Una nascita: il racconto di Sara

Sara mi ha fatto questo regalo, e io lo voglio condividere: è il racconto molto personale della sua esperienza di parto e di vita…

Conobbi Franca molti anni fa, precisamente nel 1992 quando mia madre decise che avrebbe  partorito a casa il suo quarto figlio e che lei sarebbe stata la sua ostetrica. Venne più volte a casa nostra per conoscere mia mamma, la sua storia e seguire il corso della gravidanza. In particolare ricordo con piacere le visite, fattesi più frequenti nel periodo che precedeva l’epoca del parto, in cui si fece carico di valutare, con molta semplicità, l’ambiente della casa e le aspettative della famiglia relativamente a questo evento. Non ho memoria di dialoghi precisi, ma la sensazione rimasta dentro di me è quella dell’assenza di giudizio nei nostri confronti, di piena accoglienza e considerazione di tutta la famiglia: certamente per mia madre e per il nascituro, ma molto anche per mio padre, me e i fratelli più piccoli, che sicuramente avevamo grande peso emotivo nello scenario di questa nascita. Questo lo ricordo con precisione: mi chiese se ero contenta di questo fratellino e della sua nascita in casa. La mia disponibilità era totale, se non altro per la curiosità, legittima peraltro alla mia età ( avevo allora 14  anni), circa il meccanismo di certi eventi della vita. Arrivò così il giorno X: era la mattina del 5 gennaio 1993, circa le nove e noi tutti eravamo a casa per le vacanze natalizie. Mia madre era irrequieta, andava avanti e indietro dal bagno senza un’apparente motivo; mio padre tuttavia continuava a sistemare la cucina, mio fratello leggeva e la mia sorellina Alice giocava in cameretta. Anche se ero consapevole che qualcosa stava succedendo, tutto intorno a me si svolgeva in così piena e tranquilla normalità, che anche io rimasi tranquilla a seguire lo svolgersi degli eventi, pronta dentro di me a dare una mano in qualunque modo fosse necessario. Mamma chiamò Franca chiedendole di passare a vederla un momento e alla proposta di attendere ancora un pochino che prima sarebbe passata a controllare un’altra donna, mamma suggerì che secondo lei non sarebbe arrivata in tempo. La sua esperienza e il rispetto per le capacità intuitive delle donne suggerirono all’ostetrica di raggiungerci nel più breve tempo possibile. Raggiunse mamma in camera da letto e anche papà si spostò lì, chiudendosi la porta alle spalle, non prima però di avermi chiesto se volevo esserci anch’io. Rifiutai con la scusa che dovevo restare fuori a badare alla mia sorellina, come se fosse una cosa decisa da tempo: avevo bisogno di  abituarmi all’idea, evidentemente…

Poco dopo (ma proprio poco!), la mia sorellina Alice era attaccata alla porta della camera dei miei genitori perché voleva la mamma, e fu un attimo: sentimmo prima uno strano lamento, poi una specie di miagolio, tant’è che la piccola ripetè il suono come per chiedermi se c’era un gatto e io risposi ” ma no Alice, è il nostro fratellino!”. Erano circa le undici del mattino, ora eravamo in quattro. Poco dopo papà aprì la porta, prese Alice in braccio e ci portò a vedere il fratellino: “ ecco, questo è Marco” disse mamma. Lei era sdraiata nel letto, stanca ma contenta.

Franca finì di sistemare le sue cose, compilava carte, e intanto sorvegliava Marco e la mamma. Tornò ancora più volte a trovarci nei giorni e nelle settimane seguenti; finito il suo lavoro presso di noi, non ebbi più modo di incontrarla. Tuttavia dentro di me, la sua figura e ciò che lei rappresentava doveva aver lasciato un’impronta potente. Infatti alcuni anni dopo, al momento di  scegliere il corso di studi universitari, non ebbi esitazioni e sostenni il test di ingresso per il corso di ostetricia. Iniziai un percorso di 3 anni di lezioni e tirocinio sul campo, impegnativi ma molto interessanti e formativi. Era un susseguirsi continuo di figure di insegnamento, ciascuna delle quali veniva a tenere le lezioni riguardanti il suo ambito di lavoro; ciò diede anche un’idea della varietà di aspetti presenti all’interno della professione e quindi delle possibilità di viverla secondo la propria inclinazione. Tra questi era presente quello della libera professione, nei suoi aspetti pratici, organizzativi e formativi; per questa parte venne chiamata un’ostetrica libera professionista con  lunga esperienza di assistenza sia ospedaliera che domiciliare. Non riesco a descrivere la mia sorpresa, quando vidi entrare in aula Franca: la riconobbi subito, si presentò, raccontò con semplicità ed entusiasmo il suo lavoro, che alla luce delle mie nuove conoscenze mi sembrò ancora più affascinante! Alla fine dell’incontro, non riuscii a resistere e mi presentai. Mi riconobbe subito, si ricordava della famiglia numerosa, della casa dipinta di verde con il giardino e mi disse “una volta che sono venuta da voi, tuo padre stava preparando il risotto con gamberetti e curry” ! “Che memoria”, commentai: era questa sua personalità così umana, senza tuttavia mai intaccare la professionalità che mi colpì nuovamente; ora sapevo dare un nome a questa cosa ed eravamo entrambe contente di esserci ritrovate. Fu un singolo incontro nel corso di studi, mi ripromisi di cercarla e, perché no, di imparare qualcosa dalla sua grande esperienza, ma in realtà negli anni successivi non ne ebbi l’occasione. Andai a lavorare lontano da Torino e non ci sentimmo più per diversi anni. Nell’autunno del 2006 ero incinta, contentissima perchè per me questa era l’espressione vivente e concreta delle mie capacità femminili: ora potevo competere alla pari con mia madre, mancava solo la prova più grande, quella del parto. Mi dissi:” se lo ha fatto lei, perché non ci posso riuscire anch’io? Che cosa ha la casa di meno funzionale, per un evento naturale come la nascita, rispetto ad un ospedale?”. Sapevo che Franca la pensava come me, anche se sul tema non ci eravamo mai confrontate a parole, ma il suo modo di operare mi aveva trasmesso questa convinzione. Inoltre sapevo che la sua pluriennale esperienza le dava modo di non sottovalutare nulla di tutto ciò che è segnale di potenziale pericolo: era aggiornata, sempre professionale al punto da rifiutare un’opportunità di assistenza a domicilio, anche dopo diverse ore di lavoro, al minimo segnale di potenziale pericolo per la donna o il suo bambino, trasferendoli in ospedale.

Mi son detta inoltre: “ e chi se non lei, che è entrata nella mia vita in maniera così originale e oltretutto un po’ già mi conosce?”. La sua conoscenza di me, in realtà era assai limitata, ma era al corrente di tutta la mia storia, come se per anni la sua presenza mi avesse accompagnata, soprattutto nei momenti cruciali della mia esistenza: l’ingresso nel mondo dei “grandi” con la nascita di mio fratello, la mia scelta professionale, il nostro incontro per quella lezione, quindi ora che stavo per diventare madre non poteva mancare, non poteva esserci che lei. Ho vissuto la gravidanza con tranquillità, senza ostacoli; i controlli si, ma quelli minimi richiesti perchè non amo essere continuamente “analizzata” e soprattutto perchè superflui oltre un certo limite. Per me la gravidanza andava vissuta col cuore e in trepidante attesa…La contattai intorno al quarto mese, cioè passato quel tempo in cui non si dice mai ad alta voce, ma si attende di vedere se tutto procede per il meglio, se quell’iniziale tentativo di vita diventa qualcosa di reale, qualcosa di più con cui sai che presto o tardi dovrai fare i conti. Le raccontai brevemente di me da quando ci eravamo incontrate l’ultima volta: l’accoglienza della mia proposta di averla come ostetrica per il parto a casa non sembrò coglierla di sorpresa più che tanto, forse non era la prima volta che dopo aver assistito un membro della famiglia, altri si rivolgessero a lei. La sua era una felicità pacata, che presi per un brevissimo momento per distacco, ma apprezzai subito dopo, perché mi fece riconoscere la Franca di sempre: “ sono lì per te, per il tuo parto, la nostra amicizia è un’altra cosa.”  Se il coinvolgimento emotivo fosse troppo grande sarebbe difficile vedere la realtà delle cose con l’obiettività necessaria al contesto. Questo mi diede ancora di più la certezza di aver scelto bene. Ci incontrammo alcune volte a casa mia, si parlava di come stava procedendo la gravidanza, di come mi sentivo io, non solo fisicamente, di come sentivo la mia bambina, curando però anche gli aspetti formali (la preparazione dell’ambiente e dei materiali per il parto): questo mi aiutò a mettermi nell’ottica che i tempi della nascita erano prossimi. La gravidanza era andata così bene e i mesi erano volati talmente in fretta che quasi mi spiaceva essere già giunta al momento del parto. In realtà dall’altro lato ero così curiosa di poter vedere e stringere tra le braccia la mia creatura, che qualunque momento sarebbe stato buono per iniziare. Un pomeriggio, mentre preparavo una torta si ruppe il sacco: una bella cascatina di liquido caldo mi scese lungo le gambe; in quel momento non avevo dolori e sapevo che se il travaglio non fosse cominciato entro 24 ore avrei dovuto recarmi in ospedale. Ero terrorizzata all’idea, ma decisi di prenderla con calma; finii la mia torta, chiamai Franca che era fuori casa e mi disse che, passata a prendere il necessario, mi avrebbe raggiunta. Arrivò circa alle 19; dopo un primo controllo restò con me per vedere cosa sarebbe successo nelle ore successive. Sarà stata la sua presenza che mi tranquillizzò o forse doveva andare così, di lì a poco iniziarono le contrazioni e verso le 21 decise di visitarmi: ero dilatata di 3 cm. Sapevo che strada era ancora lunga, ma conoscere l’effetto che quelle contrazioni avevano prodotto mi dava una certa tranquillità. Passeggiavo per la casa liberamente; erano presenti anche il mio compagno e un’ostetrica giovane che avevo conosciuto in gravidanza. La presenza rassicurante di Franca era l’ago della bilancia del mio travaglio: ne avevo seguiti tanti, ma questo sapevo che potevo vivermelo senza dover badare ai tempi, senza dover decodificare segnali, senza dover osservare e trarre conclusioni, potevo stare tranquilla con le mie sensazioni, al resto avrebbe pensato lei. Questo sicuramente fu un atteggiamento vincente: poco dopo non avevo più la percezione di ciò che succedeva nella casa, c’eravamo solo io, lei e la mia creatura in vigile attesa e perfetta collaborazione. Non so che ora fosse, Franca era seduta sulla poltrona dell’ingresso e controllava discretamente la situazione, non occorreva altro: io stavo con il mio compagno accanto e il mio atteggiamento rivelava al suo occhio esperto che tutto procedeva bene. Ad un certo punto le dissi che iniziavo a non sopportare più l’intensità delle contrazioni e prontamente mi propose di utilizzare l’acqua come lenitivo. Rimasi seduta in vasca sopra uno gabellino con le braccia e la testa appoggiate al bordo e il getto della doccia caldo sulla schiena fino a quando non cominciai ad avvertire una forte pressione in basso. Glielo dissi, mi propose di uscire per poter valutare la situazione: la dilatazione era completa, ora non rimaneva che spingere e presto avrei incontrato la mia creatura. Fu la parte più dura, ma dopo circa un’ora di spinte Elena, la mia bambina, si presentò ai miei occhi! Piccola, un po’ raggrinzita, ma per me era la cosa più bella del mondo e in quel momento l’unica esistente. Ripreso il contatto con la realtà guardai la mia ostetrica per ringraziarla e lei ricambiò il mio sguardo con il suo, sorridente e fiero del lavoro che avevo fatto.

Erano le 4 del mattino del 18 luglio 2007. Franca era stata con me tutta la notte senza mai dare segni di stanchezza e di cedimento. Le figure intorno a me si erano alternate, ora c’erano il mio compagno, la mia mamma, presto si aggiunse mio fratello, quello nato in casa 14 anni prima proprio lì di fronte, dall’altra parte della via nella casa di famiglia: era stato l’unico dei miei fratelli a chiedere di essere chiamato al momento della nascita! Chissà quale strano legame c’è tra le nascite che avvengono tra le mura di casa…Franca raccoglieva soddisfatta gli attrezzi del mestiere, controllando di tanto in tanto le nostre condizioni. Io e la piccola Elena stavamo benissimo. Tutto intorno era tranquillo: ora avevo solo voglia di riposare e restare vicino alla mia bambina che succhiava al seno con gli occhi e i pugnetti chiusi. Questo Franca lo sapeva bene e cercava di fare le sue cose nel massimo rispetto delle nostre necessità; una presenza discreta ma sempre pronta.

Mi ha seguito con dedizione e affetto nelle settimane successive; nel frattempo anche mia sorella aveva partorito lo stesso giorno a 10 ore di distanza la sua prima bimba, Federica. Che coincidenza (o forse no?) incredibile: la sua gravidanza era indietro di tre settimane rispetto alla mia, non sapeva nulla del mio travaglio perchè si trovava in montagna ed ha iniziato il travaglio poco dopo di me…alle 18 eravamo entrambe neomamme! Lei aveva partorito in ospedale, per sua scelta non voleva famigliari attorno, ma Franca si era subito premurata di sapere se era andato tutto bene, dicendoci che se avesse avuto necessità al ritorno a casa, ovviamente era disponibile. Per passione o per deformazione professionale: d’altronde non sarebbe stata capace di fare diversamente, oltretutto era una situazione piuttosto curiosa da cui ci si sarebbe congedati emotivamente con gradualità.

Negli anni successivi io e lei siamo rimaste in contatto per questioni di lavoro e per amicizia; nel frattempo mi sono trasferita a Milano, dove è nata anche Chiara Aurora (in ospedale perchè lì non ho trovato una condizione in cui mi sentissi pienamente a mio agio restando a casa). Poi ci siamo sentite perchè le hanno chiesto di raccontare di sè, e abbiamo concordato di raccontare la “nostra” storia…Nella sua modestia non ha voluto scrivere solo di sè, nella consapevolezza che solo una donna con cui aveva condiviso l’intimità di una esperienza così forte potesse far emergere qualcosa di lei che sicuramente lei, di se stessa, non avrebbe detto. Inoltre, questa è una storia davvero originale…

Con affetto grandissimo a Franca, la nostra ostetrica.

Sara Genone

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