Salute e malattia: il caso della gravidanza e del parto

Si può definire in qualche modo e in maniera completa un concetto così ampio come quello di salute? Ci ha provato l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che già nel 1948 la considerava come “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non semplicemente assenza dello stato di malattia o infermità”, evidenziando anche alcuni requisiti fondamentali per raggiungerlo, quali la pace, adeguate risorse economiche, l’alimentazione e l’abitazione, un ecosistema stabile e un uso sostenibile delle risorse. Quindi, un concetto davvero complesso, anche un pò vago e molto lontano dall’essere messo in pratica a livello globale. Ma se ci si limita ai singoli individui, riconoscere il confine tra salute e malattia può essere davvero difficile: diventa complicato stabilire quando ci si trova in una situazione di “completo benessere”, e se non ci si trova mica per questo ci si può definire malati…

La gravidanza e il parto, condizioni in maggioranza sostanzialmente fisiologiche in presenza di un buono stato di igiene e nutrizione della donna, nel mondo occidentale hanno iniziato ad essere considerate al limite della malattia; di conseguenza in tutti i paesi sviluppati si è intervenuti su di essi con crescente medicalizzazione, senza nessuna prova scientifica della sua necessità ed efficacia. E’ interessante, per riflettere,  curiosare tra i dati elaborati nel 2007 dalla Società Italiana di Statistica (curati da A.Pinnelli):

In Italia la medicalizzazione della gravidanza e del parto è fortissima, con abuso delle cure prenatali che si traduce in un eccesso di visite e di ecografie in gravidanza, e in una percentuale esagerata ed inspiegabile di tagli cesarei. Questi sono fenomeni in costante crescita. Un’analisi basata sui dati ha mostrato la fortissima importanza del contesto, e quindi del medico e dell’ambiente. Ciò mostra la prevalenza di una ginecologia basata sulle opinioni personali o sugli interessi economici, piuttosto che sull’adesione a protocolli ufficiali, e una maggiore criticità della situazione del Mezzogiorno, dove è evidente che le cure prenatali sono spesso inappropriate. Questa situazione conferma l’idea di uno scarso controllo della gravidanza da parte delle donne e dell’esistenza di una forte dipendenza dagli operatori sanitari e dalle opinioni e dalle pratiche consolidate nel contesto di cura e/o di residenza.

Se si considerano le caratteristiche individuali, da un lato lo studio mostra la persistenza di uno svantaggio sociale nell’uso delle cure (le donne con meno risorse economiche e/o culturali rivelano una maggiore probabilità di richiedere e ricevere cure prenatali inferiori a quelle definite “normali” secondo la pratica medica italiana), dall’altro lato emerge invece una capacità di controllo e scelta per le donne con risorse (quelle che giudicano ottime le proprie risorse economiche, che lavorano, che hanno istruzione universitaria): infatti hanno una minore probabilità di ricevere cure eccessive e di subire un cesareo. I risultati dello studio hanno anche messo in evidenza l’effetto del livello di istruzione del partner: se il partner ha un livello basso di istruzione, aumenta la probabilità di subire un cesareo. I corsi di preparazione al parto vanno incontro all’esigenza di demedicalizzare il parto: le donne che hanno partecipato a un corso hanno una percentuale di parti cesarei inferiore a quella delle donne che non hanno partecipato. In un panorama caratterizzato da una generale e non giustificabile medicalizzazione del percorso gravidanza-parto, la ricerca rivela quindi segnali di un aumento del potere decisionale femminile. Donne più sicure di sé e più informate, sono in grado di far valere la propria competenza e di gestire le cure per la propria gravidanza senza farsi influenzare troppo dalla pratica medica e dall’ambiente, limitando l’eccesso di cure, in sintonia con le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) a favore di uno stile di cura più leggero. Resta tuttavia il peso assai preponderante dei fattori di contesto rispetto a quelli individuali. Ciò richiede con urgenza, oltre che di intervenire per cambiare la cultura e le politiche sanitarie, anche di incoraggiare una maggiore consapevolezza delle donne in primo luogo, ma anche dei loro partner, sulle giuste cure e analisi per la gravidanza e il parto, per proteggere la loro salute e quella del nascituro ma anche per evitare un inutile e dannoso spreco di risorse “.

E allora, non sarà che la salute è anche una questione di partecipazione, presa di coscienza e capacità di assumere decisioni? Di conseguenza, una società non dovrebbe fornire ai suoi membri gli strumenti per mettere in campo tutte queste competenze? : )


 

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