presentazione cefalica (a testa in giù!)

battito cardiaco del feto regolare

peso fetale stimato all’interno di parametri ben definiti

– assenza di patologia fetale nota e di rischi neonatali prevedibili

– regolare inserzione della placenta (individuata ecograficamente)

– assenza di problemi materni (ostetrici e non) che rappresentino una controindicazione al travaglio di parto, o che richiedano (come nel caso del pregresso taglio cesareo) una sorveglianza intensiva del benessere della madre e del feto durante il travaglio

– insorgenza spontanea del travaglio, rottura delle membrane da meno di 24 ore e liquido amniotico limpido (situazione che andrà comunque opportunamente tenuta sotto osservazione)

– esame batteriologico vaginale negativo per la presenza di Streptococco (a meno che vi sia la possibilitò di disporre di un medico che effettui la prescrizione e sorvegli la somministrazione della terapia antibiotica prevista nei protocolli in caso di positività).

Durante il travaglio, l’ostetrica avrà cura di avvisare il 118 per avere supporto rapido in caso di necessità, e il Centro Ospedaliero con Reparto Ostetrico più vicino per lo stesso motivo, avvisando entrambi dopo il parto per interrompere l’allerta.

L’ostetrica che prende in carico la donna deve non solo attenersi a queste indicazioni, ma sottoscriverlo in forma scritta trasmettendo il documento all’ASL durante la gravidanza, quando viene inoltrata la pratica di rimborso delle spese. In tal modo, la donna ha la garanzia di ricevere un’assistenza conforme ai criteri di sicurezza necessari per una serena esperienza di parto. Pensare di vivere la nascita in casa ignorando questi principi è ovviamente comprensibile per una gestante quando esprime il suo desiderio, ma non accettabile da parte di un’ostetrica onesta, che ha il dovere di operare nei suoi confronti e in quelli del nascituro con coscienza etica, senza fargli correre rischi reali e inutili, secondo i principi espressi dal Codice Deontologico:

“Nell’esercizio dell’attività professionale l’ostetrica/o si attiene alle conoscenze scientifiche e agisce nel rispetto dei principi fondamentali della qualità dell’assistenza e delle disposizioni normative che regolano le funzioni di sua competenza, al fine di assicurare l’appropriatezza, l’equità e la sicurezza delle cure”

“Il comportamento dell’ostetrica/o si fonda sul rispetto dei diritti umani universali, dei principi di etica clinica e dei principi deontologici della professione”

“L’ostetrica/o nell’agire professionale si impegna ad operare con prudenza, diligenza e perizia al fine di tutelare la salute degli assistiti

Informarsi significa anche questo: sapere sempre cosa cercare in chi consultiamo per affidargli la nostra esperienza di vita, e se questa è la nascita di un figlio ogni donna ha il diritto umano fondamentale di ricevere il meglio per sè e per il suo piccino…

(*)  http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:1OsqODvI-Z0J:www.ostetrichetorinoasti.it/documentazione/parto_domicilio.pdf+&cd=2&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=firefox-a

Il puerperio

“Il Signore aggiunse a Mosè: «Riferisci agli Israeliti: quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatrè giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Ma se partorisce una femmina, sarà immonda due settimane come al tempo delle sue regole; resterà sessantasei giorni a purificarsi del suo sangue. Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una figlia saranno compiuti, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Il sacerdote li offrirà davanti al Signore e farà il rito espiatorio per lei; essa sarà purificata dal flusso del suo sangue. Questa è la legge relativa alla donna che partorisce un maschio o una femmina. Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei ed essa sarà monda»”

Effinalmente, diciamo noi… : (

Il brano è tratto dal Levitico, testo biblico, e descrive la percezione collettiva di quell’epoca della donna dopo il parto nella fase che denominiamo puerperio, da puerpera, ossia “donna che ha appena partorito”, a sua volta dal latino puer (fanciullo) e pario (partorisco). Ancora oggi, presso varie culture, persistono rituali, proibizioni e imposizioni riferite a questo periodo, che convenzionalmente si colloca nelle sei settimane successive alla nascita di un bimbo, per comprendervi i fenomeni principali che interessano l’organismo materno fino al ritorno (eventuale, non scontato) della mestruazione, che segna la ripresa dell’attività delle ovaie. Una fase molto particolare, dunque, nella vita della donna, connotata da numerosi cambiamenti personali, fisici ed emotivi, ma anche sociali, influenzando le relazioni interpersonali sia per la trasformazione che subisce l’identità femminile che per gli sforzi di adattamento richiesti dalla nuova condizione. E’ evidente però che lo scadere della sesta settimana non significa nulla in termini pratici, nel senso che non interrompe nè modifica la vita della neomadre, e non sempre è un periodo sufficiente per garantirle recupero fisico e/o psichico: se allatta investe energie supplementari, necessita di riposo, non sempre riprende l’attività sessuale e spesso non ha supporto nella gestione delle altre incombenze quotidiane.

In Italia l’assistenza è incentrata quasi essenzialmente su gravidanza e parto, mentre trascura in maniera consistente di occuparsi della madre e del neonato proprio nel momento in cui essi hanno bisogno di riconoscersi, imparare a convivere, instaurare quel legame lento e graduale fondamentale per la salute globale di entrambi. Eppure in questa fase la donna può ancora sperimentare disagi non indifferenti, legati alla presenza di cicatrici vaginali o addominali (in caso di taglio cesareo), riduzione marcata del tono muscolare dell’addome, alterazioni dello svuotamento della vescica o dell’intestino, problemi di allattamento, difficoltà alla ripresa dei rapporti sessuali, alterazioni dell’umore, o semplicemente vivere con estrema fatica la “banale” riorganizzazione dell’esistenza, sua e del neopadre.

La figura professionale più appropriata per fornirle l’aiuto necessario è quella ostetrica, come riconosciuto dalla normativa che ne regola l’attività: un solo incontro post-parto può capovolgere davvero la situazione, apportando sulla donna, sul suo compagno, sul neonato e sull’ambiente di vita tutto il sostegno e i correttivi necessari per proseguire serenamente la meravigliosa avventura esistenziale iniziata molto tempo prima…

(*) nb. anche la mestruazione o qualunque altra perdita di sangue dai genitali la poneva nella medesima condizione di impurità.

Nutrire per crescere


Il verbo nutrire assume vari significati, ma quelli più suggestivi ci vengono proposti dall’enciclopedia Treccani: “Il fatto di alimentare, di fornire materia allo svilupparsi di sentimenti, e il mezzo stesso, la materia che dà alimento (nutrimento): dare, fornire nall’amicizia, all’amore, all’ira, al dolore, alla disperazione“, e anche “quanto contribuisce ad arricchire le facoltà spirituali e intellettuali, e l’effetto che ne deriva: letture che danno nalla mente, allo spirito”. Dunque, si può dare nutrimento non soltanto al corpo, ma anche alla parte emotiva della nostra natura, quella che ci permette di sperimentare sensazioni, desideri e di arricchire la vita di consapevolezza, nella buona e nella cattiva sorte…

Proviamo a trasferire questo concetto all’attesa di un figlio, cioè all’evento più intenso della vita, quello che amalgama corpo e mente di una donna in un’unica massa di percezioni mai provate prima: non necessita anche, e soprattutto, questa condizione, di un nutrimento speciale, fatto di attenzioni, cure, assistenza competente, informazioni corrette, strumenti per scegliere in libertà? E avere a disposizione tutto questo non permette di crescere, preparandosi ad affrontare il ruolo di genitore sentendosi più forti, capaci, consapevoli della propria abilità per gran parte innata, pronte a padroneggiare la situazione nuova con la serenità di chi sa di possedere dentro di sè tutto quanto serve per farlo nel modo giusto?

Chi può aiutare la donna a raggiungere obiettivi apparentemente così ambiziosi? La figura professionale che in Italia è riconosciuta dal Ministero della Salute come quella idonea a farlo: l’ostetrica, professionista formata specificamente per prendersi cura della donna, del neonato, della coppia e della famiglia (*). Le sue competenze spaziano, in base all’esperienza che acquisisce nel suo percorso professionale, ma quando si affianca alla donna in attesa può davvero diventare promotrice di salute presente e futura per lei e per il suo bambino, senza trascurare gli altri membri della famiglia, in primis il padre del bebè. E’ fondamentale per una donna che sente il bisogno di essere sostenuta in maniera globale, desidera progettare un parto naturale, vissuto come normale processo biologico ma in sicurezza, con interventi esterni limitati ai casi di reale necessità. La vicinanza di un’ostetrica è associata ad un’evoluzione della gravidanza più fisiologica, con significativo abbattimento degli interventi inutili su mamma e neonato lungo tutto il percorso-nascita, a migliori esiti in termini di riduzione di tagli cesarei e uso di analgesia farmacologica, ad aumento dei parti spontanei non complicati e degli allattamenti naturali. In generale, tende a disporre di più tempo da destinare al dialogo e ai bisogni emotivi e fisici connessi con la nuova condizione, e ad aiutare maggiormente la donna a focalizzare che tipo di esperienza vuole vivere, supportandola nelle sue decisioni senza compromettere la sicurezza dell’evento, rispettando le sue scelte.

Trovare un’ostetrica non è difficile, e se non si crea feeling con una si prova a cercarne un’altra, un pò come si fa con il parrucchiere… ; )

(*)  http://www.fnco.it/codice-deontologico.htm

Storia di un piccolo uovo

Ovulo, ovocita, uovo in definitiva, anche se umano…significa che nel corpo di una donna sono contenute centinaia di migliaia di microscopiche uova, del tutto simili alle più conosciute uova di gallina, delle dimensioni di una capocchia di spillo (l’unica cellula umana visibile a occhio nudo!) potenzialmente pronte per generare un nuovo essere, se vengono “colonizzate” da uno spermatozoo. Ma ciò a cui non si pensa mai è che una donna è prima bambina, e prima ancora neonata, che prima ha soggiornato per mesi nell’utero materno, originando a sua volta da un ovulo, in un flusso continuo di vita. Si potrebbe sostenere che quell’uovo è l’origine dell’umanità, quando fa comunella con lo spermatozoo, ma di più non si può dire…

Ebbene, se questo elemento microscopico è il nucleo fondamentale del genere umano, occorre riflettere su come viene trattato: l’ambiente di vita e di lavoro condiziona fortemente la salute della persona, e se il maschio inizia a produrre spermatozoi durante l’adolescenza, proseguendo per tutta l’esistenza ma generandone sempre di nuovi, le uova femminili si formano a partire dal quinto mese di sviluppo fetale, all’interno delle due piccole ovaie, restando sempre quelle, in modo tale che nella fase riproduttiva della donna la disponibilità è di alcune centinaia di migliaia, la maggior parte delle quali andrà incontro a fenomeni progressivi di degenerazione. Si stima che nell’arco della vita solo 300-500 ovociti primari giungano a maturazione completa, durante i cicli mestruali, pronti per essere eventualmente fecondati.

Quindi, avere cura della propria salute adottando stili di vita sani (alimentazione equilibrata, attività fisica, niente fumo nè alcool nè droghe, farmaci solo se strettamente necessari, cosmetici naturali) significa preservare in salute anche questo preziosissimo patrimonio insostituibile e non rigenerabile: quando inizia una gravidanza queste raccomandazioni diventano ancora più importanti, e guardando una neonata, abituiamoci a pensare che dentro al suo pancino sono già contenute due palline che custodiscono la generazione che verrà, perciò cominciamo a costruire per lei le migliori condizioni di vita (allattamento materno, cibi sani dallo svezzamento in poi, farmaci solo se strettamente necessari, creme e oli naturali, etc…).  : )

La coppia prima e dopo il parto

Questo bel dipinto di Jack Vettriano ben si presta per affrontare l’argomento…

Se ne parla poco, si evita generalmente il discorso, o a volte lo si affronta in punta di piedi, spingendosi a porre domande non sempre esplicite al medico o all’ostetrica, ma solo se l’intimità della relazione lo permette: la vita di una coppia subisce uno scossone consistente sia durante la gravidanza che dopo il parto, a volte in maniera tale da compromettere la serenità della convivenza presente e futura. La nascita del primo figlio produce la più forte crisi “transizionale” nell’arco della vita a due.

Una coppia formata da poco, per esempio, può non avere ancora basi emotive, di affiatamento e anche una condizione pratica (occupazione, abitazione) sufficienti a fronteggiare un evento come l’arrivo di un bimbo e l’impegno necessario per crescerlo. A distanza di mesi o anni, quando il figlio inizia a staccarsi dall’adulto e ad acquisire autonomia, può apparire in tutto il suo spessore la lacuna relazionale lasciata in disparte dalla gravidanza in poi.

Un legame che invece si protrae da molto tempo può patire l’interruzione della routine indotta dalla presenza del neonato, dai suoi bisogni distribuiti nelle 24 ore e dalla difficoltà di riorganizzare la propria vita secondo schemi totalmente differenti.

Ma in qualunque situazione  la coppia deve risistemare il proprio assetto pratico, emotivo, fisico. Il problema più grande è proprio legato al fatto che donne e uomini poco o nulla parlano di questo aspetto della vita. Invece tirarlo fuori aiuta a condividere ansie, timori, a maturare come persone e getta le basi per proseguire il cammino nel sostegno reciproco, nella comprensione delle proprie debolezze e di quelle dell’altro/a, nella crescita emotiva che fa bene a sè stessi e ai propri bambini…

Indagini e ricerche suggeriscono che i neopapà riportano maggiori elementi di insoddisfazione nel passaggio da coppia a famiglia. La situazione sociale attuale produce disagi più marcati, per via dell’aumento del senso di solitudine, della percezione di “sentirsi in gabbia”, gravata da sensi di colpa e da sentimenti che sorprendono la coppia, perchè riferiti spesso diversi da quelli preventivati.

Una riflessione della dott.ssa Alessandra Graziottin aiuta a focalizzare le dinamiche emozionali connesse con il diventare genitori:
“La percentuale di uomini che giudica “buona” la qualità della relazione di coppia passa dall’84 per cento al 48 per cento dopo la nascita del primo figlio, con un crollo ancora più deciso per la qualità della vita sessuale, giudicata buona dal 69 per cento degli uomini prima della nascita e solo dal 28 per cento di loro, dopo.

Come cambia la relazione d’amore con la nascita del primo figlio?
Il diventare genitori trasforma in modo sostanziale la relazione coniugale. Tre sono le grandi componenti della relazione di coppia: la dimensione romantico-erotica, quella di complicità amicale, e quella di solidarietà. Con la nascita del piccolo e il massiccio investimento di energia e di tempo che richiede, si riducono a picco la dimensione romantico-erotica e quella di complicità amicale, mentre sale e diventa prioritaria la solidarietà. Aspetto importante per la cura del piccolo ma che, esasperato, uccide l’intimità e l’erotismo, finendo per colpire al cuore la stessa soddisfazione coniugale.

Quali sono i fattori che mettono a rischio la coppia?
La rapidità e la gravità del crollo della soddisfazione affettiva hanno tre fattori predittivi principali: 1) gli atteggiamenti negativi del partner nei confronti della moglie (incluse le gelosie più o meno segrete che il neopapà nutre nei confronti del figlio e dell’esclusività di legame tra il piccolo e la madre, specie se lei esaspera questa contrapposizione); 2) la delusione coniugale del marito nei confronti del legame (percepito come noioso, faticoso, poco erotico); 3) la percezione di uno o entrambi i partner di una vita coniugale “caotica”, specie dopo la nascita del piccolo.

Quali fattori proteggono la coppia dalla crisi dopo il primo figlio?
Tre sono anche i fattori protettivi, che aiutano o migliorano la soddisfazione coniugale dopo la nascita del piccolo: 1) la tenerezza del neopapà verso la moglie, e non solo verso il bambino; 2) un’alta considerazione di lei e del valore della coppia; 3) la considerazione in cui lei tiene il compagno e la relazione di coppia.

Che cosa si può fare per recuperare una buona soddisfazione coniugale?
Innanzitutto, bisogna prepararsi con cura al diventare genitori, senza arrendersi alle emozioni negative che spesso irrompono dopo la prima euforia. Bisognerebbe riuscire a mantenere un proprio spazio, senza triangolare sempre sul figlio: è prezioso avere ancora una sera alla settimana per sé… meglio se con l’aiuto di una persona di famiglia che guardi il piccolo, così da uscire in piena serenità. La neomamma dovrebbe evitare di fare “coppia fissa” con il figlio, specie se maschio, mantenendo un giusto equilibrio di attenzione anche nei confronti del partner.”

Un’ostetrica esperta può davvero fare molto per le donne e le coppie, prima e dopo il parto: preparare entrambi a una nascita senza traumi ed emotivamente intensa, sostenere globalmente la neomamma nel suo adattamento alla nuova condizione, aiutandola anche a superare i problemi fisici che ostacolano l’intimità sessuale con opportuni interventi di rieducazione della muscolatura vaginale, consigliando un idoneo sistema contraccettivo per eliminare i timori di una nuova gravidanza, insegnando esercizi di recupero fisico importanti non solo per la postura, ma anche per il ripristino di una buona percezione di sè. Anche i neopadri possono trovare in essa un’alleata preziosa, con cui condividere le stesse emozioni, le medesime paure della compagna, e da cui magari ricevere quel supporto che si pensa sia così difficile da chiedere e da far comprendere…

Che fine fa la placenta?

Alcuni anni fa mi capitò di venire a conoscenza di un costume del quale ignoravo l’esistenza e che, lì per lì, mi provocò una reazione immediata di disgusto: la placentofagia, praticata per scopi rituali o fisiologici all’interno di particolari contesti culturali. Mi riproposi pertanto di tornare sull’argomento alla prima occasione, che si presentò casualmente: su un sito trovai uno studio di Patricia Guthrie, antropologa sociale (“Many cultures revere placenta, byproduct of childbirth”). Ve ne propongo parte del contenuto, sottolineando che con il generico termine di “placenta” ci si riferisce all’insieme di placenta, cordone ombelicale residuo dopo il taglio e membrane (il “sacco”).

L’autrice parte dalla considerazione che “nella medicina occidentale la placenta umana viene abitualmente considerata come nulla più che un rifiuto, mentre presso molte culture essa gode di un trattamento di tipo cerimoniale. Riverita per il suo simbolismo collegato con la vita, lo spirito e l’individualità, viene spesso sepolta all’esterno. Alcune popolazioni la sottopongono anche a cottura e se ne cibano, sia per celebrare la nascita sia per il suo alto contenuto di nutrienti. Presso gli Indiani Navajo del Sudovest degli USA è d’uso seppellire una placenta all’interno del territorio della riserva tribale, delimitato dai Quattro Angoli sacri, come simbolo di legame con la terra degli antenati e il gruppo di appartenenza. I Maori della Nuova Zelanda mantengono anch’essi la tradizione di sotterrare la placenta sotto il suolo nativo. Nel loro linguaggio originale, la parola per “terra” e “placenta” è la medesima: whenua. Gli indigeni boliviani Aymara e il popolo Quechua pensano che la placenta abbia un suo proprio spirito. Essa deve essere lavata e sotterrata dal padre in un luogo segreto e ombroso. Se questo rituale non viene correttamente eseguito, la madre o il bambino possono ammalarsi gravemente o anche morire. Gli Ibo della Nigeria e del Ghana trattano la placenta come il gemello morto del bambino vivente e le tributano riti di sepoltura. Le madri filippine sono solite sotterrare la placenta con libri, nella speranza di avere un bambino intelligente.

Altre culture usano associare alla placenta un simbolo del proprio gruppo sociale quando la interrano, come una sorta di assicurazione di discendenza.

Presso l’etnia Hmong del Sudest Asiatico, la parola per “placenta” può essere tradotta come “giacca”, essendo considerata il primo e più bell’indumento del bambino. Anch’essi sotterrano la placenta, poiché pensano che dopo la morte l’anima deve ripercorrere, a ritroso, i tragitti seguiti in vita fino a tornare al luogo di sepoltura della propria “giacca-placenta”…

Essendo la placenta la struttura anatomica attraverso la quale il feto riceve nutrimento, molte culture la considerano ricca di principi nutritivi; ritengono inoltre che attenui la depressione postparto. La preparazione della placenta per il consumo da parte della madre è usanza tradizionale presso Cinesi e Vietnamiti. I primi pensano che una madre nutrice debba bollire la placenta, consumandone il brodo, poiché berlo rende migliore il suo latte. Questa pratica, conosciuta come “placentofagia”, non è stata molto apprezzata quando, nel 1998, è comparsa sul programma inglese di cucina “TV dinner”, secondo il periodico londinese “The independent”…

A questo punto, l’autrice analizza le reazioni suscitate dalla visione del programma negli spettatori, che dimostrano non soltanto quanto sia lontano un concetto del genere dal nostro modo di pensare, ma anche quanto arduo sia tentare di trasferire nel nostro contesto culturale usanze che non ci appartengono, che non sentiamo intimamente parte della nostra tradizione.

“Al programma ha partecipato una coppia londinese che festeggiava la nascita della nipote, preparando e poi mangiando la placenta della bambina, come un modo per diffondere rituali di altre parti del mondo e condividere simbolicamente il patrimonio genetico della neonata. La placenta è stata fritta con aglio e scalogno, flambata, triturata e servita a venti famigliari e amici, in forma di patè su focaccia. Il padre si servì 17 volte, ma gli altri ospiti furono meno entusiasti”, ha riportato il giornale. Dopo aver ricevuto lamentele dai telespettatori, la redazione reputò che il programma avesse violato un tabù e che fosse risultato sgradevole per molti, anche se i produttori avevano cercato di trattare l’argomento con sensibilità e imparzialità”.

E’ probabile che un gesto del genere sia stato vissuto come “cannibalico”: di certo nelle nostre società non esiste un legame così stretto con la placenta, né le si attribuisce alcun significato simbolico. Tuttavia, sarebbe bello che come ostetriche ci abituassimo a valorizzare quest’organo agli occhi della donna/coppia, a mostrarlo come parte di un insieme, descriverlo, farne intuire il fascino più o meno nascosto: la placenta è di una bellezza sorprendente. Dopo aver assistito un parto domiciliare, se ci sono fratellini la osserviamo sempre insieme, e i loro occhi si riempiono di stupore mentre fanno mille domande; quasi sempre la lascio alla donna, poiché ritengo che ne sia legittima proprietaria, proponendole di sotterrarla: il più delle volte finisce in un grande vaso o in piena terra, alla base di una pianta che ben presto diventa meravigliosamente florida… ; )