Partorire in solitudine

Una mammina, sollecitata da un post comparso sulla pagina facebook di questo blog, ha reagito d’impeto con una risposta di grande emotività, un grido intenso di sofferenza che, nove mesi dopo il parto, esprimeva la sua condizione di donna che si è sentita espropriata di un pezzo di vita durante e dopo la nascita del suo piccolo. Mi è sembrato che nove mesi fossero proprio, simbolicamente ma non solo, il tempo di gestazione dei pensieri, e le ho proposto di buttar fuori tutto il suo sentire in forma scritta, ipotizzando che ciò potesse avere una valenza “terapeutica”, aiutandola a ripercorrere passo per passo il suo vissuto di parto, per condividerlo e scaricare almeno in parte la tensione e la delusione ancora profondamente ancorati alla sua esperienza. Sembra che abbia funzionato: M. ha accettato di scrivere, io volentieri condivido e sarebbe bello che tante altre la seguissero, per raccontare di sè ciò che hanno voglia di trasmettere.

“Avevo scelto di partorire a casa. Era bastato questo ad alimentare i commenti di genitori e suoceri, quei tentativi di spaventare, di rendere tutto il più preoccupante possibile. Alla fine ce la faccio, il mio compagno è dalla mia parte, gli altri se ne fanno una ragione. Ho vissuto il pensiero del parto con un certo timore, ma non per il dolore né per altri aspetti simili. Volevo semplicemente riuscire a partorire naturalmente. Sono nata da un parto cesareo, sono stata allontanata da mia mamma per mezza giornata almeno, sono stata allattata poco. Che sia vero o solo una mia percezione, mi è mancato il contatto fisico da parte di mia mamma. Per me e il mio piccolo volevo qualcosa di diverso, volevo spezzare quel circolo vizioso. Ho contattato l’ostetrica, abbiamo organizzato tutto, la casa era pronta, la gravidanza procedeva perfettamente. Mi sveglio alle 4.15 del sette Maggio e corro in bagno: mi si sono rotte le acque e in un misto di gioia e paura, con un’ emozione forte in petto e la voglia di iniziare, chiamo l’ostetrica e aiuto il mio compagno a fare la lavastoviglie. Bisognava trovargli qualcosa da fare… Arriva l’ostetrica mentre fuori tutto è ancora buio e silenzioso e comincia il mio travaglio, tra una chiacchiera e l’altra. Verso le 10 del mattino tutto sembra procedere per il meglio tanto che ci immaginiamo che per pranzo sarà tutto concluso e lo vedremo finalmente. Arrivano le due colleghe dell’ostetrica, la cosa mi disturba un po’ nonostante lo sapessi. Dopo un po’ tutto si ferma al punto in cui era e cominciano una serie di tentativi: massaggi, granuli omeopatici e gomitate sulle anche da parte di una delle aiutanti. Il tempo passa e non cambia niente e io comincio a essere stanca; le contrazioni continuano anche se non sono efficaci oltre i sei centimetri di dilatazione. Sono stanca e intorno a me non percepisco sicurezza. Non capisco cosa succeda, ma resto determinata. Provo a cantare, a usare la voce (è il mio lavoro).Vado in camera e dormo fra una contrazione e l’altra abbracciata al futuro papà con risvegli dolorosi. Mi chiede “cosa facciamo?” e io non so, non capisco. Alla fine, di fronte all’iniziale tentennamento delle ostetriche, si decide di andare in ospedale. Sono le otto di sera. Arrivo in ospedale, abbacchiata perché era l’ultimo posto in cui sarei voluta andare. Fanno qualche domanda, guardano l’agenda della gravidanza, mi svesto, mi fanno una flebo di ossitocina e partono fortissime ancora le contrazioni. Mi sembra di non farcela più, di non avere più la forza di sopportare il dolore. In un angolo della mia mente ho paura del cesareo. Di nuovo dormo fra una contrazione e l’altra, il mio compagno sempre con me a dirmi che sono bravissima e che ce la farò. L’ostetrica dell’ospedale mentre urlo mi dice di stare calma e io vorrei risponderle male o darle un pugno. Iniziano le spinte e mi spostano in sala parto. Io ci metto tutta me stessa e spingo. L’ostetrica mi dice che mi farà una puntura di lidocaina, ma che non mi taglieranno e io, in preda al momento, le rispondo “me lo dice proprio perché lo farà”. La ginecologa mi sale sulla pancia. Due volte e io urlo fortissimo, le grido “si tolga!”. Mi tagliano e all’ultima spinta esce il mio bellissimo Giacomo (alle 2.45), me lo appoggiano un secondo sulla pancia e lo danno subito alla pediatra. Giacomo sta bene, ma per la pediatra non è abbastanza. Guardo l’ostetrica che mi aveva seguito da casa e le dico “sono delle bestie. Datemi il mio bambino”. Me lo danno un minuto mentre un’ostetrica infila una mano per estrarre la placenta, una oss mi fa un’altra puntura di ossitocina e la ginecologa mi pizzica la pancia. Io mi tengo stetto quel fagottino che mi guarda dritto negli occhi. Ancora adesso conservo il ricordo del suo calore, la sensazione del suo corpicino e delle sue ossa appoggiate al mio petto. Niente da fare, due minuti e lo portano via. Nella culla termica, così per scrupolo. Senza sapere che addosso a me potrebbe avere tutto il calore di cui ha bisogno. Lo portano al nido e mi cuciono. Mi alzo e chiedo di andare a vederlo e chiedo “quando me lo portate?” Tergiversano. Arriverà il mattino dopo e io passerò il resto della notte avanti e indietro per il nido a tenergli la mano. Il giorno dopo me lo portano e proviamo ad attaccarlo. Ho il capezzolo un po’ piatto e mi danno subito un paracapezzolo, senza troppe spiegazioni. Il giorno dopo, mentre io e Giacomo dormiamo insieme nel letto della stanza, vengono a svegliarci alle 6 dicendo che bisogna fare la fototerapia per la bilirubina alta e sono altre dodici ore lontano da me. Faccio di nuovo la spola fra la stanza e il nido; alla fine si rassegnano e mi mettono una sedia vicino alla cullina. Piango tanto. Le cose non dovevano andare così e in più mi stanno tenendo lontano dal mio piccolo. Piango e mi guardano come fossi matta. Mi dicono che Giacomo sta bene. Io lo so che sta bene. Non è quello il punto. Non ho la montata, non posso attaccarlo e mi vengono mille paure e senso di inedaguatezza. Nessuno mi dice granché. Rassicurazioni generiche. Sono io che sono esagerata a quanto pare. Passano i quattro lunghi giorni e torniamo a casa. Mi metto a letto, nudi io e il mio bambino. Arriva il latte e tutto comincia. Difficile com’è difficile all’inizio, ma piano piano tutto si avvia.
Qualcuno mi ha suggerito di scrivere della mia esperienza e la ringrazio con tutto il cuore perché doveva essere così. Dopo nove mesi in cui ancora ogni tanto, nei momenti stressanti, penso che il mio bambino non possa volermi bene, che non mi abbia sentita abbastanza. E scrivo perché ho ancora tanta rabbia e mi scendono le lacrime mentre digito. Ho una rabbia tremenda nei confronti di chi ci ha privato del NOSTRO momento, di chi si permette di interferire con una cosa così grande per scarsa competenza, per fretta, per convenienza. Nessuno mi darà indietro quello che non abbiamo avuto e io pian piano me ne farò una ragione perché ho una creatura splendida e il petto gonfio di amore per lui che non ci sono modi per spiegarlo. Ma c’è da chiederselo che razza di società è mai quella che ha perso il rispetto per la nascita, la fiducia per ciò che le donne sanno fare dalla notte dei tempi. Noi siamo quelle stesse donne e nessuno ha il diritto di ferirci nell’atto di diventare madri, nessuno ha il diritto di togliere a nostri bambini la primissima occasione di sentirsi al sicuro. Amati.”

Ecco, ora dopo una pausa di silenzio e riflessione viene a me da fare alcune considerazioni: M. ad un certo punto dice, ancora a casa, “intorno a me non percepisco sicurezza”, il che fa pensare ad una mancanza impalpabile, ad un contesto in cui lei non si sente a suo agio, serena, cosa che sappiamo incidere fortemente sulla fluidità del travaglio, potendo arrivare a bloccarlo (ce lo dice la scienza!). Inoltre, era letteralmente circondata da personale sanitario, ma profondamente SOLA, se si esclude il suo compagno. E tale è rimasta, sembra: sola nella percezione e nell’elaborazione degli eventi che si sono succeduti, sola durante la degenza in ospedale, sola al rientro a casa. O almeno questo è quanto traspare intensamente dal suo racconto, dove viene a mancare un riferimento, un’ancora a cui aggrapparsi per “leggere” gli eventi, smorzare l’angoscia, prima, e provare a recuperare i lati belli dell’esperienza per farne punti di forza, poi, perchè a distanza di tempo dal parto non fosse ancora lì a convivere con questo pensiero: “dopo nove mesi ancora ogni tanto, nei momenti stressanti, penso che il mio bambino non possa volermi bene, che non mi abbia sentita abbastanza…”

Molto ci sarebbe da riflettere sull’appropriatezza degli interventi tecnici messi in atto (spinte sulla pancia, episiotomia…), ma questo è un altro capitolo.

Cosa suggerire a questa coraggiosa mamy, che ha trovato la forza di mettere nero su bianco il suo vissuto? Di guardare avanti con il sorriso, di coccolarsi il suo bambino nella certezza che non gli sta sottraendo nulla, anzi! Di prendere per mano il suo compagno e proseguire il cammino con la consapevolezza che la più forte, in tutto questo, è stata proprio lei, che ha saputo e voluto andare oltre tirando fuori la rabbia e la delusione, malloppi molesti dentro la mente e il cuore. E un augurio, con un caldo abbraccio: di poter presto fare il bis recuperando tutto ciò che le è mancato!! : ))

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