Il neonato e lo sviluppo del linguaggio

«Acquisire la propria lingua materna non è qualcosa che il bimbo fa, è qualcosa che gli succede». A sostenere la natura essenzialmente biologica del linguaggio fu un certo Noam Chomsky, ormai 84enne linguista, filosofo e molto altro, secondo cui il cervello del neonato è strutturato per selezionare senza esitazioni, dall’ambiente circostante, gli elementi che alla lingua appartengono. L’ipotesi di base è che esso contenga un insieme limitato di regole per organizzare il linguaggio, partendo da una teoria secondo cui esisterebbe una struttura basilare di regole comune a tutti i linguaggi, che è stata denominata grammatica universale. Molti studi, in effetti, sembrano dimostrare che la nostra specie sia equipaggiata di una competenza linguistica che ci consente di apprendere la lingua o le lingue a cui siamo esposti nella prima infanzia. L’acquisizione della lingua materna consisterebbe quindi nella memorizzazione delle parole che vengono poi fissate dall’esperienza.

Ogni bambino, nei primi anni di vita, apprenderebbe una lingua “scegliendo” tra un insieme di possibilita grammaticali generate dalla mente: quelle non sostenute dall’esperienza vengono poi abbandonate e dimenticate. La ricerca sperimentale ha dimostrato che tutti i bambini, alla nascita, sono sensibili a tutte le distinzioni fonologiche usate dalle lingue del mondo, essendo addirittura in grado di discriminare tra i suoni. Ma fissando attenzione e apprendimento sulla lingua a cui sono esposti, perdono già intorno al primo anno di vita la capacità di discriminazione. Questo processo è stato definito “apprendimento per dimenticanza”: il bambino seleziona le distinzioni usate nella lingua a cui è esposto, scartando e dimenticando tutte le altre.

Chomsky, a sostegno della sua teoria, afferma che il linguaggio è una facoltà specie-specifica dell’uomo, poichè non si conosce alcun altro animale in possesso di una simile caratteristica, benchè anch’essi utilizzino complesse forme di comunicazione. Nel cervello umano esisterebbe una sorta di ‘architettura interna’ a sostegno della produzione del linguaggio, secondo processi che fanno parte del suo bagaglio genetico, consentendo l’apprendimento di una lingua in tempi rapidissimi. Originali esperimenti hanno dimostrato che a pochi mesi il bimbo già padroneggia la tonalità della lingua materna, poco dopo la struttura di base dei suoi suoni, che traduce nella cosiddetta “lallazione”, tentativi di produzione delle parole (ba-ba; la-la), quindi anche le strutture sintattiche e il significato delle parole stesse, pur se apparentemente non lo manifesta all’esterno. Questo processo  raggiunge ben presto una straordinaria complessità, tale per cui a due anni il piccolo è già molto spesso in grado di parlare e interpretare il linguaggio senza alcuna difficoltà e senza consapevolezza.

Questa innata predisposizione a parlare, a capire un sistema simbolico, è scientificamente  dimostrato che si sviluppa massimamente nei primi 7-9 anni, per cui un bambino che abbia “mancato” l’apprendimento di una lingua in questo arco di tempo avrà grossi problemi a penetrare in seguito la sfera linguistica.

Da queste considerazioni non è difficile dedurre l’importanza di parlare al bambino già quando si sviluppa nel ventre materno, continuando fin dalla nascita a recitare filastrocche, cantare, raccontare storie o qualunque cosa in sua presenza, senza pensare che non è in grado di capire, meglio ancora associando il contatto, l’abbraccio, le coccole. In questo modo l’acquisizione del linguaggio sarà rapida, e la sua capacità di esprimersi attraverso pensieri complessi ben presto sorprendente, senza contare il riflesso sull’adattamento alla vita scolastica e sui risultati conseguiti. Il bambino che padroneggia la lingua madre non incontrerà difficoltà nello studio, ma soprattutto sarà sempre in grado di capire, farsi capire e, cosa ancora più importante, affermare la propria autonomia e rivendicare i propri diritti con efficacia…

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