La parcella dell’ostetrica

Quello dell’ostetrica è un lavoro, non proprio come tutti, per via delle sue forti implicazioni emotive, ma comunque una professione che poggia le sue basi su un processo formativo, l’acquisizione di competenze, il loro mantenimento attraverso l’aggiornamento continuo. Di conseguenza, necessita di un corrispettivo economico, al pari di tutte le altre attività lavorative umane (*). Quando l’ostetrica opera in regime di libera professione, spesso l’idea che le persone si fanno è che la remunerazione delle sue prestazioni preveda cifre piuttosto basse, sulla base di riflessioni diverse. Proviamo ad analizzare gli elementi che concorrono a definire la parcella di una professionista, per poter mettere a fuoco che cosa contiene. Innanzi tutto viene riconosciuta la competenza, ovvio, esattamente come ad un architetto, a un falegname, a un medico o a un idraulico: chi farebbe mai ricorso a persone senza qualifica per fronteggiare un problema specifico, ben sapendo che non sarebbero in grado di farlo?

Poi il fattore-tempo: per andare incontro ai bisogni di una donna, occorre dedicarle mediamente ben più di un’ora per ogni incontro, di conseguenza occorre definire un costo base orario per la consulenza, al pari di quanto fa un insegnante o qualunque altro professionista qualificato. Se gli incontri avvengono in uno studio privato, l’ostetrica dovrà conteggiare le spese da destinare al suo funzionamento, o la percentuale da lasciare allo studio se ne utilizza solamente gli spazi; se al domicilio della donna, gli oneri per lo spostamento, e magari il parcheggio in area a pagamento. E’ ben noto a tutti il “diritto di chiamata” degli artigiani, corrisposto anche solo per una supervisione quando si richiede il loro intervento a domicilio per valutare un problema… 😉

Ancora: l’utilizzo di materiale monouso, l’ammortamento di strumentazioni varie (l’apparecchio per la rilevazione del battito fetale, ad esempio) e la produzione/consegna di opuscoli informativi vanno conteggiati come spesa, ed entrano a far parte della parcella.

Se l’ostetrica deve prodursi nell’assistenza al parto si dovranno prevedere ulteriori voci: la reperibilità continua, 24 ore su 24, a partire dalla fine della 37ma settimana di gravidanza e fino quasi alla 42ma, comporta una forte limitazione della libertà di movimento e programmazione delle attività per la professionista, ma quasi mai viene considerata come una componente dell’assistenza, che ha quindi un costo.

Il fatto di poter disporre in qualunque momento del supporto di una persona di fiducia, con cui si è creato un legame non soltanto professionale, è qualcosa di prezioso e importante, che può influire in maniera forte sugli esiti dell’esperienza di parto, specialmente se è l’ostetrica prescelta ad assistere direttamente la donna, come nel caso del parto a domicilio. In questa situazione, le voci che vanno a definire il compenso finale sono molte: il numero di visite pre e post-parto, la reperibilità, l’assistenza al parto, l’utilizzo di materiale vario e l’ammortamento di altra strumentazione o disponibilità farmacologica, i costi di spostamento, il disbrigo di pratiche burocratiche pre e post-parto finalizzate all’organizzazione dell’evento (che comportano spostamenti e dispendio di tempo!), e tutti gli interventi accessori che garantiscono la qualità dell’assistenza su mamma e neonato.

L’ostetrica non lascia mai una donna a sè stessa, anche a distanza dalla nascita del suo bambino, ma resta disponibile per qualunque necessità, rispondendo sempre alle sue richieste di aiuto (in molti Paesi la consulenza telefonica è a pagamento, addebitata sulla bolletta!!).

Infine, occorre tener presente che sul totale lordo incamerato dall’ostetrica gravano voci come la tassazione, il versamento di contributi previdenziali, l’iscrizione all’albo, un’assicurazione per responsabilità civile (sempre più cara) e contro gli infortuni, l’iscrizione a corsi di aggiornamento e tutte le spese sostenute per l’esercizio dell’attività stessa (un’auto efficiente, ad esempio, o la parcella del commercialista)…

****************

(*) – La Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche ha da tempo definito il principio secondo cui “Il compenso è fissato in relazione alla rilevanza, delicatezza e complessità della prestazione, dell’intervento, del piano o del progetto attuato dal professionista. I compensi per le prestazioni domiciliari devono essere maggiorati in ragione della distanza del domicilio del cliente e delle spese sostenute dal professionista. I compensi per le prestazioni effettuate nei giorni festivi o in orario notturno sono maggiorati del 30%. I presidi ed il materiale sanitario d’uso corrente del professionista sono a carico
dell’assistito”.
°  Art. 2233 del Codice Civile: “la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.

Annunci

Partorire nell’intimità

Quando una donna riflette su come e dove far nascere il suo bambino, il primo dialogo lo affronta con il futuro padre, e se entrambi concordano sulla possibilità di vivere l’esperienza tra le pareti domestiche contattano un’ostetrica che ha scelto di occuparsi di questo ambito, avendo maturato certe competenze nel tempo e nei luoghi giusti.

Il primo incontro è fondamentale per guardarsi, “annusarsi” e captare la capacità reciproca di entrare in sintonia, ma anche per fornire un’informazione approfondita, completa e corretta su come impostare il percorso assistenziale, oltre a stilare un preventivo esatto dei costi da sostenere. L’idea di partorire in casa comporta la programmazione scrupolosa di tutte le fasi organizzative dell’evento, e in alcune regioni anche il disbrigo di pratiche burocratiche legate alla possibilità di ottenere un rimborso delle spese. Quindi, se si crea quell’alleanza necessaria per procedere oltre, si comincia a mettere a fuoco se la donna è nelle condizioni giuste per affrontare un parto a domicilio (assenza di elementi di rischio), si imposta una preparazione globale fisica e psichica mirata sui bisogni specifici, si compila una cartella ostetrica (esattamente come in ospedale), si valuta l’evoluzione della gravidanza, preparando il materiale e l’ambiente in prossimità del parto.

Il contatto tra donna e ostetrica non si interrompe mai, e in ogni momento quest’ultima rappresenta il punto di riferimento e supporto per qualunque esigenza, pratica o emotiva, della futura mamma. Man mano che il momento si avvicina, la relazione si fa più intensa, rassicurante e sollecita. Poi arrivano i segnali del travaglio, il che comporta la creazione di un filo comunicativo continuo, fino a quando questo si avvia ed evolve. L’ostetrica raggiunge la donna in tutte le situazioni in cui essa avverta la necessità di averla fisicamente accanto, ma durante il travaglio la vicinanza diventa permanente: si valuta la situazione, rilevando il benessere di mamma e bambino, si prepara il materiale necessario per gestire tutte le fasi del parto e, con particolare cura, si dispone l’ambiente in modo da renderlo nel contempo funzionale e accogliente. Si telefona all’ospedale più vicino e al 118 per comunicare che si ha una donna in travaglio, per cui entrambi restano a disposizione in caso di bisogno. Se tutto procede con regolarità, si arriva al parto, luci soffuse e silenzio rispettoso di tutti, ma in tutto questo tempo l’ostetrica compie gesti apparentemente di poco conto, che però sono essenziali per garantire serenità e sicurezza all’evento, senza turbarlo.

Papà è stato istruito su come praticare massaggi che leniscono il dolore e mantengono la vicinanza fisica con la sua compagna. Ecco che la testolina fa capolino, e lentamente il bimbo reclama il suo spazio nel mondo: manipolazione ridotta al minimo, delicata, e via, sulla pancia della mamma, a ritrovare calore e contatto appena lasciati, ascoltare la sua voce e quella di papà, immergersi nelle emozioni intense di un attimo irripetibile, che sono di tutti, anche dell’ostetrica! Silenzio, sguardi, odori, suoni, proprio tutti i sensi sono coinvolti. Pian piano, si afferma la nuova condizione per la donna, che da figlia diventa madre, così come l’uomo diventa padre, e per il piccolo che incarna la nuova vita e genera sempre meraviglia, senso di sacro e non del tutto comprensibile, perciò bisognoso di rispetto assoluto.

Dopo il parto, con caaalma, il piccino si attacca al seno, poi un bel bagno caldo, sostenuto dalle mani di mamma e papà, le foto, qualcosa da mangiare (la neomamma è affamatissima!!), un bel caffè per l’ostetrica e papà, le telefonate alle famiglie, la sistemazione dell’ambiente, la telefonata dell’ostetrica a ospedale e 118 per comunicare l’avvenuta nascita e ringraziare. Dopo alcune ore, controllo attento delle condizioni di donna e neonato, poi mamy si fa una bella doccia rigenerante e si può lasciare questa situazione così naturale e serena per qualche ora.

Quindi, per alcuni giorni consecutivi l’ostetrica torna a verificare che tutto proceda bene, annotando sulla cartella ciò che verrebbe annotato in ospedale; le visite di diradano, una alla settimana fino al mese di vita del bambino e disponibilità in qualunque momento sia necessaria per la mamma. Alla fine del percorso, bilancio dell’adattamento alla nuova condizione, della salute di entrambi, valutazione dell’allattamento (sempre al seno a domicilio!), del perineo materno ed eventuale impostazione di un lavoro muscolare di recupero, anche addominale, consulenza contraccettiva e molto altro…compresa una relazione forte, affettuosa, che non si interromperà mai.

Come in ospedale? 😉

Dopo il cesareo, voglio partorire

Si parla sempre più spesso di VBAC (acronimo inglese per intendere il parto vaginale dopo taglio cesareo), e molte informazioni in proposito si possono leggere sul post dedicato (*), ma cosa meglio delle parole di una donna che ha seguito il percorso per giungere a vivere l’esperienza reale di far nascere il suo bambino con un parto spontaneo, a seguito di un’esperienza precedente esitata in un cesareo, può non solo permettere alle altre donne di prendere atto della concreta possibilità che un obiettivo del genere si realizzi, ma tranquillizzarle e supportarle nella loro decisione almeno di provarci.

Così ho chiesto a Laura se aveva voglia di scrivere, buttare giù immagini ed emozioni scaturite dalla sua recente maternità.

Mi ha presa in parola, e credo abbia impiegato non più di 10 minuti a battere sulla tastiera questi bei pensieri… 😉

” Quattro anni e mezzo fa mi sono trovata a vivere un’esperienza che mi ha lasciato un segno profondo nell’anima. L’11 maggio 2010 è nato Alessandro, il mio primo figlio. Alessandro é nato con taglio cesareo dopo 15 ore di travaglio, per mancata progressione (la testa non scendeva). La nascita di quel frugoletto è stata accompagnata da emozioni contrastanti, gioia da un lato e senso di colpa dall’altro. Senso di colpa dovuto al fatto che in me c’era la sensazione di aver mollato, di non essermi impegnata abbastanza per farlo nascere spontaneamente, come tanto avevo desiderato.

Con il passare degli anni è subentrata la consapevolezza che forse non era tutta colpa mia, se di “colpa” si può parlare: non ero stata sostenuta nel portare a termine un parto spontaneo, non avevo saputo ascoltare il mio corpo e non ero riuscita a farmi ascoltare, annichilita da una situazione sconosciuta.

In occasione della mia seconda gravidanza, sono riemersi i vissuti traumatici del primo parto, ma questa volta ero decisa a non lasciare che le cose accadessero senza che io facessi nulla. Con l’avvicinarsi della data presunta mi sono confrontata con alcune ostetriche per rimettere mano alla mia storia e farmi consigliare in vista del nuovo travaglio. Sono stata ascoltata, finalmente.

Io volevo, se le condizioni lo avessero permesso, provare l’emozione di un parto naturale.

Il 30 aprile, alle 00:30 ho rotto le acque e mi sono recata in ospedale, accompagnata da mio marito, con cui avevo parlato a lungo del mio bisogno di essere sostenuta, anche da lui. Durante quella lunga notte c’è stato l’Incontro con Giada, l’ostetrica che “mi è entrata nella testa”.

Dopo averle raccontato la mia storia e averle espresso il mio immenso desiderio di un parto spontaneo e l’enorme paura di “fallire” di nuovo, le ho fatto richieste specifiche: volevo essere informata su quello che succedeva, su come stavamo procedendo, volevo una scansione temporale  che mi aiutasse ad orientarmi.

“Parlami, ho bisogno di questo”. “Ok”. È stata la sua semplice risposta, e non è mai venuta meno a questa promessa. Mi ha presa per mano, non solo fisicamente, mi ha sostenuta, incitata, non mi ha mai lasciata. Quando, presa dallo sconforto e dalla stanchezza, dopo 17 ore che sembravano mille, ero in preda agli spettri del passato, mi ha accolto, accettando la mia resa senza giudizio. Poi la natura ha fatto il resto e sono cominciate le spinte. Dopo due ore, alle 19 in punto è nata Aurora, 3800 grammi per 52 cm. Mi sono sentita onnipotente, c’eravamo riusciti! Io, Gabriele e…Giada.

È stata un’esperienza fortissima. Ho toccato il fondo e sono risalita.

Ho bonificato la mia immagine di donna che sa, può, riesce a partorire. Tutto ciò grazie a mio marito, che mi avrebbe sostenuta qualsiasi fosse stata la mia scelta e grazie ad una sconosciuta che per la durata del suo turno di lavoro è diventata la mia ancora, sostenendomi, ma soprattutto rispettandomi come donna prima che come madre.

Ho scritto di getto, non é tecnico, ma molto personale, intimo”…

E molto personale e intimo doveva essere, brava Laura! Non manca nulla, in questa testimonianza: il desiderio, la presa di coscienza, la determinazione di voler capire come fare, semplicemente chiedendo a un’ostetrica conosciuta, poi a un’altra in un ospedale disponibile e attento alle sue richieste (esistono, sì!), l’immersione nella corrente della nuova esperienza, travolta a tratti ma sempre consapevole di avere un’alleata preziosa in Giada, la sua “ancora” discreta e capace di ascoltare come di spiegare e assecondare. Il tutto, nella sicurezza di un ambiente protetto in cui le persone si sono messe a disposizione del desiderio, la prima e più potente molla da cui il resto è scaturito…

(*) – https://intornoallanascita.com/2013/07/10/partorire-dopo-un-cesareo/

Quando si nasce in casa

Solleva tantissime curiosità, la nascita in casa…a partire dallo sgranare gli occhi, commentando “Ma si usa ancora?”, per proseguire con domande sulla sicurezza, su come ci si organizza, e se si sporca tanto, e come fa la mamma a occuparsi del bebè, quindi si finisce quasi sempre con un “Che bello, però!”…

Già, che bello: proprio così, è un’esperienza tanto singolare e intensa quanto naturale per tutti, mamma, papà, ostetriche, nonni, fratellini e sorelline, vicini di casa. Ciascuno ha qualcosa da dire, da imparare, da riportare agli altri, da condividere, nessuno escluso.

La donna contatta l’ostetrica in gravidanza, e insieme al suo compagno si fa una prima, bella chiacchierata informativa; se vuole, si fa seguire da lei e finchè tutto rientra nella norma ci si incontra una volta al mese, nella sua casa, tra una tazza di the, la compilazione dei documenti di rito e la messa a punto degli aspetti organizzativi. Il materiale da predisporre per il parto è poca roba, le incombenze per il quasipapà limitate ma importanti, e pian pianino ci si avvicina al momento, preparando il corpo e la mente in maniera appropriata. Tutti i dettagli vengono ben pianificati, e quando le contrazioni arrivano, una chiamata a qualunque ora e l’ostetrica parte con i suoi borsoni. Il controllo del battito del pupo, la visita per verificare a che punto ci si trova, la chiamata di comunicazione alla sala parto dell’ospedale di riferimento in caso di necessità e al 118: due chiacchiere cortesi con gli operatori, che fanno gli auguri alla quasimamma e restano disponibili fino a dopo il parto.

Poi la disposizione di ciò che serve per accogliere il piccolo, dell’ambiente per creare intimità e comfort, del necessario per assistere materialmente tutte le fasi del parto, con calma, luci soffuse, magari una musica di sottofondo e una candelina profumata accesa. Se la stagione è fredda, si riscalda un pò di più la stanza in cui avverrà l’evento, quindi ci si concentra in silenzio sul travaglio, sulla mamy che affronta questa prova cruciale destinata a cambiare la sua esistenza, coinvolgendo il papà che armeggia con olio e massaggi sulla schiena ad ogni contrazione, e coccola e abbraccia.

Ogni tanto ci scappa un caffè per l’ostetrica, specie durante la notte! 😉

Poi arriva finalmente il tanto atteso “sento spingere”, e allora ci si prepara proprio tutti all’accoglienza, nel rispetto dei tempi necessari a mamma e bimbo per giungere al distacco, preludio all’esplosione di gioia somigliante ad una scarica potente di energia che colpisce ogni cellula del corpo, invade la mente e la annebbia nella felicità…

Il neonato è lì, sulla pancia e tra le braccia della mamma, coccolata a sua volta da papà, in un tempo sospeso di emozioni che annichiliscono, poi il piccino cerca il seno, succhia con vigore, si appaga e rasserena: non gli è stato sottratto nulla, tutto resta, solamente in un’altra forma.

La vita prosegue: chi armeggia con le foto, chi ha bisogno di silenzio assoluto, chi sente l’impellenza di dirlo al mondo con tutti i mezzi tecnologici a disposizione, chi chiama i fratellini a vedere e toccare il miracolo di un cucciolo roseo appiccicato alla pancia della mamma e riscaldato dal suo tepore: ciascuno può trovare il proprio personale modo di vivere questo momento, in libertà.

Con calma si prepara una vaschetta di acqua calda, e i neogenitori si cimentano con l’immersione del piccolo, giocando e contemplandolo per un pò, fino a quando si rilassa, poi lo si veste insieme e nanna tra le braccia, nel lettone. Mamma ha una fame vorace, e le si prepara un buon pasto energetico.

Nel frattempo, l’ostetrica sbriga varie faccende (tante!) tenendo d’occhio la situazione; dopo qualche ora, controlla che tutto sia tranquillo e se ne va, per tornare a visitare la mamy e il neonato nei giorni seguenti, e fino a un mese dal parto. Semplice, no?… 🙂

Donne e superdonne, mamme e supermamme

“Ce la possiamo fare”, recita questo vecchio manifesto di cui ho scovato la storia, interessante (http://www.archiviocaltari.it/2011/01/27/we-can-do-it-storia-di-unimmagine/), e che si presta bene a raffigurare un certo modo di concepire la propria immagine, caratteristico di un discreto numero di donne, che già nella gestione della vita quotidiana rivendicano l’autonomia assoluta, il “ce la faccio da sola”.

Quando poi sopraggiunge una gravidanza, il pensiero resta immutabile: “ho bisogno di niente e nessuno”, fino al giro di boa della protuberanza addominale che ingombra, sbatte contro gli spigoli, fatica a infilarsi nell’ascensore… Capita che ogni mezz’ora tocca svuotare la vescica, rigirarsi nel letto diventa movimento lento e a scatti, scendere dal medesimo un gioco di puntelli di gomiti, fare la doccia cauto ingresso nel box e altrettanto guardinga uscita, con l’accappatoio che non ce la fa a contenere la rotondità. Ci si ride pure sopra con gusto, ma lì le certezze titaniche vacillano, seppur poco: inizia a farsi strada un “ce la farò, anche se a fatica”, e via.

Infine, nasce il pupo e l’adrenalina governa per qualche giorno ogni percezione della realtà, in buona compagnia con altri ormoni. Ma a un certo punto, occorre prendere atto dell’effettivo cambiamento delle carte sul tavolo, e del fatto che la vita ha subito una svolta: un neonato è impegnativo, il parto (specie se non è stato propriamente agevole) è evento che può sottrarre molte energie, i ritmi abituali restano sconvolti tanto più quanto è maggiore l’assenza di sostegno pratico ed emotivo.

Una sbirciatina a questo post è utile: https://intornoallanascita.com/2012/09/23/la-fatica-dellaccudimento

Dunque, donne, lasciatevi invadere senza timori dall’idea che qualcuno diverso dal neopadre vi stia accanto, anche solo per qualche ora ogni tanto, si tratti di amiche, nonne, zie, o altre figure, consigliandovi e  supportandovi nelle incombenze quotidiane, perchè nulla come la stanchezza fisica e/o mentale può compromettere in maniera consistente l’adattamento graduale alla nuova condizione di madre, la relazione con il cucciolo, l’intimità di coppia, lo stare bene con gli altri e nel mondo. Trovare qualche piccolo spazio per sè stesse, poi, diventa arduo, ma ce la si può fare (*).

E non dimenticate che l’ostetrica può trasmettere tanto, anche in poco tempo, fornendo un aiuto preziosissssimo per organizzarsi senza sprecare energie, e rasserenarsi nelle situazioni difficili !! 😉

(*) – https://intornoallanascita.com/2013/08/26/un-oretta-tutta-per-me/

 

 

Prima di nascere

Quando si osserva un neonato non si può non provare stupore e meraviglia, per una presenza che fino a qualche mese prima era soltanto un desiderio, un pensiero fuggevole, un progetto ancora tutto da realizzare. Soltanto “quell’uovo femminile e quello spermatozoo maschile”, proprio quelli e non altri, hanno reso concreto “quel” bambino, che sarà come nessun altro. Non stupisce quindi che il concepimento e la gravidanza abbiano da sempre suscitato interrogativi inquietanti e suggerito ipotesi fantasiose, specie quando le conoscenze anatomiche e di funzionamento del corpo umano non erano ancora sviluppate. Da un bel librino edito da Electa/Gallimard, dal titolo “Nascere, e poi?”, si possono ricavare alcune interessanti informazioni:

“Sin dalla notte dei tempi, il concepimento e la gravidanza, i due eventi naturali che inaugurano l’avvento di un nuovo essere nel teatro della vita, sono avvolti dall’ombra e dal mistero. Attorno a loro si catalizzano fantasmi, speranze e angosce. Dall’Antichità fino al Medio Evo i processi fisici della procreazione costituiscono un vero enigma per teologi, teorici e medici. In mancanza di conoscenze fisiologiche, la spiegazione si fonda sul pensiero metaforico e simbolico. Le teorie greco-romane dominano le credenze occidentali fino all’inizio del Rinascimento. Fu Aristotele a esprimere un principio fondamentale: i due sessi non svolgono lo stesso ruolo. Se il seme maschile costituisce il principio attivo, l’utero femminile (chiamato più frequentemente matrice) determina il destino di tale principio, così come la donna influisce a sua volta sullo sviluppo dell’embrione. Una volta compiuto il concepimento, il ventre si chiude completamente: un processo che desta meraviglia e inquietudine. Alcune teorie medievali tentano di cogliere il mistero della fecondazione: un tema ricorrente è quello della trasformazione della materia che viene associato alla riproduzione vegetale: il sangue mestruale viene classificato come fiore, il seme maschile come germe e l’embrione come frutto.

Nel XIII secolo, un medico afferma che le parti del corpo umano sono state create e “ordinate secondo la disposizione del mondo”: l’utero è circolare e viene rappresentato a cerchi concentrici, a immagine del mondo allora conosciuto, dunque il feto sta nell’utero come l’uomo nell’universo. Questa immagine del 1626 rimanda al corpo femminile come “giardino del genere umano” da cui sboccia il bambino, similmente a un fiore:

L’utero è, come il mondo, condizionato dall’influsso degli astri, ed ecco fiorire una serie di credenze sulla gravidanza: chi nasce prima del settimo mese non potrà sopravvivere perchè non tutti i pianeti hanno esercitato il proprio influsso. Il mese più propizio per nascere sembra il nono, il mese di Giove. In ogni caso, l’utero è considerato come un animale oscuro e selvatico, nascosto nel cupo antro del ventre, e la gravidanza è un fenomeno angosciante, che reca in sè il senso del mistero e della malattia. Durante questo periodo la donna è fragile e il bambino vulnerabile, da qui il moltiplicarsi di consigli e di prescrizioni da parte di chi circonda la donna, e anche della Chiesa.

Attività pesanti e sforzi esagerati durante la gravidanza, così come i maltrattamenti delle gestanti da parte dei mariti sono noti per provocare parti prematuri e aborti. Viene consigliato alla gestante, in trattati medici diffusi all’epoca, di riposare, e raccomandato ai familiari di avere cura di lei, attenzioni certo impensabili per le donne delle classi sociali più povere. Poichè le carenze del corpo materno si ripercuotono direttamente su quello del bambino, si sviluppa una simbologia dei gesti e del vestiario: non bisogna accavallare le gambe o le braccia per non provocare attorcigliamenti del cordone ombelicale; bisogna indossare abiti ampi e slacciati; cinture proibite, catene e collane vanno tolte e riposte in un sacchettino appeso agli abiti…I mutamenti dell’appetito e del comportamento sono segni inequivocabili della gravidanza. In tutte le classi della società medievale, le voglie di cibo di qualsiasi tipo sono un desiderio da soddisfare, credenze di cui resta traccia diffusa ancora oggi.

Anche l’immaginazione delle donne esercita un influsso potente che lascerà tracce tangibili sul bambino: il desiderio alimentare non soddisfatto si riflette direttamente sul corpo del futuro neonato, sotto forma di macchie o malformazioni. Un contagio immediato che si manifesta in entrambi i sensi: con in grembo un essere privo della ragione, la futura mamma non si trova forse in una condizione disonorevole, troppo spesso “malinconica nello spirito e piena di tristi pensieri”? Il corpo materno ha dunque un doppio ruolo nei confronti del feto che reca in grembo: è schermo, filtro che lo protegge dal freddo o dal calore eccessivo, ma al tempo stesso è elemento conduttore capace di trasmettergli sensazioni diverse, alcune delle quali condizioneranno pesantemente il suo avvenire. Nei manoscritti medievali l’immagine del nascituro nel ventre materno è quella di un bambino fatto e finito, non di un embrione e poi feto, e tale concezione sopravviverà fino al Seicento”.

Che cosa resta di questo immaginario? Molto direi, anzi moltissimo, soprattutto nelle società tradizionali. L’Occidente si è lasciato tanto alle spalle, ma in compenso la scienza ha confermato le intuizioni legate, ad esempio, al riflesso degli influssi e delle esperienze negative sul benessere del feto prima e neonato poi, affermando la centralità della salute femminile, della cura della gravidanza, del parto e dell’accoglienza al nuovo nato nella promozione della salute globale presente e futura dell’individuo che viene generato. Non è poco, ma certo moltissimo resta da fare per garantire a tutto il genere umano quell’attenzione verso la sua integrità psichica e fisica che è premessa indispensabile per il benessere delle generazioni attuali e a venire. Per questo è fondamentale partecipare in maniera attiva alla costruzione della propria, unica e personale esperienza di maternità: informazione, contatti con più operatori e strutture, scelte ragionate sono strumenti di costruzione del benessere per sè e per il bambino che verrà. Una bella differenza, quella tra affidare la propria sorte interamente ad altri e decidere in prima persona…

Per ulteriori approfondimenti:

https://intornoallanascita.com/2011/11/03/la-gravidanza-ecologica-3/

https://intornoallanascita.com/2012/02/06/esami-in-gravidanza-il-protocollo-ministeriale/

https://intornoallanascita.com/2013/05/28/lassistenza-in-gravidanza-e-durante-il-parto-chi-e-come/

Partorire in solitudine

Una mammina, sollecitata da un post comparso sulla pagina facebook di questo blog, ha reagito d’impeto con una risposta di grande emotività, un grido intenso di sofferenza che, nove mesi dopo il parto, esprimeva la sua condizione di donna che si è sentita espropriata di un pezzo di vita durante e dopo la nascita del suo piccolo. Mi è sembrato che nove mesi fossero proprio, simbolicamente ma non solo, il tempo di gestazione dei pensieri, e le ho proposto di buttar fuori tutto il suo sentire in forma scritta, ipotizzando che ciò potesse avere una valenza “terapeutica”, aiutandola a ripercorrere passo per passo il suo vissuto di parto, per condividerlo e scaricare almeno in parte la tensione e la delusione ancora profondamente ancorati alla sua esperienza. Sembra che abbia funzionato: M. ha accettato di scrivere, io volentieri condivido e sarebbe bello che tante altre la seguissero, per raccontare di sè ciò che hanno voglia di trasmettere.

“Avevo scelto di partorire a casa. Era bastato questo ad alimentare i commenti di genitori e suoceri, quei tentativi di spaventare, di rendere tutto il più preoccupante possibile. Alla fine ce la faccio, il mio compagno è dalla mia parte, gli altri se ne fanno una ragione. Ho vissuto il pensiero del parto con un certo timore, ma non per il dolore né per altri aspetti simili. Volevo semplicemente riuscire a partorire naturalmente. Sono nata da un parto cesareo, sono stata allontanata da mia mamma per mezza giornata almeno, sono stata allattata poco. Che sia vero o solo una mia percezione, mi è mancato il contatto fisico da parte di mia mamma. Per me e il mio piccolo volevo qualcosa di diverso, volevo spezzare quel circolo vizioso. Ho contattato l’ostetrica, abbiamo organizzato tutto, la casa era pronta, la gravidanza procedeva perfettamente. Mi sveglio alle 4.15 del sette Maggio e corro in bagno: mi si sono rotte le acque e in un misto di gioia e paura, con un’ emozione forte in petto e la voglia di iniziare, chiamo l’ostetrica e aiuto il mio compagno a fare la lavastoviglie. Bisognava trovargli qualcosa da fare… Arriva l’ostetrica mentre fuori tutto è ancora buio e silenzioso e comincia il mio travaglio, tra una chiacchiera e l’altra. Verso le 10 del mattino tutto sembra procedere per il meglio tanto che ci immaginiamo che per pranzo sarà tutto concluso e lo vedremo finalmente. Arrivano le due colleghe dell’ostetrica, la cosa mi disturba un po’ nonostante lo sapessi. Dopo un po’ tutto si ferma al punto in cui era e cominciano una serie di tentativi: massaggi, granuli omeopatici e gomitate sulle anche da parte di una delle aiutanti. Il tempo passa e non cambia niente e io comincio a essere stanca; le contrazioni continuano anche se non sono efficaci oltre i sei centimetri di dilatazione. Sono stanca e intorno a me non percepisco sicurezza. Non capisco cosa succeda, ma resto determinata. Provo a cantare, a usare la voce (è il mio lavoro).Vado in camera e dormo fra una contrazione e l’altra abbracciata al futuro papà con risvegli dolorosi. Mi chiede “cosa facciamo?” e io non so, non capisco. Alla fine, di fronte all’iniziale tentennamento delle ostetriche, si decide di andare in ospedale. Sono le otto di sera. Arrivo in ospedale, abbacchiata perché era l’ultimo posto in cui sarei voluta andare. Fanno qualche domanda, guardano l’agenda della gravidanza, mi svesto, mi fanno una flebo di ossitocina e partono fortissime ancora le contrazioni. Mi sembra di non farcela più, di non avere più la forza di sopportare il dolore. In un angolo della mia mente ho paura del cesareo. Di nuovo dormo fra una contrazione e l’altra, il mio compagno sempre con me a dirmi che sono bravissima e che ce la farò. L’ostetrica dell’ospedale mentre urlo mi dice di stare calma e io vorrei risponderle male o darle un pugno. Iniziano le spinte e mi spostano in sala parto. Io ci metto tutta me stessa e spingo. L’ostetrica mi dice che mi farà una puntura di lidocaina, ma che non mi taglieranno e io, in preda al momento, le rispondo “me lo dice proprio perché lo farà”. La ginecologa mi sale sulla pancia. Due volte e io urlo fortissimo, le grido “si tolga!”. Mi tagliano e all’ultima spinta esce il mio bellissimo Giacomo (alle 2.45), me lo appoggiano un secondo sulla pancia e lo danno subito alla pediatra. Giacomo sta bene, ma per la pediatra non è abbastanza. Guardo l’ostetrica che mi aveva seguito da casa e le dico “sono delle bestie. Datemi il mio bambino”. Me lo danno un minuto mentre un’ostetrica infila una mano per estrarre la placenta, una oss mi fa un’altra puntura di ossitocina e la ginecologa mi pizzica la pancia. Io mi tengo stetto quel fagottino che mi guarda dritto negli occhi. Ancora adesso conservo il ricordo del suo calore, la sensazione del suo corpicino e delle sue ossa appoggiate al mio petto. Niente da fare, due minuti e lo portano via. Nella culla termica, così per scrupolo. Senza sapere che addosso a me potrebbe avere tutto il calore di cui ha bisogno. Lo portano al nido e mi cuciono. Mi alzo e chiedo di andare a vederlo e chiedo “quando me lo portate?” Tergiversano. Arriverà il mattino dopo e io passerò il resto della notte avanti e indietro per il nido a tenergli la mano. Il giorno dopo me lo portano e proviamo ad attaccarlo. Ho il capezzolo un po’ piatto e mi danno subito un paracapezzolo, senza troppe spiegazioni. Il giorno dopo, mentre io e Giacomo dormiamo insieme nel letto della stanza, vengono a svegliarci alle 6 dicendo che bisogna fare la fototerapia per la bilirubina alta e sono altre dodici ore lontano da me. Faccio di nuovo la spola fra la stanza e il nido; alla fine si rassegnano e mi mettono una sedia vicino alla cullina. Piango tanto. Le cose non dovevano andare così e in più mi stanno tenendo lontano dal mio piccolo. Piango e mi guardano come fossi matta. Mi dicono che Giacomo sta bene. Io lo so che sta bene. Non è quello il punto. Non ho la montata, non posso attaccarlo e mi vengono mille paure e senso di inedaguatezza. Nessuno mi dice granché. Rassicurazioni generiche. Sono io che sono esagerata a quanto pare. Passano i quattro lunghi giorni e torniamo a casa. Mi metto a letto, nudi io e il mio bambino. Arriva il latte e tutto comincia. Difficile com’è difficile all’inizio, ma piano piano tutto si avvia.
Qualcuno mi ha suggerito di scrivere della mia esperienza e la ringrazio con tutto il cuore perché doveva essere così. Dopo nove mesi in cui ancora ogni tanto, nei momenti stressanti, penso che il mio bambino non possa volermi bene, che non mi abbia sentita abbastanza. E scrivo perché ho ancora tanta rabbia e mi scendono le lacrime mentre digito. Ho una rabbia tremenda nei confronti di chi ci ha privato del NOSTRO momento, di chi si permette di interferire con una cosa così grande per scarsa competenza, per fretta, per convenienza. Nessuno mi darà indietro quello che non abbiamo avuto e io pian piano me ne farò una ragione perché ho una creatura splendida e il petto gonfio di amore per lui che non ci sono modi per spiegarlo. Ma c’è da chiederselo che razza di società è mai quella che ha perso il rispetto per la nascita, la fiducia per ciò che le donne sanno fare dalla notte dei tempi. Noi siamo quelle stesse donne e nessuno ha il diritto di ferirci nell’atto di diventare madri, nessuno ha il diritto di togliere a nostri bambini la primissima occasione di sentirsi al sicuro. Amati.”

Ecco, ora dopo una pausa di silenzio e riflessione viene a me da fare alcune considerazioni: M. ad un certo punto dice, ancora a casa, “intorno a me non percepisco sicurezza”, il che fa pensare ad una mancanza impalpabile, ad un contesto in cui lei non si sente a suo agio, serena, cosa che sappiamo incidere fortemente sulla fluidità del travaglio, potendo arrivare a bloccarlo (ce lo dice la scienza!). Inoltre, era letteralmente circondata da personale sanitario, ma profondamente SOLA, se si esclude il suo compagno. E tale è rimasta, sembra: sola nella percezione e nell’elaborazione degli eventi che si sono succeduti, sola durante la degenza in ospedale, sola al rientro a casa. O almeno questo è quanto traspare intensamente dal suo racconto, dove viene a mancare un riferimento, un’ancora a cui aggrapparsi per “leggere” gli eventi, smorzare l’angoscia, prima, e provare a recuperare i lati belli dell’esperienza per farne punti di forza, poi, perchè a distanza di tempo dal parto non fosse ancora lì a convivere con questo pensiero: “dopo nove mesi ancora ogni tanto, nei momenti stressanti, penso che il mio bambino non possa volermi bene, che non mi abbia sentita abbastanza…”

Molto ci sarebbe da riflettere sull’appropriatezza degli interventi tecnici messi in atto (spinte sulla pancia, episiotomia…), ma questo è un altro capitolo.

Cosa suggerire a questa coraggiosa mamy, che ha trovato la forza di mettere nero su bianco il suo vissuto? Di guardare avanti con il sorriso, di coccolarsi il suo bambino nella certezza che non gli sta sottraendo nulla, anzi! Di prendere per mano il suo compagno e proseguire il cammino con la consapevolezza che la più forte, in tutto questo, è stata proprio lei, che ha saputo e voluto andare oltre tirando fuori la rabbia e la delusione, malloppi molesti dentro la mente e il cuore. E un augurio, con un caldo abbraccio: di poter presto fare il bis recuperando tutto ciò che le è mancato!! : ))